Chiamatelo “mal d’Africa”, Sulle orme di p. Pacifico Fellini
Alcuni giovani di Cividale e di Spineda con il parroco don Angelo, sono stati in pellegrinaggio in Congo, nei luoghi dove è vissuto il loro compaesano padre Pacifico Fellini.
Che potesse accadere si sapeva. Ma che potesse coinvolgere anche noi, questo non l’avevamo sospettato. Sto parlando del “mal d’Africa”. Definiamo così, infatti, quella specie di strana seduzione esercitata dal continente nero sui suoi incauti visitatori. Dell’Africa tutto colpisce e stordisce: l’umanità giovane e diseredata, il paesaggio rigoglioso, gli spazi infiniti, gli odori aspri e insopportabili, le contraddizioni inaccettabili, i contrasti stridenti, la fecondità incontenibile.
La memoria è ancora viva
Per scoprire cosa sia il “mal d’Africa” a noi sono bastati quindici giorni - dal 9 al 23 agosto scorso - di pellegrinaggio in Congo e più precisamente a Bukavu, la “perla” della regione del Kivu. Al nostro ritorno abbiamo provato questa strana malattia nostalgica. Nonostante l’impatto sconvolgente con una realtà tanto estranea ai nostri gusti e ai nostri schemi, nonostante i disagi e le difficoltà di adattamento, nonostante l’estrema povertà.
Sei giovani e un sacerdote avevamo raggiunto l’Africa per rendere omaggio al missionario saveriano p. Pacifico Fellini, nostro compaesano spinedese, deceduto vent’anni fa in un tragico incidente stradale a Bukavu. Pensavamo fosse un gesto dovuto alla memoria di una figura di cristiano e di prete che merita di non essere dimenticata. Ma abbiamo scoperto che la memoria di p. Pacifico è più viva che mai nella città di Bukavu, tra le baracche di fango e di lamiera, nelle chiese che risuonano di canti e di danze, tra gli evangelizzatori di oggi che in questa regione martoriata del Congo raccolgono i frutti della semina degli evangelizzatori di ieri. Hanno seminato con abbondanza, fino a spargere il proprio sangue.
Mani sporche e cuore d’oro
Accompagnati dai saveriani, abbiamo percorso strade e rioni, abbiamo visitato dispensari e ospedali, scuole e centri nutrizionali, sempre inseguiti dagli sguardi indagatori di folle di uomini, donne e soprattutto dei bambini. Non dimenticheremo i loro occhi e le mani sporche e appiccicose, che cercavano le nostre, un po’ schifate, per ottenere una carezza, una caramella, una biro o una moneta… Mani sudice come i piedi, coperti di polvere e fango, confusi nell’immondizia abbandonata sulla strada. Innumerevoli piedi sporchi e piagati.
Pensavamo di aver portato una “bella offerta” a quella “povera gente”: quindicimila euro non è poco per due piccole parrocchie come le nostre. Invece, abbiamo guadagnato più noi dalla loro povertà, di quanto non abbiano ricevuto loro dalla nostra ricchezza. Sono tornato dall’Africa pieno di invidia. La vivacità e vitalità di quelle comunità cristiane, il loro gusto della preghiera e della liturgia, il loro senso di responsabilità e di servizio, la loro fiducia nella vita e nella grazia... fanno davvero venite “il mal d’Africa”!
Don Angelo, parroco di Spineda-Cividale, e padre Giuseppe Dovigo con i responsabili della comunità di base, alla quale i pellegrini hanno consegnato la somma per costruire la “sala della comunità”.
I pellegrini al seminario saveriano di Vamaro (da sinistra, in piedi): Maria Rosa, Lara e Alessandro, p. Faustino, don Angelo parroco di Spineda-Cividale, p. Pietro con tre seminaristi congolesi, fratel Lucio e Giorgio; (da sinistra, in basso): Mariagrazia, Paolo, frate Elia e Mattia. Maria Rosa, Lara, Alessandro e Mariagrazia sono pronipoti di padre Pacifico.
Dopo la celebrazione della Messa di suffragio, i pellegrini alla tomba di padre Pacifico, nel piccolo cimitero dei missionari, presso il seminario saveriano di Panzi (Bukavu), con p. Sebastiano Amato, superiore della comunità.








