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Bibbia in Africa: Congo, la bibbia nel conflitto

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Per ricostruire la pace, la democrazia

Prima che le immagini della guerra prendessero il sopravvento, nella mia memoria, associavo il Congo alla figura del catechista seduto sulla soglia della capanna, sul far della sera, intento a leggere la Bibbia, suo unico libro. Nella povertà dei mezzi di comunicazione, splendeva la verità della parola evangelica: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio”.

Comunità attorno alla Parola, da 25 anni

2006 10 Bibbia3Dall’inizio degli anni ’80, la chiesa congolese aveva fatto la scelta delle “cev” - le comunità ecclesiali viventi, riunite attorno all’ascolto e alla pratica della Parola di Dio. Ascoltando i commenti dei cristiani riuniti e vedendo il loro impegno attivo, riconoscevo la verità della promessa divina: “effonderò il mio Spirito su ogni essere umano” (At 21,17).

La solidarietà gioiosa e disinteressata, senza frontiere tribali, che nasceva da quelle riunioni, era il messaggio che parlava ai non cristiani e li spingeva a interessarsi e avvicinarsi. Così, per osmosi, la comunità cristiana si arricchiva di nuove presenze. La bibbia accompagnava e faceva avanzare il cammino della comunità, che era allietata - ogni domenica o più raramente - anche dall’Eucaristia.

Certo, talvolta capitava che l’animatore prendesse la scorciatoia di un legame un po’ troppo immediato tra la Parola e le necessità della comunità, così da far pensare a un utilizzo, più che a un ascolto obbediente. “Chi non vuole lavorare neppure mangi”, era la lettura scelta un giorno da un animatore, per convincere tutti a trasportare la sabbia per costruire il centro comunitario...

La bibbia, tradotta in swahili, divenne accessibile per tanti. Un catechista però osservava: “Se questo non si accompagna a una formazione biblica, può essere dannoso. Chiunque potrà credersi maestro e cominciare a predicare a suo modo”. In effetti - ma non certo a causa di questo - sono venuti gli anni della proliferazione delle sette, alcune venute e finanziate da lontano, altre nate localmente.

Ma soprattutto con le antiche confessioni cristiane, di fronte all’emergenza della situazione, in tutti gli anni di guerra e fino a oggi, c’è stata una forte collaborazione per il bene della popolazione, una testimonianza di unità negli obiettivi, al di là delle diversità di credenze.

La Bibbia nel dramma della guerra

Durante la guerra, molte bibbie sono andate bruciate negl’innumerevoli incendi di villaggi. In fondo, era normale che il Dio incarnato nella Parola bruciasse insieme ai suoi figli: un unico sacrilegio, migliaia e migliaia di volte ripetuto.

Rifugiata in foresta e priva di ogni sostegno, la gente ha alimentato il suo coraggio soprattutto nella spiritualità personale. Se nei nascondigli c’era un prete, veniva celebrata anche l’Eucaristia. Qualcuno andava ogni tanto clandestinamente in città, a cercare vino e pane per la Messa.

Certi oppressori, prima di saccheggiare e uccidere, hanno deriso la fede e la corona del rosario, di cui si cingeva la povera gente: “non riuscirà a salvarvi!”, dicevano. Hanno anche manipolato la Parola, chiedendo alla popolazione di dimenticare i massacri, in nome del “perdono evangelico”, della “sopportazione cristiana”...

I testimoni più alti di fede nella Parola hanno invece rischiato la loro vita, per dare coraggio al popolo e anche per recuperare al bene gli operatori di male. Erano forti della testimonianza di Cristo e della certezza che Dio avrebbe avuto l’ultima parola sulla loro vita e sulla storia. Ora si cominciano a raccogliere le loro storie, che sono anche storie di una Parola creduta fino in fondo.

La bibbia ha dato parole alla preghiera sofferta della gente. Le suore congolesi, che avevano subito il massacro di otto di loro (1996-1998), pregavano con le parole dei salmi dei perseguitati. L’attesa della risposta di Dio ha messo alla prova e purificato la fede di tanti. Mai come in Congo, ho capito perché tante volte nei salmi ricorre la domanda: “Signore, fino a quando?”. Era proprio quella la drammatica domanda che era sulla bocca di tanti.

