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Dopo aver parlato dell’ambiente in cui è inserito mons. Zon, l’intervista prosegue su binari più pastorali, senza dimenticare però la realtà.

È vero che in Amazzonia la chiesa si è limitata alla sola dottrina, in vista dei sacramenti?

Mi sembra di sì, ma senza negare tutto questo, oggi c’è bisogno di una vera presenza pastorale, non saltuaria, costante ed efficace.

Come si possono coprire queste enormi distanze geografiche?

È una bella sfida, così come far sì che ogni piccola comunità, pur lontana e isolata, sia chiesa di Dio, non solo in quel breve (e raro) momento in cui è visitata dal presbitero. Quando questi la lascia, non muore tutto, non si chiude la cappella, ma si svolgono ugualmente tante celebrazioni e attività.

Quindi spazio ai laici?

Esatto! In Amazzonia, la chiesa sta vicina alla gente grazie ai laici, co-responsabili, presenza costante, generosa e qualificata. Essi assumono tantissimi compiti, servizi e ministeri. In tal modo, l’evangelizzazione è molto più incisiva.

Stemma e motto di mons. Zon: L’Eucaristia, nelle vostre comunità, è celebrata solo una o due volte all’anno?

Questo avviene anche in molte altre diocesi dell’Amazzonia. Mons. Erwin Kräutler, vescovo emerito della Prelazia dello Xingu, ha sottoposto questo problema, nel 2014, a papa Francesco. Questi gli ha risposto che stava a loro, vescovi, avanzare proposte concrete.

Da allora avete fatto qualche passo in avanti?

Ne stiamo parlando, ogni volta che ci riuniamo, come vescovi. Ma, nel momento di concretizzare, non si riesce a trovare una soluzione. Nella diocesi di Santarem ha preso avvio la scuola di pastori di comunità, che offre una solida formazione a coloro che le guidano.

E riguardo i ministeri laicali?

Stiamo investendo molto nei ministeri di liturgia e catechesi. L’Eucarestia rimane ancora molto legata alla figura del presbitero, e non sappiamo come muoverci. Il Santo Padre ci chiede di osare di più. Ma audacia e coraggio non sono le grandi doti di noi vescovi.

Tendiamo a essere molto prudenti, già che queste cose, giustamente, non possono essere prese alla leggera. Bisognerà riflettere su questa delicata questione, a partire da una visione profonda, biblica, teologica e anche giuridica. 

È vero che le chiese pentecostali si stanno impadronendo delle comunità?

Sì, per mancanza di presbiteri. L’Eucaristia è legata al presbitero celibe. Bisognerà cominciare a riflettere su questo aspetto, tenendo presente anche la tradizione della chiesa orientale, dove esiste la figura del presbitero sposato.

L’Eucaristia così rara non crea difficoltà?

C’è una certa contraddizione da una parte si dice che culmine e centro della vita cristiana è l’Eucarestia e poi questa viene praticamente negata a molti. Dovremo pensare a qualcosa di nuovo, affinché la vita di Gesù diventi “di casa” nelle comunità tramite l’Eucaristia. Però siamo coscienti che le soluzioni, il più delle volte, non stanno nelle nostre mani. 

La chiesa del Brasile e del mondo dovrebbero preoccuparsi di più dell’Amazzonia?

Credo di sì. Infatti, negli anni ‘50, c’è già stata una chiamata del papa per evangelizzare il Brasile. Da allora, molte congregazioni e presbiteri fidei donum sono venuti qui. Hanno dato una risposta generosa per soccorrere l’America Latina, anche dal punto di vista economico. Ora però dovrebbe esserci una nuova solidarietà dei presbiteri ordinati in favore dell’Amazzonia, veramente carente.

Presbiteri per tutta la chiesa!

Nel documento conciliare Presbitorum Ordinis si dice che il presbitero riceve l’ordinazione per tutta la chiesa. Pur essendo incardinato in una diocesi particolare, deve aprirsi alle necessità del mondo. È necessario che ci sia solidarietà e quell’ardore missionario che esisteva, anni fa, nei nostri seminari e che oggi, per vari motivi, si è un po’ perso.

E la Commissione missionaria dei seminaristi, creata in Brasile?

Pretende di offrire loro, già dai primi anni della formazione, questo ardore missionario. Se ogni presbitero è per la chiesa tutta, questa dovrebbe dunque distribuirli là dove le necessità sono più urgenti. Ci sono luoghi che hanno bisogno molto più di altri.

Come dicono i nostri vescovi, anche qui in Brasile, pur avendo poche forze, “siamo chiamati a dare della nostra povertà”. Qui esiste un programma chiamato “Chiese sorelle”. Se ci fosse una migliore distribuzione del clero, il problema dell’Eucarestia non sarebbe così grave. Là dove ci sono troppi presbiteri, se questi venissero nelle nostre diocesi, potremmo raggiungere, con la nostra opera evangelizzatrice, molte più persone e realtà.



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