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Camerun-Ciad: Per rinnovare la missione

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Dobbiamo rinnovare il missionario.

I saveriani sono in Camerun e Ciad da vari anni. A Yaundè c’è una delle comunità saveriane internazionali per lo studio della teologia.

Perché volete cambiare la missione?

Non parliamo di "cambiare", ma di "rinnovare" la missione.

Cosa significa?

Rinnovare la missione significa fare in modo che la missione sia, veramente ed effettivamente, "buona notizia".

C'è una missione che non è "buona notizia"?

Sì, è "buona notizia"…; ma abbiamo portato anche un sacco di altre cose. Cose che appesantiscono la chiesa e la fanno sembrare vecchia prima del tempo. A volte, invece di evangelizzare, vengono trasmesse tante nozioni che non coinvolgono in profondità la vita delle persone; si ha l'impressione che il catecumenato sia ridotto all’insegnamento di una "dottrina", a una serie di tappe in cui i sacramenti si succedono in modo automatico.

Io credo che il dono più bello che possiamo fare alla chiesa sia, ad esempio, aiutarla a fare in modo che il catecumenato diventi un autentico cammino di vita, in cui le persone sono aiutate a maturare nella vita personale, spirituale e sociale.

In pratica, cosa si deve fare?

Parlo per noi saveriani, ma vale per tutti i missionari. Rinnovare la missione significa mettere l’annuncio prima di ogni altra cosa. Questo, poi, non esclude la necessità di lavorare anche per il dialogo, la solidarietà e la giustizia sociale.

Sappiamo bene che ci sono realtà diverse e che ogni situazione richiede metodi diversi. Ma una cosa è certa: non c’è evangelizzazione se non viene annunciato Cristo, il suo nome, la sua persona, la sua vita. Bisogna portare il vangelo in tutti gli aspetti della vita delle persone: la nascita e la crescita, la gioia e il dolore, il matrimonio, il lavoro, la morte eccetera.

Il vangelo è rimasto fuori dalla vita?

È così. Per esempio, ci sono zone in cui anche i cristiani si rivolgono agli stregoni per scacciare i loro mali. Essi non vedono ancora Cristo come colui che può dare una risposta, un senso profondo ai loro problemi più veri. C’è ancora molto da fare. Dobbiamo dedicare tempo e risorse a queste persone. Dobbiamo aiutarle a sentire l’amore di Dio e a capire che Cristo non si è limitato a parlarci del dolore, ma l’ha veramente sperimentato su di sé, per mezzo della croce, quando è sceso in mezzo a noi.

E come pensate di rinnovare la missione?

Per rinnovare la missione credo che, innanzitutto, si debba rinnovare la vita del missionario. Il missionario del terzo millennio deve essere una persona profondamente radicata in Cristo e sostenuta da una forte spiritualità. Non si tratta di quantità. Qualcuno potrebbe anche pregare tanto, recitare un’infinità di rosari, ma se poi è intrattabile con gli altri o non partecipa alla vita comunitaria, che senso hanno le sue preghiere e i suoi rosari?

Spiritualità significa entrare nella visione di Cristo, nel suo modo strano di condurci attraverso la misteriosa dinamica pasquale della vita, che passa anche attraverso la sofferenza e la morte. Perciò anche gli spazi di silenzio, gli esercizi spirituali, i tempi di preghiera… sono necessari e non possono essere sostituiti da sessioni di studio. Anche queste sono utili, ma sono un’altra cosa.
Senza una profonda spiritualità alla base, anche le motivazioni potrebbero non reggere.

Riuscirai a convincere i saveriani a rinnovare la vita?

Credo che questo sia il lavoro più importante per noi superiori. Qualcuno ci ha detto che noi siamo i primi responsabili nella formazione dei confratelli missionari. Non credo. Ognuno è il primo responsabile di sé stesso. Però, come promotori e animatori, è nostro dovere partecipare agli incontri di comunità, preoccuparci della loro spiritualità, stimolarli a coltivare sempre questo aspetto importante della loro vita. Perché trascurare la preghiera e gli esercizi spirituali è come una forma di suicidio spirituale. Se noi non coltiviamo la spiritualità, come possiamo andare avanti? Dove troviamo le motivazioni per annunciare il vangelo alle genti?


Vocazioni saveriane in Africa

Da alcuni anni i saveriani accolgono vocazioni africane. I saveriani africani sono 27: undici congolesi sono già sacerdoti e sedici sono studenti del Congo e del Camerun.Le giovani vocazioni provengono soprattutto dalle nostre missioni e scuole. Quasi in ogni missione c’è il gruppo vocazionale, cui partecipano suore, sacerdoti e laici.

Alcuni saveriani si dedicano proprio all'attività di animazione vocazionale. A Kinshasa, i saveriani hanno il noviziato per i giovani del Congo e del Camerun che si preparano a diventare saveriani. Attualmente vi sono tre giovani del Congo e sei del Camerun. Noi proponiamo ai giovani i valori della donazione e della fraternità. E credo che questi valori vengano anche recepiti.

Si tratta di affrontare la missione come partenza, come esodo dalla propria terra: per loro è un bel salto culturale.



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