Congo - Gli spari di Natale: perché?
E la Messa finisce all’offertorio
La mattina di Natale del 2002, la Messa solenne era iniziata puntualmente, preceduta dalla processione d’entrata. Cantori, chierichetti, danzatrici, lettori e il parroco sono tutti in fila con visibile gioia. Si entra in chiesa, strapiena di gente.
È la prima Messa, quella in cui c’è più afflusso; ci sono almeno seicento persone. Tutto va avanti regolare.
Niente festa, niente canti
Improvvisamente si sentono degli spari in paese. Alcune capanne, a pochi metri dalla chiesa, vengono prese d’assalto. In chiesa tra i fedeli scende il panico. La Messa era all’offertorio.
Tutti si sono alzati in massa e si sono precipitati fuori: chi saltando da un banco all’altro, chi scappando, chi perdendo ciabatte o vestiti, chi preoccupato dei bambini piccoli lasciati nel cortile di casa... Qualcuno tentava di tranquillizzare gli altri. Tutti erano increduli: “Siamo in guerra anche oggi? Non è Natale? Non eravamo a Messa?”.
Dopo gli spari, sul paese è sceso il silenzio: niente festa, niente tamburi, niente canti dei bambini. Nel pomeriggio, i più audaci sono arrivati alla casa della missione per riferirci del saccheggio. Ci parlano delle famiglie che sono state visitate, precisandoci quanta roba è stata rubata. Ci descrivono pure gli autori di questa triste vicenda.
L’interrogativo di tutti davanti alle persone armate, autrici del saccheggio a Lubila, è solo uno: “perché tutto ciò?”.
Amici della gente
Questi nostri amici attendevano da noi missionari un conforto, una riflessione saggia, specchio della nostra fede. È il terreno del l’evangelizzazione; è il momento in cui noi missionari possiamo dare il nostro povero ma significativo contributo per l’annuncio del vangelo.
Povero, perché è difficile cambiare le situazioni di degrado sociale, familiare, educativo in cui è costretta a vivere la gente. Povero, perché ci uniamo alla sofferenza di coloro che non ne possono più davanti ai saccheggi ripetuti, ai decessi per mancanza di cure e di assistenza medica adeguata.
Noi tre, missionari saveriani a Kitutu, stiamo male davanti alla nostra impotenza a far fronte alle continue richieste dei nostri cristiani e amici. D’altra parte, sono convinto che il nostro è un contributo significativo. In queste situazioni estreme, annunciamo il vangelo con il classico stare con, piuttosto che con il fare per.
Questa vicenda ci ha aiutato a non sentirci salvatori-tutto-fare. È Gesù che ci mostra le vie della salvezza e che ci chiede di rispettare e stimare i nostri collaboratori, il nostro popolo. Sei loro amico, sei loro padre; si preoccupano di te e tu ti preoccupi di loro. È quanto basta!







