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Ritorno a casa, in Burundi

Liduina Bedini è una saveriana di Civitanova Marche. Ci comunica i sentimenti che accompagnano il suo ritorno nella missione del Burundi.

È vero che si è missionari dappertutto; ma la vocazione missionaria comporta il desiderio di andare in missione. Fin dall’inizio della mia vita religiosa, io ho ricevuto la grazia della partenza: sono andata in Africa quarant’anni fa e sono rimasta in Burundi più di trent’anni.

Partire è sempre stata per me una gioia immensa. Il popolo burundese vive nella sofferenza e nella miseria, a causa di una guerra non ancora finita. Eppure, quello di cui la gente ha più bisogno è Cristo e la speranza che viene da lui.

Con le giovani donne

Vivo in comunità con altre due missionarie, Silvana e Ave, a Kamenge, uno dei quartieri della capitale Bujumbura. La parrocchia, dedicata al beato Conforti, è affidata ai saveriani ed è molto vasta. Vivere in comunità è per noi un sostegno ed è anche una testimonianza di fraternità ecclesiale. Le due sorelle lavorano soprattutto in campo medico: nel centro sanitario, nel dispensario e nel reparto di maternità.

Il mio lavoro è soprattutto con le donne più giovani. Con me lavorano una suora e una mamma. Ogni anno accogliamo una trentina di ragazze in una piccola scuola. In un anno cerchiamo di insegnare loro un mestiere.

Alcune ragazze sono cristiane (cattoliche o protestanti); altre sono musulmane o seguono la religione tradizionale. Insegniamo taglio e cucito e diamo loro anche una formazione in campo sanitario e morale, ma non facciamo formazione religiosa specifica. Nel tempo che mi resta do una mano in parrocchia, aiutando i poveri, gli orfani, gli studenti in difficoltà economica, senza alcuna discriminazione religiosa o sociale.

Il mio popolo è là

Sono contenta di poter ripartire; è un po’ come tornare a casa. Sento che questo è il mio popolo: con loro ho vissuto tanti momenti di sofferenza, ma anche di gioia. Ho appreso e ricevuto molto: il senso di accoglienza, l’importanza dei rapporti umani, il coraggio di ricominciare, lo spirito di fede.

Scampato il pericolo, c’è chi dice: “Facciamo festa perché siamo ancora vivi”. Una volta avevano bombardato tutta la notte. Avevo tardato ad aprire la scuola, pensando che non sarebbe venuto nessuno. La prima ragazza arrivò alle dieci del mattino: “Sono venuta a dirti che non sono morta; ci sono ancora!”. E

ritrovandosi, le ragazze gioivano fra loro per questo. Mi stupisce questa grande capacità della gente di riprendere a vivere, di celebrare il trionfo della vita anche dopo un pericolo mortale!



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