Camminando per le strade del nostro tempo
A distanza di poco tempo mi è capitato di confrontarmi con due persone che si dicono atee. Con sfumature e stili diversi, ma abbastanza simili nella sostanza. Entrambe sono adulte e italiane. La prima semplicemente non crede, non conosce, non pensa che ci sia Qualcuno, Qualcosa dopo la morte. La religione non fa parte della sua vita, senza rancore, semplicemente non c’è mai stata, forse solo negli anni scolastici come una delle tante discipline del menù. Natale e Pasqua festività di famiglia, certo, ma non hanno un’implicazione spirituale. A suo modo di vedere, quando lasceremo questo mondo, non ci saremo più; le tracce che rimangono di noi saranno solo ricordi personali di familiari e amici. C’è quasi ingenuità nell’esprimere certe opinioni, non c’è malizia, ironia o sarcasmo. Semplicemente, questo è il modo di vedere e interpretare la vita per sé e per i propri figli. Non c’è il bisogno di sentire, provare, affidarsi ad altro. Non c’è nemmeno spazio per certi aspetti, talvolta considerati di ‘facciata’. Non interessano i sacramenti, non c’è il bisogno di appartenere a una comunità, se non a quella umana. Non c’è nemmeno una motivazione politica, ideologica alla base di queste scelte. Parlando, serenamente, trovavamo visioni comuni sull’educazione dei figli e sulla vita. Eppure…
Mi sono venuti in mente i tanti saveriani che in situazioni simili si sono imbattuti in altri contesti, quando era necessario (e lo è ancora) il cosiddetto Primo Annuncio. Certo, cambia tutto: cultura, conoscenza, nazione, continente. Ma, davanti agli atei nativi o acquisiti del 2023, come ci comportiamo? Qual è il Primo Annuncio che un credente, un missionario può mettere in atto? Non per fare proseliti, non per convincere, ma per mettersi dialogo, per trovare un terreno comune di azione e di condivisione di valori che sono di tutti, non solo dei credenti.
La seconda persona aveva tratti già sperimentati: un po’ di altezzoso distacco, la considerazione che il Vangelo sia racconto di una bella storia, ma che finisca lì, una presa di distanza acquisita in età adolescenziale, un rispetto per la scelta di altri, compresa quella della moglie a cui affida anche l’educazione religiosa delle figlie senza ostacolarla. È stato più complicato non polemizzare, astenersi dal controbattere, dall’evidenziare alcune contraddizioni. Però, sono uomini e donne che vivono il nostro tempo, i nostri luoghi… digiuni, per scelta, di cultura religiosa, privi di quella fede che ci è stata trasmessa e che abbiamo conosciuto, pronti a strizzare l’occhio a un certo modo di giudicare l’istituzione Chiesa.
Il Sinodo voluto da papa Francesco, anche per intercettare questi mondi e ancora in corso, ha intrapreso un cammino. L’impressione è che il lavoro di applicazione sia ancora tutto da scrivere e creare. Come si possono collocare i missionari in tutto questo, con quale ruolo?








