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LA PAROLA
Quando Gesù vide il notabile andarsene triste, disse: “Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!”. Quelli che ascoltavano dissero: “E chi può essere salvato?”. Rispose: “Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio”. Pietro allora disse: “Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito”. Ed egli rispose: “In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà”. Poi prese con sé i Dodici e disse loro: “Ecco saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo: verrà infatti consegnato ai pagani, verrà deriso e insultato, lo copriranno di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà”. Ma quelli non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto (Lc 18,24-34).

La verità del Vangelo non è data una volta per tutte. Luca ce l’ha dimostrato più volte, per esempio attraverso la reazione dei discepoli di fronte alle parole e ai gesti di Gesù: spesso non li comprendono, li fraintendono o le usano a proprio vantaggio. Lo avevano seguito, forse un po’ troppo frettolosamente, senza rendersi conto di quale avventura li attendesse. Si erano giocati tutto: lavoro, famiglia, affetti più cari. 

Avevano visto segni prodigiosi, ascoltato i suoi insegnamenti e fatto domande che la folla non si sognava di fare. Eppure la conclusione di Gesù di fronte al notabile che se ne va via triste perché non vuole condividere i propri beni, li lascia interdetti. Perché è così difficile che un ricco entri nel regno dei cieli? Non bastava che quell’uomo fosse un fedele praticante dei comandamenti? Di fronte allo sconcerto degli ascoltatori Gesù alza il livello della questione: “Ci si può salvare da soli?”. Detto in altre parole: basta praticare la Legge, dare le proprie ricchezze ai poveri, per vincere il male che c’è nel mondo? No, dice Gesù, da solo l’essere umano non ce la fa, ci vuole l’intervento di Dio. Eppure Pietro pare convinto del contrario: “Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito”, come a dire: “quindi la salvezza l’abbiamo assicurata”.

Gesù non lo contraddice, anzi, gli promette forse un po’ ironicamente sovrabbondanza di ricchezze affettive e materiali. Magari ci sarà qualcuno che sarà molto contento di lasciare una casa e di averne in cambio cento, ma è senz’altro un po’ imbarazzante pensare che potrebbe succedere lo stesso con moglie, figli e fratelli! Queste parole però non vanno prese alla lettera, l’idea che vi soggiace è che quando l’essere umano offre ai bisognosi ciò che ha, Dio poi lo moltiplica in modo smisurato. 

Solo alla luce dell’annuncio della passione, che viene subito dopo, si riesce a tessere un filo tra l’impossibilità di salvarsi da soli e l’esigenza inderogabile di praticare i comandamenti e condividere i propri beni, fosse anche una briciola, come la vedova del tempio. Quel filo è fatto della croce e risurrezione di Gesù. Solo la croce - la grazia, direbbe l’apostolo Paolo - salva definitivamente dal male perché soltanto Cristo lo attraversa fin nel suo risvolto più tragico, cioè la morte, e lo vince per noi e con noi. 

È la terza volta che Gesù ripete questo annuncio, segno che è fondamentale e duro da mandar giù. Tant’è che gli apostoli ancora una volta non lo capiscono e brancolano nel buio. Pure loro, come il notabile, sono presi dalla tristezza. Com’è possibile che la sconfitta della croce diventi una vittoria? Com’è possibile un Messia così debole? Alla resa dei conti perdere un modo di considerare Dio - un tesoro a cui siamo molto attaccati - pare molto più difficile che perdere il conto in banca. Alla conversione del cuore occorre affiancare quella della mente, vale a dire, far passare i cammelli per le crune degli aghi.



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