Una perla preziosa dentro il dolore
Sono rimasto folgorato dal pensiero di un affermato scrittore-filosofo sudcoreano, Byung- Chul-Han, che così si è espresso: "Trovo che gli esseri umani raggiungano il culmine della bellezza quando pregano. Senza dolore non potranno pregare".
Il ragionamento è così ardito che richiede un triplice salto mortale. Questa frase si salda ad una mia, personalissima lista delle tre cose più belle che Dio abbia pensato per noi umani. Rivelo solo la terza: il dolore. Suggerisco una chiave di lettura. Prima di tutto bisogna pensare al mondo fragile, tribolato, ferito, piagato e segnato dal “sudore della fronte”, in cui Dio ci ha collocati dopo il nostro peccato. Il secondo passo richiede di immaginare il mondo alternativo che vorremmo noi: un mondo bello, perfetto in cui, presumibilmente, lasceremmo quasi tutto quello che c'è ora ed elimineremmo, senza esitazioni, male e dolore. A quel punto, potremmo ritenere di essere tutti felici, senza rimpianti e desideri; tutti perfetti, autosufficienti e completi in noi stessi. Neppure avremmo bisogno gli uni degli altri: che si può fare, se ognuno di noi ha già tutto? E vivremmo tutti felici e contenti? In realtà, sarebbe una felicità/perfezione senza relazioni e senza amore: una vera teca di ghiaccio.
Sappiamo, infatti, che senza aver fatto esperienza in noi stessi e negli altri, del limite, del male e del dolore non riusciamo proprio a pensare come e perché abbiamo bisogno di relazionarci con Dio e con gli altri, per dare e ricevere. Byung suggerisce che possiamo rompere il guscio di una dannosa ed inesistente condizione di felicità e perfezione con il ricorso alla preghiera. Può essa esistere senza il dolore?
Il pensiero che proprio "dentro" il dolore troviamo la perla preziosa che ci "catapulta" (ossia rompe il guscio) fuori da noi stessi è follemente audace. Nel Salmo 49(48) c'è un detto, tagliente come una katana (spada) giapponese: "L'uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono". Nella prosperità (assenza di male e dolore), finiamo per smarrire proprio ciò che ci rende "belli": l'umanità. E diventiamo non-umani che, non muoiono semplicemente, ma periscono.
Il dolore ci dice che l'essere umano è preghiera, bisogno, desiderio, uscita, relazione, capacità di abitare l'infinito. Il Covid-19, attraverso una collettiva e globale esperienza di limite e dolore, ci ha fatto toccare con mano quanto siamo interdipendenti; che non ci salviamo senza solidarietà, compassione, tenerezza, misericordia. Abbiamo potuto intuire, sperimentare dove siamo "belli". Forse, possiamo anche "capire" come e perché Dio abbia voluto "salvare la nostra umanità", abbracciando la Croce e chiedendoci di portarla come Lui ha fatto.







