Acqua e terra in Bangladesh, Tra una marea di gente da amare
I giovani missionari si preparano alla missione imparando la lingua e la cultura.
Siamo tre saveriani da poco arrivati in Bagladesh: p. Marcos, p. Melecio e io. Ci stiamo preparando alla vita missionaria. Le nostre Costituzioni affermano che "l'inserimento in missione è un momento particolarmente significativo nella vita del saveriano. Richiede l'accettazione cordiale del nuovo mondo, lo studio serio della realtà e della lingua del luogo...". Ce la stiamo mettendo tutta affinché ciò possa avverarsi.
Ci sforziamo di studiare la lingua e la cultura di questo popolo, perché non si può accogliere e amare ciò che non si conosce! Ci stiamo avvicinando a questa nuova realtà con la mente e il cuore aperti per accoglierla in modo evangelico. Del resto, l'accoglienza è un valore importante per i bengalesi, tanto che affermano: "otithi Narayan - l'ospite è Dio"!
Spesso partecipiamo a incontri organizzati apposta per i "nuovi" missionari. Nel luglio scorso, per esempio, il signor Francis Atul, direttore della Caritas Bangladesh, ci ha spiegato il modo di vivere, pensare e agire del popolo bengalese. L'esperto ci ha spiegato tre concetti importanti, condensati in tre parole: jon, jol, jomi, cioè la persona, l'acqua, la terra.
La gente: forza o debolezza?
In Bangladesh oggi vivono 150 milioni di abitanti, su un'area metà dell'Italia. Circa 98%, sono bengalesi; gli altri 2% sono aborigini di varie etnie. Il 90% sono musulmani; gli altri sono hindu, cristiani, buddhisti e animisti. Questa marea di gente è la forza e, nello stesso tempo, la debolezza del Bangladesh.
Purtroppo i bengalesi vivono ancora in un sistema di caste, difficile da superare. Sopratutto i fuoricasta, che devono fare i lavori ritenuti piu sporchi e per cui vengono considerati impuri, sentono il grave peso che il "destino" ha loro riservato.
Ogni individuo è legato fortemente al gruppo. Il loro senso di appartenenza esprime la solidarietà.
Per questo, preferiscono parlare al plurale: "la nostra nazione", "il nostro villaggio", "la nostra casa". Anche Gesù ci ha insegnato a pregare in modo solidale: "Padre nostro...".
D'acqua si vive e si muore
Guardando dall'aereo, mi sono chiesto se il Bangladesh fosse terra o mare, tanta era l'acqua che vedevo! Anche viaggiando, specialmente durante la stagione delle piogge, si ha l'impressione che l'acqua predomini sulla terra, che affiora appena sul livello del mare. Anche i missionari raggiungono i villaggi, nascosti tra palme e banani, con lunghi viaggi sui fiumi.
L'acqua è una realtà centrale per il Bangladesh. Le immense risaie e i campi di iuta, le mucche al pascolo e i pastorelli che giocano sul ciglio delle strade, le casette di fango e paglia che si riflettono sull'acqua, le donne intente ai lavori di casa... tutto sembra esprimere pace e serenità. Ma qualunque mossa delle acque nel golfo del Bengala o nel cielo carico di nuvole - con i monsoni e i cicloni - può causare catastrofi imprevedibili. Insomma, l'acqua è sinonimo di vita; ma può portare la morte.
Terra dorata e disastrata
Dove più di 2mila persone vivono su ogni chilometro quadrato, la terra è un grosso problema. Chi ha la fortuna di avere un pezzo di terra, non la vende, a meno che non sia costretto da estrema necessità, come la malattia, l'indebitamento o la dote per il matrimonio di una figlia...
Fino al 1947, data della fine della dipendenza coloniale, questa pianura alluvionale era chiamata "sonar Bangla - il Bengala d'oro", non solo per la fertilità della terra, ma anche per la fertilità culturale.
Mi sono chiesto: come mai in questa terra, una volta considerata "il granaio dell'India", c'è oggi tanta povertà?
È in atto uno sfrenato sfruttamento della terra e il problema del sovraffollamento è reale. Nonostante tutto, questa nazione conserva una bella ricchezza culturale, che pochi conoscono. Più che il "Bengala dorato" di Tagore il mondo conosce questa nazione come il "Bengala disastrato"!








