Basta un banco e il cappello
Per essere utili alla chiesa
A metà ottobre 1537, il Saverio lascia Vicenza, insieme a Bobadilla. Passando per Padova e Ferrara, arrivano a Bologna e prendono posto nell'ospedale di S. Maria dei Servi, che ospitava poveri, vagabondi e pellegrini. Per la Messa vanno nella vicina chiesa di san Domenico. Per interessamento di una signora che era rimasta colpita dalla sua devozione, al Saverio viene chiesto di prendersi cura della parrocchia di S. Lucia e di risiedervi. Francesco accetta, a condizione di poter mendicare il necessario per vivere.
In cerca di giovani “compagni”
I due compagni restano a Bologna fino a metà aprile dell'anno successivo. Il Saverio cerca giovani universitari disposti a unirsi alla Compagnia . Passa la giornata a confessare, a visitare i poveri e i carcerati, a insegnare catechismo ai bambini e agli adulti. Spesso predica nelle piazze di Bologna. Brodrick, il biografo del Saverio, scrive: “Francesco radunava gli uditori in maniera poco accademica: saliva su un banco e agitava il cappello, gridando ai passanti di accorrere ad ascoltare la parola di Dio. Spesso suscitava le risa, ma poi il fervore che gli brillava negli occhi e che si sprigionava dalle labbra, anche se inceppate da qualche vocabolo, arrivava dritto al cuore”.
Le fatiche apostoliche, i sacrifici e le penitenze volontarie avevano inciso sullo stato di salute del Saverio. In febbraio 1538 si aggiunge un forte attacco di febbre quartana, un tipo di malaria. In questa situazione, riceve da Ignazio la richiesta di trasferirsi a Roma con gli altri compagni .
La sosta a Bologna non porta i frutti sperati nelle vocazioni. Solo un giovane prete spagnolo si unisce al Saverio. Ma questi primi mesi di vita sacerdotale fanno emergere le grandi capacità del Saverio nell'apostolato. È apprezzato da tutti, anche dai nobili benestanti, che daranno supporto economico alle future attività dei gesuiti, in città e in missione.
“L'Italia è la vostra Terra santa”
A metà aprile 1538, Saverio e gli altri compagni venuti da Ferrara lasciano Bologna per Roma, via Firenze e Siena. Fanno tutto il tragitto a piedi, elemosinando il cibo, praticando la carità e dormendo negli ostelli. A Pasqua, il 21 aprile 1538, erano già a Roma con tutti gli altri compagni . Inizia il “periodo romano” del Saverio: due anni pieni, da aprile 1538 ad aprile 1540. Si accampano in una casa vicino a Piazza di Spagna. In giugno, si spostano vicino a Ponte Sisto e da ottobre in via dei Delfini.
Passano il tempo a pregare, predicare, elemosinare, servire i malati negli ospedali e istruire i bambini. Frequentano le chiese di S. Lorenzo in Damaso, S. Luigi dei Francesi, Santiago degli Spagnoli, le chiese di Montserrat e di Aracoeli... Saverio si reca spesso anche a S. Pietro in Montorio dove si credeva fosse stato crocifisso S. Pietro. Doveva avere una devozione speciale per questo luogo, se prima di partire dall'India per il Giappone, il 12 gennaio 1549, da Cochín il Saverio scrive a Ignazio chiedendo il favore di mandare lì un compagno “a dire per lui una Messa, una volta al mese per un anno”.
A novembre 1538, i gesuiti sono finalmente assolti dalle accuse di eresia ed altro, di cui alcuni invidiosi li aveva tacciati: “Ignazio e gli altri sono cattolici venerabili, senza alcun sospetto, di buona vita e di sana dottrina”. La definitiva liberazione dalle accuse permette ai religiosi di lavorare con maggiore serenità ed efficacia. Il gruppo si rafforza con l'adesione di nuovi compagni , tra cui il primo italiano Pietro Codacio.
Intanto, devono rassegnarsi a rinunciare al sogno della Terra santa. “La Gerusalemme vera e buona è l'Italia, se desiderate portare frutto nella chiesa di Dio” - dice loro il papa una sera a cena, dopo uno dei dibattiti teologici che si tenevano in sua presenza ogni cinque giorni. I compagni sostituiscono il voto fatto a Montmartre con il voto di obbedienza al papa, disposti ad andare ovunque egli voglia, per essere utili alla chiesa.
A dicembre di quell'anno, la città di Roma è colpita da gran freddo e carestia. I pochi gesuiti riescono a ospitare oltre 3.000 persone a rischio di sopravvivenza. Questo fa crescere la stima e la fiducia della gente. Li chiamano dovunque e per ogni tipo di lavoro apostolico: educare i giovani, lavorare negli ospedali, predicare e confessare, dare esercizi spirituali... Davvero, un lavoro senza sosta per tutti loro.
Disciplina e informazione
Il 27 settembre 1539, arriva l'approvazione definitiva del papa alla “Compagnia di Gesù”. Si distinguono per la forte esperienza spirituale e l'ottimo livello intellettuale, una vocazione orientata alla missione e un'organizzazione agile e moderna. La composizione internazionale, la disciplina interna e la disponibilità a lavorare sui fronti di maggiore necessità per la fede cristiana, caratterizzano la loro identità fin dall'inizio.
Un'altra caratteristica era la fraternità e l'informazione. I compagni che erano in Italia scrivevano ogni settimana, e gli altri almeno una volta al mese, per informare i superiori sulle loro attività. Un segretario aveva l'incarico di leggere le lettere, rispondere e far circolare le notizie a tutti gli altri. Dal giugno 1539 al marzo 1540, il Saverio è stato il primo segretario incaricato dell'informazione, scelto sia per ragioni di salute, ma anche perché Ignazio aveva in lui piena fiducia.
Un braccio per benedire
Quando lascia Roma, nel giro di 24 ore, Saverio sa che non ci tornerà più e di non essere neppure certo di raggiungere l'India sano e salvo. Eppure - assicura p. Schurhammer, il biografo più famoso del Saverio -, “il volto di padre Francesco era come trasfigurato da un'aureola di gioia. Si stava avverando finalmente un ardente desiderio della sua anima”.
A Roma, è tornato solo il “braccio” del Saverio, la reliquia di quella mano che non si stancava di mostrare il Crocifisso, benedire e battezzare. È venerato nella chiesa madre dei gesuiti, la chiesa del Gesù, sull'altare dedicato al Saverio, di fronte all'altare che conserva i resti di “padre Ignazio”. Gli affreschi della volta dipingono la vita missionaria di Francesco: predica, battezza, guarisce i malati. Con le dovute differenze, possiamo paragonare il binomio Ignazio e Saverio agli apostoli Pietro e Paolo.







