Da dove può cominciare allora il cammino della pace? Dalla rinuncia ad avere nemici. Chi ha il coraggio di guardare le stelle, chi crede in Dio, non ha nemici da combattere. Ha un solo nemico da affrontare, che sta alla porta del cuore e bussa per entrare: è l’inimicizia. Mentre alcuni cercano di avere nemici più che di essere amici, mentre tanti cercano il proprio utile a discapito di altri, chi guarda le stelle delle promesse, chi segue le vie di Dio non può essere contro qualcuno, ma per tutti. Non può giustificare alcuna forma di imposizione, oppressione e prevaricazione, non può atteggiarsi in modo aggressivo. [Papa Francesco, incontro interreligioso, Piana di Ur, sabato, 6 marzo 2021]
Christoph Théobald quando parla del Cristianesimo, dell’Islam e dell’Ebraismo come tre testimoni dell’Unico Dio. Il suo invito è di non fermarsi alla superficie, ma andare in profondità per scoprire il Mistero presente in ogni Testimone. Ciò implica una predisposizione ad adottare uno stile di vita nuovo o, come dice Théobald stesso, uno stile cristiano di incontro che si definisce nel luogo stesso della differenza del cristianesimo rispetto ad altri due testimoni dell’Unico.[1] Se si vuole promuovere il dialogo interreligioso è urgente e fondamentale spostare l’accento dalla superficialità causata da ignoranza, pregiudizi e, di conseguenza, dalla cristallizzazione di paure, alla profondità, allo stupore, alla stima, alla curiosità capaci di scrutare il Mistero nascosto in ogni religione; poiché – citando il corano Sura 5,48 – “Se Dio lo avesse voluto, avrebbe fatto di voi una comunità unica. Ma ha voluto mettervi alla prova con il dono che vi ha fatto. Cercate di gareggiare nelle buone opere.” Se esiste l’incontro sincero, nutrito dalla stima reciproca, l’ignoranza si muta in conoscenza, i pregiudizi cedono posto all’ospitalità e, in ultima analisi, le paure in apertura di spirito; l’indifferenza si dà per vinta trasformandosi nell’atteggiamento di fare domande di senso, di porsi interrogativi sul mistero. Il punto di partenza, quindi, non dev’essere la dottrina, la teoria su Dio e la religione, bensì l’esperienza concreta, l’amicizia, il vissuto quotidiano avendo la capacità di apprendere l’identità più profonda dell’altro non partendo dal mio punto di vista ma dal suo.[2]
La fede implica, soprattutto, l’apertura all’altro nel rispetto della sacralità del Mistero della sua religione. Questa dimensione invisibile, cioè del Mistero nascosto – da scrutare, coltivare, valorizzare e approfondire – è da scoprire. Christoph Théobald, con domande e affermazioni, parla dei tre Testimoni che sono obbligati, ormai, a condividere le stesse città, gli stessi ospedali, le stesse scuole, gli stessi tribunali, le stesse strade, gli stessi parchi, gli stessi palazzi.
«Ma in fondo perché tre testimoni?». Innegabilmente le nostre tradizioni hanno a disposizione delle risposte per «spiegare» la venuta di un secondo e perfino di un terzo testimone o per dar ragione della loro esistenza dopo la venuta di un primo e di un secondo inviato: si evoca la dissidenza o l'eresia dell'erede, l'accecamento o il peccato del primogenito, l'infedeltà o l'esagerazione dei due predecessori. Ma altro è raccontare l'arrivo successivo di un primo, di un secondo e perfino di un terzo, e altro è pensare il «mistero» della loro coabitazione nelle nostre società. È questo solo un accidente della storia, una fortuita contingenza? O bisogna scoprirvi la mano di Dio, il suo «disegno»? E questo «disegno» è interessato anche dall'avvento di una società il cui fondamentale allontanamento in rapporto ai tre monoteismi suscita la domanda del loro perché? Il termine «mistero» non è certo troppo forte per designare la «cosa», essendo già servito a Paolo per riflettere sull'enigmatica presenza di Israele a fianco dei cristiani (Rm 11,25). Questo «mistero» non è forse diventato ancor più insondabile e impenetrabile (Rm 11,33-36) da quando siamo divenuti addirittura «tre testimoni»? La presenza degli altri due che cosa ci insegna su noi stessi e sull'Unico che non potremmo sapere da soli? Domanda indirizzata a ciascuno dei tre e alla quale nessuno dei tre può rispondere al posto degli altri due. Siamo dunque ricondotti verso la prospettiva interna, che per noi non può essere che cristiana e teologica.[3]
