“mtoto wangu, anagonjwa. Nitafanya je, kwa sababu sina franka kwa kwenda ku hopitali ? (mio figlio sta male. Come farò, se sono senza denaro per andare all’ospedale?)” era il ritornello di molte mamma che bussavano alla porta della missione. Sia a Baraka, come a Luvungi, avevamo cercato di trovare delle soluzioni. A Baraka, avevamo costruito un dispensario (un piccolo ospedaletto) con un infermiere e quando andavamo a fare il safari nelle comunità del lago, uno dei due giovani che ci accompagnava, portava una valigia con dentro le medicine. Di solito c’erano quelle per la malaria, per i vermi, qualche integratore e per gli uomini…(quello per dare vigore, altrimenti si sentivano finiti). Ma non bastava. A Baraka, era poi arrivato anche il colera. Le autorità non si interessavano molto. Il medico provinciale aveva un frigorifero, ma invece di mettere i vaccini, lo riempiva di bottiglie di birra. All’ospedaletto protestante non andava mai. Aveva paura del contagio. Finalmente arriva il ministro della Sanità del Congo che porta un carico di vaccini. Riunione alla missione. Le solite chiacchiere. Si dividono le medicine tra i vari ospedaletti e poi…il colera se ne va come era venuto. Le medicine? Lasciamo perdere. Invece a Luvungi, il problema del “kutunza”(guarire) le persone era diventato importante. Le suore missionarie erano riuscite a trovare dei finanziamenti e con questi, sotto la guida di uno dei padri che era un bravo muratore (non solo sistemava le varie chiesette), si è deciso di ingrandire il dispensario. Insomma una risposta seria a un problema pressante in tutta la zona. Finalmente le mamme che stavano per partorire avrebbero avuto un’assistenza adeguata. C’era anche un piccolo laboratorio per trovare i vari microbi che infestavano le persone. Anche una piccola degenza. Insomma una risposta al diritto alle cure che ogni persona cercava. Poi ci sono stati i momenti della guerra. Ora, credo, il dispensario ha ripreso le attività, sempre sperando che i venti di guerra non ritornino a soffiare forti.






