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Anche il vescovo è in rodaggio… Intervista a mons. Giorgio Biguzzi

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Dopo p. Pierobon, la comunità saveriana di Brescia si è arricchita di altri due nuovi arrivi. Si tratta di mons. Giorgio Biguzzi, romagnolo di Cesena, vescovo emerito di Makeni in Sierra Leone, e p. Sandro Parmiggiani, proveniente dalla vicina Cremona. Conosciamo meglio mons. Biguzzi.

Dalla Sierra Leone a Brescia: le prime sensazioni?

Ho accettato di venire a Brescia, anche se non sapevo cosa avrei fatto. Sono stato accolto molto fraternamente dai saveriani e dalle persone che lavorano qui. Scopro un mondo nuovo, mi trovo in un centro che è un po' la punta di diamante dell'animazione missionaria saveriana. È un vero laboratorio di idee.

Conosci la città?

Ho visto poco finora della città, ma a Brescia c'ero stato nel 1999 per ricevere il premio "Cuore Amico" e nel 2009 a Concesio per il premio internazionale "Paolo VI".

Hai incontrato il vescovo...

Sì, era giusto e doveroso. Mons. Monari è stato molto accogliente e mi è sembrato contento di avermi nella realtà ecclesiale di Brescia. Sono ancora in rodaggio, ma è giusto che ci sia un periodo di adattamento.

Cosa farai?

Dipende dalle richieste della comunità e della chiesa locale, e dalle mie capacità. Ringrazio il Signore perché, a 77 anni, sto bene di salute. Per ora cerco di aggiornarmi sulla realtà ecclesiale e sociale italiana. Penso di poter essere utile a livello pastorale spicciolo: animazione missionaria nelle parrocchie, cresime...

Dove hai vissuto la missione?

Ho vissuto quasi tutta la mia vita sacerdotale fuori dall'Italia. Dopo il seminario a Cesena e Bologna, sono entrato dai saveriani, per il noviziato e gli studi teologici. Ordinato sacerdote (53 anni fa!), sono partito per gli Stati Uniti: 13 anni, belli e convulsi, nel periodo del Vaticano II e del post-concilio. Senza dimenticare le tensioni sociali con l'uccisione di Kennedy e le lotte per i diritti dei neri.

Poi sono stato inviato in Sierra Leone. In Italia sono tornato dal 1984 al 1986 come maestro dei novizi ad Ancona. Nel 1987 sono stato consacrato vescovo e "rispedito" in Africa, dove ho guidato per 25 anni la diocesi di Makeni.

Tornare in Italia è un ripartire?

In tutto e per tutto. Ripartire è sempre una bella cosa: fa ringiovanire, con nuove sfide da affrontare. Vivrò in modo diverso il mio essere missionario, sacerdote e vescovo. Mi re-inserisco in un mondo e in una società che presentano opportunità interessanti, che stimolano a cercare risposte adeguate. L'unica risposta sempre attuale è Cristo. Ma come dirlo è la vera prova.

Cosa hai trovato di diverso?

Da quando ho lasciato l'Italia nel 1962 le cose sono molto cambiate. Ma i segni della fede ci sono dappertutto, anche a Brescia, con la sua ricca vita cristiana. Appena entrato in città, sono stato accolto dalla statua di Arnaldo da Brescia: la sua storia mi insegna ciò che si è vissuto. Ma tutto cambia: popoli, culture, comunicazioni, e anche la comprensione della fede.

Com'è stato lasciare Makeni?

È stato un distacco doloroso. Ho speso lì gran parte della mia vita adulta e attiva. Lasciare costa, ma è anche necessario perché la comunità cristiana cresca. Seguire, servire e amare Cristo è più importante del dove; ma siamo umani e il distacco si sente. Un vescovo instaura un rapporto sacramentale con la sua diocesi. E questo rapporto non viene mai reciso, nonostante si cambi luogo. Ora faccio parte della diocesi di Brescia, ma nel mio animo sacerdotale e missionario apparterrò sempre alla diocesi di Makeni.

Ci sarà spazio per un nuovo vescovo saveriano?

   Credo di sì, ma non con il modello di una volta. Quando una comunità locale cresce e si forma un clero, è più normale che il vescovo sia scelto tra i figli di quella chiesa. In futuro è probabile che un saveriano africano, latino-americano o a asiatico diventi vescovo della comunità da dove proviene. Io sono attualmente l'unico vescovo saveriano, ma non sarò l'ultimo.



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