IN CHE ISOLAMENTO S'E' CONFINATA OGGI LA CHIESA?
La punta della chiesa oggi è laica -
“In che isolamento si è è autoconfinata la Chiesa padre Luciano? Capisco il rispetto per il dolore e la gentilezza nel chiamare indulgenza plenaria quella che era una toccante estrema unzione. Ma in questo silenzio si stanno comunque imponendo forti le parole che seminano paura e distanza, che stanno entrando nella quotidianità di tanti. In quale isolamento spirituale tale da non avere le parole per opporsi con libertà di pensiero alle migliaia di morti senza funerale, senza conforto dei cari, senza benedizione?”.
Sono le parole di una persona che stimo molto per la sua umanità, e che rispetto per la professione che svolge nel mondo della comunicazione. Nel formulare una mia risposta, per quanto posso, le darò il nome più bello che conosco: la chiamerò Francesca.
Francesca, le tue considerazione mi feriscono, perché io ne sono bersaglio. Probabilmente in questo momento in cui scrivo, sicuro nel mio appatamento, la nei tempi normali frequentatissima chiesa di Piazza San Babila, Milano, è là con la porta aperta, ma per lo più vuota. Anche il vecchietto che all’ingresso suole chiedere l’elemosina, ora non non si fa vedere. Qualche fedele sporadicamente entra, una preghiera, e quindi la navata della basilica ritorna vuota, e solo un cero acceso davanti al quadro di Santa Rita. Così, ieri, mi ha telefonato un amico entrato per una preghiera.
In quella basilica, per oltre un decennio, nei miei turni settimanali ho incontrato tante persone venute per una parola di incoraggiamento o per la grazia del perdono. Alla fine ci dicevamo GRAZIE vicendevolmente; ricalco che lo dicevo anche da parte mia perché si riceve tanto da chi ti viene a chiedere. Da giorni mi domando: Perché non sono là, anche per quell’unica persona che oggi potrebbe venire, bisognosa non d’altro che di una parola d’incoraggiamento, o fors’anche – come spesso nel passato – di condividere una preghiera? Dovendo sospendere le celebrazioni comunitarie, sarebbe stato nobile annunciare che, in cambio, ad un’ora fissata del mattino e ad un’altra della sera il sacerdote è in chiesa a meditare e pregare, pronto - alla dovuta distanza - ad ascoltare, a benedire, a dare il perdono a chi in quel momento ha bisogno esistenziale di una parola, di una benedizione, del sacramento del perdono. Dopo tutto mi domando: Ma tu, prete, sai stare sul crinale del tuo dovere, come le infermiere e i medici?.
“In che isolamento si è è autoconfinata la Chiesa padre Luciano?”.
Francesca, ti confesso che ora, mentre stimolato dalle tue domande cerco di scrivere una qualche risposta, sento un nascosto turbamento. Mi viene dal sentore che, forse senza accorgermene, oppure per vizio professionale, nella sicurezza e nella facilità con cui ti rispondo, di fatto sia simulata la ricerca di una giustificazione. Papa Francesco, nell’omelia di oggi in Santa Marta, ha messo in guardia dalla giustificazione con cui in genere si incorona la propria inerzia. Accompagnato dal timore di questa pericolosità, tuttavia voglio rispondere alla tua domanda.
A te di svestire dal sovrappiù che potrei aver aggiunto per tendenza professionale. Eccola.
Tanti sacerdoti, per lo più anziani, compresi molti miei confratelli, nell’occasione del contagio hanno terminato il loro viaggio terreno, un gruzzolo tra le migliaia di anziani deceduti nei ricoveri o nelle loro case. Rimanere nell’impotenza di tutti, senza vantare privilegi, è nobile e umile farternità. Qui a Milano due sacerdoti, nella pienezza del loro vigore, sono stati abbattuti dall’invisibile nemico mentre svolgevano la loro missione fra quelli in situazione più precaria. Uno di loro era stato anche il responsabile del servizio diocesano per gli immigrati, quindi anche il mio superiore come cappellano per la comunità giapponese. Mi ha colpito molto il fatto che sono partiti senza far rumore e che anche l’ente arcidiocesi non abbia fatto rumore: sono partiti come i medici in prima fila. So anche che delle comunità di suore di clausura, dedite al silenzio e al canto degli inni sacri, hanno convertito la loro vita di consacrazione nel servizio di cucina, preparando pasti caldi che poi mandano a chi in prima linea si dona alla guarigione dei malati gravi.
Francesca, i gesti più belli sono quelli così silenziosi che non pretendono il ritorno di ringraziamenti.
Questo quando avviene tra i giovani è, per noi anziani, un’emozione indescrivibile. Conosco alcuni giovani che vengono a praticare con me lo Zazen e ascoltare il Vangelo, i quali ora si offrono come volontari: Caterina con altri volontari porta la cena calda a chi dorme sotto i portici e Francesco fa video-lezioni a un gruppo di ragazzi immigrati. In una testimonianza riportata su Il Foglio (18-032020) il Dott. Amedeo Capetti narra che una paziente, davanti la tragedia della sua famiglia vittima del coronavirus, gli confidò di aver perso la voglia di pregare:
“Vede dottore, all’inizio io pregavo, ora non prego nemmeno più”. Io le ho risposto: “La capisco, signora, non si preoccupi, pregherò io per lei”. Al sentirlo ha avuto un sobbalzo e ha risposto: “No, dottore, se lo fa lei lo faccio anch’io. E anche per la mia mamma, preghiamo insieme”.
Francesca, la Chiesa è in prima linea in questi medici, infermiere, volontari che attingono il coraggio e la delicatezza che la loro missione richiede, attraverso la fede e la preghiera. Nell’incontro paziente e medico è avvenuta la morte e la risurrezione, la Pasqua. Caterina, Francesco, la paziente, il medico e tanti altri sono la Chiesa. In questa tragedia la punta della Chiesa è laica. A me sacerdote di gioire! Certo, ma senza simulare di aver dimenticato la domanda che mi turba. “Tante persone se ne sono andate. Vicino a loro solo il medico, solo l’infermiera. E io, prete, dov’eri?”.
Tu mi scrivi ancora:
In tutta onestà credo che gli occhi stanchi e disperati dei medici e degli infermieri che li hanno assistiti fino alla fine sia un miracolo più grande di qualsiasi rito o fiore. Ma che fine hanno fatto i sepolcri? Erano solo un simbolo? Quanti altri simboli ci sono nella Chiesa che possono cadere per emergenza? La condizione di emergenza ci spoglia solo delle cose inutili?
Francesca, la risposta reale alle tue domande avverrà oltre le tue domande e ben oltre le mie risposte. Quello che ora ci siamo scritti è la stretta porta da attraversare ora, un passaggio verso la Risurrezione a vita nuova. Il sentore dell’alba! Ma che fine hanno fatto i sepolcri?
p. Luciano Mazzocchi.
dal sito Vangelo e Zen.
i rispecchieremo in tanti popoli con i loro volti, le loro storie e con le sfide come la pace, la giustizia, il dialogo interreligioso e interculturale, la salvaguardia del creato.





