Ruanda, Vulcano assopito
Il Ruanda, 8 milioni di abitanti, di tradizione francofona, 54° membro del Commonwealth britannico dal dicembre scorso, andrà alle urne il 9 agosto 2010 per eleggere il presidente. In questi anni il paese è stato sottoposto ad una metamorfosi paradossale. Kigali, capitale di un paese senza risorse minerarie, è diventata la Singapore africana, un centro di esportazione di minerali, fra cui il coltan, ospitando filiali di società minerarie di mezzo mondo e perfino la sede della Fondazione Bill Clinton per l’Africa.
Anche l’Ue sembra obbedire al clichè imposto dal presidente in carica, Paul Kagame, nominando un rappresentante con rango di ambasciatore. Come si spiega tale cambiamento?
La trasformazione del Ruanda era pianificata dall’Uganda fin dal ‘90, al servizio delle multinazionali che hanno finanziato l’aggressione del paese, attraverso il Fpr (Fronte patriottico ruandese). Questo piano prevedeva anche la conquista del Congo RD. Le aggressioni ruandesi del ‘96 e ‘98 ne sono la prova. Gli effetti sulla popolazione sono devastanti, anche se coperti ad arte, strumentalizzando le sofferenze e il lutto del genocidio del ‘94.
Secondo l’ultimo rapporto del Pnud (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) sullo sviluppo umano, il 62% della popolazione rurale del paese vive nella povertà, con meno di un dollaro al giorno. Nel ‘90 questa percentuale era del 50,3%. Il rapporto dice anche che, nel 2000, il 20% dei più ricchi deteneva il 51,4% del Pil, mentre il 20% dei più poveri il 5,4%.
Prima della guerra del ‘90 queste proporzioni erano rispettivamente del 48,3% e del 7,6%. È sorprendente il contrasto tra il lusso della capitale e la povertà della campagna, dove vive circa il 90% della popolazione. Negli anni ‘80 e ‘90, la politica economica e sociale del Ruanda era centrata sullo sviluppo rurale, con la rete stradale più sviluppata della regione e infrastrutture sanitarie in ogni comune.
Aree che un tempo erano i granai del paese oggi sono in preda alla carestia.
Alcuni fondi provenienti dall’estero sono stati investiti in sistemi di sicurezza che controllano la popolazione e nel finanziamento della guerra in Congo RD. Insomma, il settore rurale è diventato il parente povero della politica economica di Kigali: riceve solo il 3% del bilancio del governo, ben lontano dal 10% raccomandato dalla Fao.
Inoltre, oggi i ruandesi hutu non hanno il diritto di piangere in pubblico i loro morti.
Chi osa dire che prima, durante e dopo il genocidio del ‘94, sono stati massacrati anche degli hutu è tacciato di negazionista. Come si è giunti a tanto? Semplicemente perché i massacri del ‘94 sono stati presentati all’opinione occidentale in modo parziale e fazioso, come “il genocidio dei tutsi commesso dagli hutu”, passando sotto silenzio i crimini del Fpr. Le sofferenze e il lutto del ’94 sono oggi usati dal governo per paralizzare i leader dell’opposizione in vista delle elezioni, come nel caso di Victoire Ingabire, ritornata dall’esilio nel gennaio scorso per registrare il suo partito, l’Fdu (Forze democratiche unificate), e arrestata tre mesi dopo per “collaborazione con un’organizzazione terroristica, divisionismo, propagazione dell’ideologia genocida, negazionismo e minimizzazione del genocidio dei tutsi in Ruanda nel 1994”.
Quando la comunità internazionale uscirà dal suo mutismo di fronte al genocidio silenzioso consumato dal Fpr negli ultimi 15 anni?
Riusciranno l’Ue e gli Usa a rivedere il loro appoggio al regime di Kigali, prima che il “vulcano assopito” esploda nuovamente?







