“Nawabarikia, kwa jina la Baba, na la Mwana, na la Roho Mtakatifu. Amen” ( vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen)”. Alla fine della messa, il sacerdote benediva il popolo. E così, dopo aver pregato insieme, ascoltato la Parola del Signore,l’omelia, aver portato i doni all’altare e condiviso il corpo di Cristo, gli avvisi della settimana (matangazo), terminava la messa. Il canto finale di gioia, di arrivederci alla prossima volta, veniva prolungato tornando a casa. Ci si salutava alla porta della chiesa. Tutto questo mi ha sempre fatto impressione in Africa. La messa era un momento di gioia, di condivisione, non un obbligo. Era ed è ancora normale per un cristiano il fare di tutto per essere presente, sia che bisogna fare la strada a piedi, oppure con le piroghe sul lago. Si portavano le gioie e i dolori vissuti nella settimana, si condivideva anche del cibo alla fine, si condividevano anche le notizie. Insomma era il centro della settimana. Chi abitava al centro della parrocchia, lo viveva più facilmente. Chi invece nei villaggi lungo il lago o quelli della montagna, ci si trovava quando il missionario veniva in visita. Era un incontro tra amici, uno stare insieme che spesso si prolungava intorno al cibo preparato dalle mamme. Era il momento della confidenza, del condividere i sogni, insomma, del credere che il mondo sarebbe migliorato, se ciascuno faceva la sua parte. Come dice un proverbio “se ognuno pulisce davanti a casa sua, tutto il villaggio sarà pulito”, insomma era il vedere come prendersi le proprie responsabilità. Anche noi missionari eravamo sempre meravigliati della forza e del coraggio di questi nostri fratelli e sorelle che,nonostante tutto, cercavano di non scoraggiarsi, ma di aiutarsi a fare del bene per poi ricevere il bene. E per questo, ogni volta prima di lasciarci, veniva chiesta la benedizione al missionario “nawabarikia…(vi benedico)”.







