Vedere i bambini piccoli soffrire (kutesa), mi ha sempre fatto male. Vederli in Africa, poi, è peggio ancora. Non muoiono solo per le guerre, ma soprattutto per la fame. Spesso la mamma non ha più il latte da dare e il marito si trova costretto ad acquistare il latte in polvere (della nestlè) e non sempre ci sono i soldi. Spesso la mamma, quando il bambino piange, gli mette in bocca della manioca bollita. Ma questa non nutre, anzi appesantisce lo stomaco e se non si interviene con del cibo, dopo poco se ne va. Si fa un pochino di lutto. Ma dopo tutto è un bambino. E i bambini in Africa sono considerati meno di niente. Non votano, non hanno soldi. Più che altro sono una bocca da sfamare in più e spesso il marito se ne disinteressa. Per questo nelle missioni, con l’aiuto delle suore, si cerca di convocare le mamme e, se si riesce, anche i papà per far capire loro che un bambino è importante e ha diritto di vivere e quindi di essere nutrito e curato, come chiunque. Le suore insegnano come preparare il cibo con quello che la terra produce e, se possibile, variarlo, per fargli avere vitamine e proteine. Utilizzare la frutta (magari frullandola) in modo che il bambino cresca normalmente. Naturalmente anche l’igiene e la cura della casa. Insomma tutto ciò che è possibile per farlo soffrire il meno possibile. Naturalmente bisogna convincere il marito a lasciare i soldi alla moglie, invece di andare a berseli al bar o con altre persone. E’ una educazione sociale che insegna ad amare anche i più piccoli, come ci insegna Gesù. Si preparano anche gli animatori-educatori che poi andranno nei villaggi per aiutare le famiglie a fare dei miglioramenti. Certo non si riesce a risolvere tutto, ma almeno ci proviamo. Poi chi sta più in alto (le autorità) dovrebbe intervenire. Ma questo è un altro problema. Dovrebbero servire il loro popolo, ma spesso si fanno servire dal popolo e sono poco sensibili alle loro sofferenze.