In definitiva, il dialogo interreligioso ed interculturale– in quanto decentramento, apertura, ascolto vero – richiede quella predisposizione interiore capace di mettere freno alla malvagità, alla crudeltà, alla brutalità e al tradimento dell’umanità. Se l’umano non vede/promuove/rispetta l’inalienabile Umanità (ubuntu) intrinseca in ogni persona, i disastri possono essere incalcolabili. La storia dell’umanità documenta che l’umano è capace di violare l’umanità/dignità intangibile in ogni persona. Prendiamo come esempio della crudeltà dell’umano: la tratta dei neri, la colonizzazione umiliante, il traffico degli esseri umani, il traffico degli organi umani, la shoa, la violenza fatta alla donna e agli indifesi, le torture disumanizzanti, lo sfruttamento minorile, gli attentati, le guerre tra le religioni ecc. Uccidere/odiare nel nome di Dio!!! incomprensibile. Nessuna forma di disumanizzazione può essere tollerata, accettata o difesa. Queste offese alla dignità umana rimangono piaghe/ferite insanabili, indimenticabili. Pur riconoscendo i passi compiuti dall’umanità nel rispettare/difendere/proteggere la dignità di ogni singola persona, affermiamo, purtroppo, che queste ferite storiche hanno, in parte, cambiato solo strategie, modalità: ancora oggi l’umano continua ad essere snudato, umiliato, disumanizzato. E tutto questo viene giustificato in nome della (falsa) appartenenza religiosa, etnica, culturale, nazionale, linguistica, ecc. Quale giustificazione dare al genocidio del 1994 in Rwanda? Quale giustificazione dare alla morte di milioni di persone in R.D.Congo? Quale giustificazione dare al rapimento delle ragazze in Nigeria? Come giustificare la persecuzione in tante nazioni nel mondo a chi appartiene alla religione/cultura diversa? Come giustificare la morte di migliaia di migranti nel mare Mediterraneo? Come giustificare le guerre sanguinose nel mondo? Cosa può spiegare la morte di milioni di Ebrei? Nessuna ragione umana può giustificare queste piaghe vergognose dell’umanità.
Conoscendo ciò di cui l’umano è capace, il nostro impegno nel dialogo è indispensabile e non ci deve essere tempo da perdere, neanche un minuto, nelle speculazioni politiche, identitarie, razziste o nazionalistiche. C’è un richiamo/invito/convocazione/invocazione urgente, imperativo ed inevitabile: prevenire il dominio del lato oscuro dell’umano. Questa prevenzione è possibile con l’educazione alla convivenza (cohabitation) pacifica, alla cultura dell’incontro per divenire costruttori di ponti, per divenire l’ago che cuce e non il coltello/forbici che tagliano; cioè educare a vedere nell’altro quella comune dignità da venerare a prescindere da qualunque appartenenza. L’unica appartenenza che deve risplendere, e per la quale rivaleggiare/lottare, è la promozione dell’unica/unita comune umanità (ubuntu). [Dall’Ospitalità tra musulmani e cristiani, esperienza di Desio]
Nella storia abbiamo spesso inseguito mete troppo terrene e abbiamo camminato ognuno per conto proprio, ma con l’aiuto di Dio possiamo cambiare in meglio. Sta a noi, umanità di oggi, e soprattutto a noi, credenti di ogni religione, convertire gli strumenti di odio in strumenti di pace. Sta a noi esortare con forza i responsabili delle nazioni perché la crescente proliferazione delle armi ceda il passo alla distribuzione di cibo per tutti. Sta a noi mettere a tacere le accuse reciproche per dare voce al grido degli oppressi e degli scartati sul pianeta: troppi sono privi di pane, medicine, istruzione, diritti e dignità! Sta a noi mettere in luce le losche manovre che ruotano attorno ai soldi e chiedere con forza che il denaro non finisca sempre e solo ad alimentare l’agio sfrenato di pochi. Sta a noi custodire la casa comune dai nostri intenti predatori. Sta a noi ricordare al mondo che la vita umana vale per quello che è e non per quello che ha, e che le vite di nascituri, anziani, migranti, uomini e donne di ogni colore e nazionalità sono sacre sempre e contano come quelle di tutti! Sta a noi avere il coraggio di alzare gli occhi e guardare le stelle, le stelle che vide il nostro padre Abramo, le stelle della promessa. [Papa Francesco, incontro interreligioso, Piana di Ur, sabato, 6 marzo 2021]
[1] Cfr. CHRISTOPH T., Cristianesimo come stile, EDB, Bologna 2009, p. 692.
[2]Cfr. C. THEOBALD, Cristianesimo come stile, 685.
[3] THEOBALD, Cristianesimo come stile, 687.
i rispecchieremo in tanti popoli con i loro volti, le loro storie e con le sfide come la pace, la giustizia, il dialogo interreligioso e interculturale, la salvaguardia del creato.






