Desio, modello di dialogo
Il cammino del dialogo interreligioso a Desio nasce dall’amicizia semplice e gratuita, dalla compassione, dalla solidarietà; in breve, dal dialogo della vita. L’incontro tra cristiani e musulmani, a Desio, ha provocato domande di senso, conversione di mente e cuore, stima reciproca, stupore e curiosità, capaci di creare interrogativi sul mistero nascosto nel fratello e nella sorella incontrati: il mistero della sua religione e della sua cultura.
L’esperienza del dialogo a Desio è un esempio concreto: pakistani, bengalesi, indiani, marocchini, tunisini, italiani si sono presi per mano per dire no al terrorismo, agli attentati, alle violenze, ad ogni forma di pratica che disumanizza. La bellezza del dialogo sta proprio nel cercare di custodire e curare la comune fratellanza umana, già macchiata da tante violenze. In definitiva, il dialogo - in quanto decentramento, apertura, ascolto vero - richiede quella predisposizione interiore in grado di mettere un freno alla malvagità, alla crudeltà, alla brutalità e al tradimento dell’umanità. Se l’umano non vede, promuove, rispetta l’inalienabile Umanità (ubuntu) di ogni persona, i disastri possono essere incalcolabili. La storia dell’umanità documenta che l’umano è capace di violare la dignità intangibile in ogni persona (tratta dei neri, colonizzazione umiliante, traffico degli esseri umani e di organi, shoa, violenza sulla donna e sugli indifesi, torture disumanizzanti, sfruttamento minorile, attentati...).
Nessuna forma di disumanizzazione può essere tollerata, accettata o difesa. Queste offese alla dignità umana rimangono ferite insanabili. Pur riconoscendo i passi compiuti dall’umanità nel proteggere la dignità di ogni singola persona, affermiamo, purtroppo, che queste ferite storiche hanno, in parte, cambiato solo strategie, modalità. Ancora oggi, l’umano continua ad essere umiliato, disumanizzato. E tutto questo viene giustificato in nome della (falsa) appartenenza religiosa, etnica, culturale, nazionale, linguistica. Quale giustificazione si può dare al genocidio del 1994 in Rwanda? Come giustificare la persecuzione in tante nazioni, la morte di migliaia di migranti nel Mediterraneo o le guerre sanguinose nel mondo? Nessuna ragione umana può giustificare queste piaghe vergognose dell’umanità.
Il nostro impegno nel dialogo è indispensabile. Non c’è tempo da perdere! Arriva un’invocazione urgente: prevenire il dominio del lato oscuro dell’umano. Ciò è possibile con l’educazione alla convivenza pacifica, alla cultura dell’incontro per diventare costruttori di ponti, per essere l’ago che cuce e non le forbici che tagliano. Bisogna educare a vedere nell’altro quella comune dignità da venerare, a prescindere da qualsiasi appartenenza. L’unica appartenenza che deve risplendere, e per la quale lottare, è la promozione della comune umanità.