Le donne sfollate in città - dopo lutti e fame, fughe e vita disagiata in foresta, stupri e umiliazioni - dichiaravano di trovare la forza nella certezza che “Dio non le aveva abbandonate”. Ma come, in mezzo a tante “disgrazie”? Solo la fede può suscitare tali parole e farle comprendere.

Aver attraversato due guerre senza perdere la fede, vuol dire aver compreso la responsabilità umana negli eventi ed essere entrati nello spirito della figliolanza, che prega e chiede senza dare ultimatum. Molti cristiani hanno camminato nella via indicata da Giuditta (8,12-17) agli anziani della città, che avevano dato un ultimatum a Dio: “Chi siete voi, che avete tentato Dio?… Se egli non volesse soccorrerci nel periodo di cinque giorni, egli ha il potere di difenderci nei giorni che vuole… Perciò attendendo con costanza la salvezza che viene da lui, invochiamolo in nostro aiuto ed esaudirà il nostro grido, se a lui piacerà”.

Dopo la guerra, per vivere in fraternità

In molte parti del Congo, gli sfollati e i profughi stanno tornando nei loro villaggi e città. In varie zone dell’est, però, a causa degli attacchi di bande armate, la gente ancora fugge nella foresta. Il calare della sera non significa più il dolce riposo nella lettura della Bibbia, ma prepararsi a dormire fuori, fra i cespugli, al freddo e sotto la pioggia. In queste zone più interne, sono le piccole comunità che sopravvivono grazie al lavoro diretto di Dio, perché spesso anche i preti, per timore, ci vanno raramente e le suore le hanno disertate da tempo.

Fino a oggi, molti cristiani congolesi leggono la bibbia credendoci, interrogandosi, cercando di capire e di legarla con la loro esperienza. Le comunità ecclesiali viventi vivono ancora e restano spesso l’ultima risorsa di tanti impoveriti, che si levano nell’assemblea per chiedere un aiuto. E salta fuori un tetto, un piatto di cibo condiviso, anche se la maggior parte della gente fa fatica a sopravvivere.

La bibbia è un fuoco che brucia

Naturalmente, il panorama del rapporto tra bibbia e popolo di Dio nell’est del Congo non è uniforme. C’è chi, pur amando Cristo, non riesce a mostrare il legame tra il suo messaggio e la storia in corso. Altri si esauriscono in una concretezza sganciata dalla Parola, che non scalda il cuore né alimenta la vita. E c’è chi riesce, per grazia, a legare Parola e vita e dà così respiro alle comunità. Ora il popolo tenta di riprendere il cammino, dopo il passo tanto atteso delle elezioni. La sua grande risorsa consiste proprio in questo: ha vissuto e continua a vivere tutti gli eventi quotidiani, insieme a Dio e con il cuore attento alla sua Parola.

Nelle recenti elezioni, la giovane chiesa congolese ha assunto un atteggiamento rispettoso di Dio e del popolo: non ha indicato nessuno fra i candidati o fra i partiti, lasciando che ciascuno facesse la sua riflessione. Certe sette, invece, hanno presentato e sostenuto un loro candidato; altre hanno detto ai loro fedeli: “Dio ha già scelto il presidente, inutile affannarsi a pensare”.

A Bukavu, nella grande missione di Kadutu, i giovani si riuniscono quotidianamente per pregare e meditare insieme la bibbia. Due volte alla settimana percorrono i quartieri per portare conforto e, per quanto possono, soccorrono i malati più poveri. Alcuni di loro stanno cercando di recuperare delle giovani minorenni avviate alla prostituzione. Noi missionarie e missionari abbiamo detto loro: “Non vi toglieremo la fierezza del vostro impegno gratuito, dandovi aiuti economici. Sappiamo che, per uscire puri dal fango, ci vuole una forte spiritualità. Perciò abbiamo pensato a una bibbia per ciascuno di voi”. I loro occhi hanno sfavillato di gioia.

La bibbia è fuoco che brucia. Starne lontano, ci può far morire di freddo e di buio; afferrarla e usarla per i propri interessi, lascia ustionati. La bibbia domanda rispetto.


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