Conforti a Ravenna
Un monumento nella casa dei saveriani
Quando nel 1902 il sacerdote parmense di 37 anni don Guido Conforti pensava ancora di poter partire come missionario in Cina, si vide arrivare l’ordine da papa Leone XIII di cambiare rotta e dirigersi verso Ravenna, per esserne arcivescovo.
Come gli era stato consigliato, a causa della situazione di quei tempi, ma anche per una scelta personale, arrivò in città di notte, quasi alla chetichella. Mons. Conforti dimostrò subito un amore entusiasta per i ravennati, come si può leggere nella lettera di saluto prima del suo ingresso che abbiamo riportato in basso.
Nonostante questa dimostrazione d’affetto, la sua permanenza a Ravenna dovette interrompersi dopo soli due anni, per problemi di salute.
Il ritorno del beato Conforti
A cento anni di distanza, il 16 ottobre del 2002, mons. Conforti, nelle sue spoglie, ritornò a Ravenna da “beato”, dopo la proclamazione fatta da Giovanni Paolo II il 17 marzo 1996. Per quattro giorni rimase tra i suoi saveriani, venuti anche da lontano per fargli visita, in quella casa di San Pietro in Vincoli che gli era stata donata dalle sorelle Vignuzzi per la formazione dei missionari.
Il Conforti non aveva potuto vederla da vivo. Fu il suo secondo successore a Ravenna, mons. Antonio Lega a prendere la decisione di ospitare in diocesi i primi saveriani. Era il 9 novembre 1931, ed era appena tornato dai funerali del suo predecessore a Parma.
Il 20 ottobre 2002, dopo la calorosa accoglienza del sindaco Vidmer Mercatali e dell’arcivescovo mons. Giuseppe Verrucchi nella gremita piazza del Popolo a Ravenna, la salma del beato Conforti, ricostruita in cera, fu solennemente esposta in cattedrale. Per una settimana intera vide sfilare in devoto omaggio i nipoti dei figli della sua Ravenna. Le parole di amore dette ai loro nonni e bisnonni scesero nel cuore di tutti i visitatori, lasciandovi copiosi frutti di bene.
La statua, in fondo al viale
Nel riquadro in basso potete vedere la sua figura in bronzo. È la terza statua, dopo quella di Parma e di Fontanellato, già comparsa altre volte su queste pagine. Qui vogliamo solo illustrarvi il messaggio che Conforti ha voluto portarci e come lo hanno recepito ed espresso gli architetti che hanno progettato il piedistallo.
A vederlo, ha tutto l’aspetto di un monumento; ma non riesco a chiamarlo con questo nome. Tra tutti i monumenti che ho visto nelle varie città, non dimenticherò mai l’impressione che mi fece Garibaldi nella piazza della mia città. Quando da bambino gli passai davanti la prima volta, seduto sul calesse a fianco di mio padre, mi faceva paura: così grande, di bronzo scuro, su quel piedestallo enorme come un pagliaio e con quella spada lunga dai fianchi ai piedi!
Il “monumento” del Conforti te lo trovi improvvisamente sulla destra, in uno spazio alla fine del lungo viale composto di tuie, lailandia e gratekus, che porta alla casa dei missionari. Sembra che, anche lui di origine contadina, arrivi dalla campagna che si estende alle sue spalle.
L’impressione è che, benedicendoti, ti indichi la casa dei missionari quando arrivi, o ti saluti quando riparti.
Provo questa sensazione ogni volta che esco, rientro o gli passo davanti.







