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Berat, l'incerto trova spazio nell’esperienza

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Proiettarsi in un Paese in via di sviluppo, con l’idea di “dispensare aiuto”, in realtà nasconde inconsciamente la presunzione di chi prende ferie con la convinzione di “colonizzare”. La proposta di andare a Berat, in un centro estivo, può essere una lama a doppio taglio. Tuttavia, si è costretti a fare questa esperienza per poterla integrare davvero.

Ritrovarsi in undici, quasi tutti sconosciuti, provenienti da Udine a scaglioni, in una città sperduta dell’Albania di nome Berat, può suscitare l’emozione dell’incognito e dell’avventura. Un gruppo eterogeneo di persone, tra i 14 e i 75 anni con esperienze diverse, coordinato da due suore italiane, ma albanesi d’adozione, potrebbe essere erroneamente scambiato per la trama di un film. Ho iniziato l’avventura con la consapevolezza che solo l’incerto avrebbe trovato spazio in questa esperienza.

Il mio Centro Estivo è iniziato ufficialmente con l’attesa apertura dei cancelli del campetto da calcio. Già dalle 7 ci aspettava un gruppo di ragazzini dall’età indefinibile. Sono rimasto impressionato dal fatto che, nonostante il taglio estivo, gli infradito ai piedi per giocare a calcio o le magliette bucherellate dal tempo, parlassero fluentemente l’inglese. Io, invece, usavo gesti, sostantivi tronchi o improbabili reminiscenze scolastiche. Guardandoli giocare, la chiave di lettura delle loro dinamiche si è fatta subito chiara: esprimere qualsiasi concetto urlando e, laddove non vi era una supremazia riconosciuta, i più bulletti rifilavano una spinta al compagno designato. Come da copione, l’interlocutore incassava il colpo in attesa del proprio momento di rivalsa; di rado finiva contraccambiando l’attenzione ricevuta.

In un gruppo di 30 bambini appassionati di calcio, uno ha attirato la mia attenzione perché poteva sembrare a rischio. Era smilzo, alla ricerca di rassicurazioni dall’adulto e di conferme dopo i gol segnati. Aveva anche uno ‘strano’ comportamento collaborativo, per cui si rendeva disponibile a portare la borsa con palloni e pettorine. Il gruppo, invece, era interessato solo a giocare, concentrato singolarmente a segnare o a far segnare la propria squadra. Non c’era spazio per schernire il prossimo. Inutile imporre le proprie regole: loro volevano solo giocare, tirare fuori tutta l’energia che avevano dentro, correndo, segnando e imitando le gesta dei loro idoli calcistici.

Le magliette lanciate sui gradoni e gli oggetti personali lasciati con disinvoltura all’interno del campetto da gioco sono una chiara testimonianza dell’educazione familiare: le famiglie non fanno seguire le regole della scuola e assecondano il disordine, anche comportamentale, dei figli, esprimendosi con gli strumenti a propria disposizione.
Il pranzo rigorosamente a base di aglio - con il tocco dello Chef, suor Rita - era la giusta ricompensa contro il caldo rovente della mattina. Nel tardo pomeriggio, dopo la libera uscita, la condivisione e la Messa erano i due momenti cult della giornata. Difficilmente scampavi ad entrambi: se ne evitavi uno, inciampavi sicuramente nell’altro. Ma quasi sicuramente eri precettato per tutti e due.

Suor Rita, settantotto anni, trenta di Albania, ha forse un destino già scritto nel suo diario di vita, proveniendo da un paesino della Calabria di minoranza albanese. Timidamente sorridente, compita, con lo sguardo sempre basso, di poche parole, se non per “ordinarmi” di portare in cucina prima questo e poi quello, senza neppure la difficoltà di dover imparare il mio nome. Un’intesa e un prendersi in giro fin da subito, come se ci conoscessimo da anni. Verso la fine della nostra esperienza ha sentito il desiderio di condividere con noi la sua storia personale, ed è stato molto emozionante. Era una bambina rimasta troppo presto senza papà che, per studiare, fu costretta ad andare da una zia; quest'ultima, in realtà, cercava solo qualcuno che l’aiutasse nelle incombenze domestiche. La giovane Rita decise di ritornare a casa, tra la miseria, ma circondata dal vero amore, per poi partire a diciassette anni seguendo la vocazione. Poco tecnologica, tra l’insegnamento nella scuola privata, la gestione della casa e i manicaretti a base di aglio “vivo”, c’è poco spazio per usare il cellulare che, però, sembra tenere da qualche parte.

Suor Maria, settantasei anni, venticinque di Albania, è il Boss. L’unica persona che ho visto capace - maestre e bidella comprese - di mettere in fila i bambini su due file con due parole in croce. Veniva ascoltata per il suo essere e non per ciò che esprimeva. Più di una volta ci ha detto: "Io parlo in albanese con le maestre, ma loro mi dicono di parlare in italiano così mi capiscono...". Umile. Lapidaria, concreta, di poche parole e, quando capitava di essere il fortunato ‘battezzato’ di turno, ti servivano due giorni di riflessione per assimilare le sue parole. Una mente aperta e di forti principi, con la quale poter parlare di psicosomatica, Cosmo e coscienza cristica. Guai, però, ad arrivare in ritardo a Messa o alle preghiere. In quel caso bastavano due parole per… cresimarti. La voce era sempre pacata, con un atteggiamento di apertura. Se è necessario fare una cosa, la si fa anche mediando, senza mai imporsi per partito preso.

I volontari partiti dall’Italia hanno portato a casa ben più del peso dei loro bagagli o di quanto siano riusciti a dare. La sera, invece di andare a dormire, rafforzavamo la nostra unione con un ulteriore momento di condivisione: in ogni istante della giornata e all’imbrunire c’era la voglia di stare assieme, ricercando complicità e raccontando qualsiasi accaduto della giornata.

L’esperienza a Berat è stata più unica che rara: un'oasi di povertà cullata dall’amore senza invadenza di chi ha donato la propria esistenza al prossimo, vivendo quotidianamente le difficoltà di un Paese che vuole risorgere, ma che resta strozzato dalle logiche di potere. Il grande lavoro missionario in Albania, da nord a sud, è inestimabile, caratterizzato da dinamiche e realtà completamente diverse, sconosciute anche a chi vi si approccia da semplice pellegrino. 

La fortuna e le maggiori opportunità di Tirana si riflettono persino nelle magliette offerte nei propri centri estivi. Scutari gode del fatto di essere l’ombelico missionario della Chiesa in Albania. Ma solo Berat ti riporta a quella sensazione caritatevole che è l'espressione pura di Madre Teresa.
La parte più difficile è stata verso la fine del viaggio quando, senza accorgerti, inizi a vedere con gli occhi dell’altro e ti ritrovi con un bagaglio più grande ma pesante. La chiamano empatia. Sentire Suor Maria dire: "Voi domani andrete via e noi saremo qui, noi due di nuovo sole...". Con gli occhi accesi e le pupille vibranti. Da sempre l’attaccamento e il lasciar andare è una lezione di vita.



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