Brasile: Conferenza dei Popoli Indigeni
Un minuto di silenzio per ricordare gli indios assassinati.
Poi gli applausi. Così la Conferenza sui Popoli Indigeni si è differenziata dalle altre finora presentate al Secondo Forum Sociale Mondiale. Del resto è proprio del rispetto di ogni differenza di cui si parlava al dibattito, che ha visto la partecipazione di circa 1.500 persone, tra delegati e centinaia di indigeni brasiliani, messicani, peruviani, boliviani ed ecuadoriani.
"Un altro mondo è possibile solo se è plurale, diverso e "conclusivo", che rispetti anche la diversità dei popoli indigeni", ha detto durante il suo intervento l’indigena ecuadoriana Blanca Chancoso, rappresentante della Confederazione delle nazionalità indigene. Secondo la Chancoso, il movimento indigeno dell’America Latina è senz’altro cresciuto ed è riuscito ad ottenere alcune conquiste anche a livello di Costituzione nei singoli Paesi. Ad esempio, in Ecuador, le nazioni indigene sono riconosciute e la lingua indigena è stata innalzata al livello della seconda lingua nazionale.
"Il problema, però, è che molte di queste leggi non vengono rispettate. Non vogliamo concessioni dell’ultimo minuto né elemosine, ma che ci riconoscano in termini di uguaglianza come persone e nazioni. Che gli organismi internazionali, incluse le Nazioni Unite, ci riconoscano come popoli". La Chancoso ha quindi insistito sulla necessità di far cadere ogni pregiudizio, in primo luogo quello che vede il contributo indigeno solo dal punto di vista culturale. "Non siamo degli addobbi; siamo attori di diritto anche a livello politico".
La parola è poi passata ai delegati del Brasile che hanno subito affrontato la questione dell’Istituzione di Stati plurinazionali, vietata dalla legislazione del Paese di provenienza. "Da più di 10 anni lo Statuto dei popoli presentato dagli Organismi indigeni è fermo al Congresso, perché dicono i politici, va contro l’unità nazionale", ha protestato l’indio brasiliano Aurivan dos Santos, del popolo Truká. Dos Santos ha criticato la politica indigena del Governo del presidente Fernando Henrique Cardoso perché finisce sistematicamente per favorire gli invasori delle terre indigene (fazendeiros, ricercatori d’oro, imprese) e far crescere i conflitti e la violenza.
L’anno scorso sono stati uccisi 10 indigeni. In un documento firmato da circa 300 leader indigeni brasiliani e presentato durante la conferenza, è stato chiesto che le politiche dei Governi assicurino l’autonomia dei popoli dentro il loro territorio tradizionale, riconoscendo le loro culture, credenze, costumi e tradizioni.
Ma non solo. I Governi sono stati sollecitati a rispettare le proprie Costituzioni, garantendo le politiche sociali differenziate, con ampia partecipazione dei popoli indigeni in tutte le tappe di discussione e a firmare la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che regola i rapporti tra gli Stati e i popoli indigeni.
Il documento finale
Resistenza al neoliberismo, al militarismo, alla guerra: per la pace e la giustizia sociale.Questo il titolo del documento finale del Forum sociale mondiale di Porto Alegre, città del Rio Grande do Sul. "Di fronte al continuo deterioramento nelle condizioni di vita dei popoli – recita il primo punto del testo – noi, Movimenti sociali del mondo intero siamo qui a dispetto dei tentativi di spezzare la nostra solidarietà. Ci incontriamo di nuovo per continuare le nostre lotte contro il neoliberismo e la guerra, per confermare gli accordi dello scorso Forum e riaffermare che un altro mondo è possibile. Siamo diversi: donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni, contadini e urbani, lavoratori e disoccupati, senza casa, anziani, studenti, persone di ogni credo, colore. L’espressione di questa diversità è la nostra forza e la base della nostra unità.
Siamo un Movimento di solidarietà globale, unito nella nostra determinazione di lottare contro la concentrazione della ricchezza, la proliferazione della povertà e delle ineguaglianze e la distruzione della nostra terra. Questo sistema produce il dramma quotidiano di donne, bambini e anziani che muoiono di fame, dell’assenza di cure sanitarie e di malattie che potrebbero essere prevenute. Intere famiglie sono obbligate a lasciare le loro case a causa delle guerre, dell’impatto del mega sviluppo, della mancanza di terra e in presenza di disastri ambientali, disoccupazione, attacchi ai servizi pubblici e distruzione della solidarietà sociale. Al Sud come al Nord forti lotte e resistenze stanno nascendo per far valere la dignità della vita".
"Rifiutiamo la schiavitù e lo sfruttamento dei bambini. Sosteniamo le lotte dei lavoratori e dei sindacati contro la flessibilità del lavoro e i licenziamenti e chiediamo nuovi diritti internazionali per i lavoratori e le lavoratrici delle multinazionali e delle loro fornitrici, in particolare il diritto alla libertà sindacale e alla contrattazione collettiva. Il debito estero dei Paesi del Sud è stato già pagato più volte. Il debito, illegittimo, ingiusto e fraudolento, funziona come strumento di dominio, toglie ai popoli i loro fondamentali diritti umani con il solo scopo di aumentare l’usura internazionale.
Chiediamo la cancellazione incondizionata del debito e la riparazione dei debiti storici, sociali ed ecologici. I Paesi che chiedono il rimborso del debito hanno intrapreso lo sfruttamento delle risorse naturali e intellettuali del Sud. Acqua, terra, cibo, foreste, semi, la cultura e le identità dei popoli sono beni comuni dell’umanità per le generazioni presenti e future. Noi – conclude il documento – vogliamo rafforzare il nostro movimento attraverso azioni e mobilitazioni comuni per la giustizia sociale, per il rispetto dei diritti e delle libertà; per la qualità della vita, l’uguaglianza, la dignità e la pace".








