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Tutti sappiamo, o dovremmo sapere, che Pasqua è il cuore della nostra fede cristiana, il segno più evidente della con-fusione di Dio con l’umanità. La Pasqua è quindi celebrata ogni anno con solennità, gioia e alleluia in ogni angolo della terra. La memoria della morte e risurrezione di Cristo è universale, ma le celebrazioni pasquali variano molto da una cultura all’altra, da differenti tradizioni e possibilità.
Ecco qui alcune delle mie indimenticabili Pasque in Sierra Leone.

Giovedì santo a Marampa, probabilmente il villaggio più cattolico della diocesi di Makeni. I pochi non-cattolici sono quasi invisibili e non organizzati. Lì ho costruito, negli anni ’80, la chiesa rotonda, su mio disegno, in onore di San Giuseppe. Dopo vari anni di ministero pastorale in quella comunità, ero riuscito a convincere 14 mariti a diventare “sacramentali” (cioè a ricevere la comunione eucaristica), pagando la dote alle famiglie delle loro mogli e a sposarsi in chiesa. Furono quattordici i matrimoni benedetti insieme, una festa totale e solenne, una torta nuziale unica al party dietro la chiesa, con cibo in abbondanza per tutti.
L’anno dopo, viene la settimana santa anche per loro. Alle otto di sera del giovedì santo, celebro l’Ultima Cena. La chiesa è piena. Dopo il vangelo della lavanda dei piedi, lavo e bacio i piedi di 6 mariti sacramentali. Poi chiedo a ciascuno di loro di lavare e baciare il piede della propria moglie, nel silenzio assoluto e sotto lo sguardo di tutti. Che Pasqua! Che esempio cristiano da vivere, là a Marampa!

Kabonka, un villaggio Limba all’interno della foresta, con quasi 700 persone. Molti i battezzati dai Saveriani. Quell’anno a me era stato dato l’incarico di essere il loro presbitero. Mi metto d’accordo con alcuni giovani di là e arrivo al villaggio alle 5 del mattino di Pasqua. Trovo già tutti lì, perfino i bimbi al seno delle loro mamme, seduti attorno ad un gran fuoco, il fuoco di Pasqua, in un religioso silenzio di aspettativa. Che meraviglia di chiesa! Mi vesto con il camice e la stola bianca, li saluto, spiego il significato dell’essere insieme nel buio ma con il fuoco e la luce di Dio. Tre dei miei giovani raccontano loro le vicende della Creazione, di Abramo, dell’Esodo. Tutti ascoltano con religiosa attenzione, anche se (forse) pochi capiscono. Ma è così bello essere lì, tutti insieme, per gioire del Cristo risorto. Intanto il tempo passa e l’aurora ci viene incontro verso le 6.30 con la luce del “primo giorno” pasquale. Con il cero nelle mie mani, andiamo tutti in chiesa per il canto solenne dell’Exultet, l’esplosione dell’Alleluia, l’Eucarestia del Signore, unico vincitore della morte. Che Pasqua per loro e per me!

Una decina di anni fa ero parroco a Fadugu, un grosso villaggio a 80 chilometri da Makeni, il centro della nostra diocesi. La Pasqua non è lontana e quindi mi do da fare per rendere la celebrazione il più possibile significativa, incominciando dal fuoco. Con l’aiuto dei miei ragazzi vado a raccogliere la legna necessaria da ardere. Lì si trovano tronchi ed assi abbandonati, destinati solo a marcire. Con tre viaggi e tutta la mattinata del sabato santo, porto a casa tanta legna da costruire davvero una piramide. Sarà alta non meno di tre metri. All’interno ci faccio mettere molta erba secca e tutta la carta straccia che avevamo ancora in canonica. Viene la sera. Accendiamo il fuoco, che subito si innalza verso il cielo, 8-10 metri. I piccoli e grandi della nostra comunità sono lì, in semicerchio, a ben condividere la luce ed il calore di Dio. Anche i non pochi passanti guardano e si meravigliano. Io benedico il fuoco. Da quello accendo il cero pasquale. Ed insieme ai fedeli entro in chiesa, nella luce di Dio, per proclamare con gioia l’Exultet della Sua Risurrezione. Si fa missione anche così, pasqualmente bene! Buona Pasqua…



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