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“Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà. Avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo condusse a una locanda e si prese cura di lui” (Luca 10, 33-35).

Otto ragazzi, provenienti da varie regioni d’Italia, hanno vissuto questa esperienza e hanno raccontato ciò che hanno vissuto a Siracusa (16-27 agosto). In questa pagina pubblichiamo la riflessione di Gaia Mattei.

Partendo per Siracusa, per il mio primo campo missionario con i migranti, non avevo molte aspettative su ciò che sarebbe stato, ma posso dire lo stesso, per fortuna, anche dei nostri animatori!

La vita per il prossimo…

Dei dodici che eravamo, saveriani e laici, provenienti dagli ambienti più disparati, conoscevo p. Alberto, con la sua straordinaria esperienza nelle periferie del Brasile, e Matteo, che partecipava con me alle nostre piccole riunioni anconetane di Mission Possible.

La prima cosa che mi è rimasta impressa di questo viaggio è stata la conoscenza di persone che hanno deciso di dedicare la vita al prossimo, ma facendo sul serio. Io, che sono andata per imparare, mi son sentita subito molto piccola davanti a certe situazioni. Ricordo ad esempio il primo giorno, in cui ci siamo trovati di fronte a una ragazza in lacrime a cui era morta la madre lontana, che andava consolata. Nessuno saprà mai quali sarebbero state le parole giuste, ma qualcuno ha provato a dirle.

Restare a costo di sentirsi intrusi

Sono venuta per servire e sono stata servita, per ascoltare e mi son trovata bisognosa d'ascolto; perché non è stato facile andare all'incontro con i migranti, persone di cui volevamo conoscere l'umanità.

Mi chiedevo: Lo voglio veramente? O basta uno sguardo diffidente o ferito per farmi desiderare di essere altrove?

Poi ho capito che, innanzitutto, bisogna accettare questa diffidenza e non pretendere che l'incontro avvenga. L'importante era restare, esserci, ascoltare, a costo di sentirsi "intrusi", né ospiti, né ospitanti. Ho conosciuto donne che hanno alle spalle un passato di violenze, madri con bambine e ragazze che vivono nella miseria e nella regressione. E assumono un ruolo di adolescenti lagnose in una struttura statale che le accoglie, ma non dà loro gli strumenti per prepararsi a un progetto di vita futuro, in eterna attesa di permessi e documenti. Cosa si aspettavano da noi? Mi è stato anche chiesto se prendessi soldi per essere lì.

Quanto è più facile mandare vestiti e pacchi, aiutare dietro le quinte!

Quando tornerete?

Invece, come per miracolo, dopo mattinate di "body-care" in cui mettevamo smalti e sistemavamo treccine, ecco che Osas mi ha aperto il cuore, facendomi entrare nella sua stanza, lasciandomi tenere il bambino Immanuel e spiegandomi che io ero una sua grande amica.

Poi l’ha seguita Tina, che mi ha parlato del suo passato nel suo villaggio e altre che mi hanno detto dei loro desideri. Così, piano piano, ho fatto delle amicizie. E col passare dei giorni, continuavano a tornare sotto il portico dove avevamo disposto i tavolini con gli smalti.

L'ultimo giorno in molte mi hanno chiesto il numero (una ragazza anche quello di mio fratello!) e volevano che io insegnassi loro l'italiano. Ho iniziato a improvvisare foglietti con le parole e la loro traduzione a fianco e quando era ora di partire, tutte ci hanno chiesto quando torneremo. Ancora adesso ricevo i loro messaggi.



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