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Il viaggio missionario in Congo, guidato da p. Emmanuel Adili, è durato un mese (15 luglio-15 agosto 2019). Ecco una sintesi delle numerose testimonianze, alcune delle quali sono state pubblicate durante l’anno e che potete trovare sul nostro sito https://www.saveriani.it/giornale

Mi viene in mente un bambino, Elonga, portato all’orfanotrofio di Goma quando aveva appena 9 mesi ed era gravemente malnutrito. Se lo guardi negli occhi è in grado di raccontare una storia fatta di sofferenza e resistenza, il tutto avvolto da uno sguardo profondo. Mettendo da parte l’autocommiserazione, ho deciso di donare un’unica cosa: l’amore. Mi svegliavo al mattino con l’unico pensiero fisso di uscire fuori, mischiarmi tra i bambini e dare loro tutto l’affetto di cui ero capace. Dovevo spogliarmi di ogni pregiudizio e comprendere l’altro oltre le apparenze. Essere un missionario vuol dire proprio questo, aprire il cuore e renderlo vulnerabile allo sconosciuto.

La bellezza della missione risiede nell’avermi fatto scoprire quale sia la mia missione sulla terra. Usando le parole di papa Francesco, ho capito “per chi sono io”. E ho compreso che lì, in quel momento, io ero per il popolo congolese. E quindi non mi interessava quale minaccia imminente potesse incombere su di noi, io sapevo perché ero lì. E mi avvolgeva la calma, mentre il panico si spargeva online per la notizia che l’Ebola era giunta fino a Goma. Io, però, mi sentivo beata. Era un pensiero folle, forse, ma lo stesso papa Francesco ci invita a non rimanere chiusi in noi stessi e nei nostri comfort che ci donano una certa “sicurezza”.
Ciò che ho imparato più di tutto da questo viaggio è l’importanza di dire “no” a certe imposizioni sociali e culturali per rivolgersi con apertura d’animo verso l’altro. Ho imparato anche a lasciarmi catturare dal brivido dell’amore, che non ha bisogno di essere sfarzoso e visibile, ma che ci sussurra e ci sfiora con delicatezza.

Il Congo mi ha donato questo: camminate per strada e guardate le persone diritte negli occhi, donate loro la vostra empatia e compassione. Un giorno vi ritroverete con un cuore pieno di amore e vi chiederete: “dove ho raccolto tutto questo amore?”. Avrete attraversato i cieli con coloro a cui avete donato il vostro sorriso, avrete viaggiato i mari con coloro a cui avete teso la vostra mano in aiuto e avrete assaporato con gli occhi di chi vi ha guardati. E risponderete: io sono stato in tutte queste persone e sono diventato una goccia in un oceano di infinito amore (Stefania).

C’è un sentimento che sale dal profondo del mio cuore: la gratitudine. Il Signore non poteva essere più buono con noi. Dio incide delle scritte d’oro incancellabili sul nostro cuore. Riscopro qui, in Congo, un aspetto del cristianesimo che non trovo così centrale in altre realtà religiose: la centralità dell’Amore come servizio. Non potrò mai dimenticare quella ragazza con le fossette e quei suoi occhi specchio di un’anima dilaniata da un passato ingiusto e ingiustificabile. Già, quello specchio frantumato...  
                                                                                                                                          (Alessandro)

Ogni singola persona incontrata mi ha trasmesso emozioni e sensazioni uniche e mi ha insegnato tanto. Ciascuno dei bambini dell’orfanatrofio di Goma ha rubato una parte di me, sostituendola con una decisamente migliore. Cercavo di trovare il senso in molte cose. Le ragazze di Saint Joseph erano sempre allegre, mi hanno fatto fare cose che mai avrei pensato di fare, ma bastava guardarle dritte negli occhi e notavi il loro dolore. Mi porterò sempre nel cuore i loro sguardi.
Ho capito quale è il mio posto nel mondo: la mia missione su questa terra è dove mi vuole Dio, ovvero nei cuori di chi sa amare nonostante porti in sé una sofferenza inimmaginabile (Daria).



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