Non sono un camminatore. In gioventù ho fatto tutto quello che gli altri miei compagni in seminario facevano. Sono salito sulla Presolana diverse volte alle medie e anche sul Gleno. Al ginnasio eccomi sul Tambo, in val Chiavenna, quando eravamo a Cremona. In Teologia su fino al Rifugio Pedrotti nel gruppo delle Dolomiti di Brenta. Per non parlare dei campeggi in val Pesarina in Carnia, durante i sei anni come animatore vocazionale a Udine. Ora, mi posso permettere solo belle passeggiate senza pretese.
Una di queste parte a pochi chilometri dalla casa dei saveriani a Molveno (TN): è quella che dal lago sale verso la baita Ciclamino. Un sentiero che “tira" un po’. All’inizio di questa salita, all’ombra dei pini e circondata dal rumore del torrente Massò che scende dal gruppo del Brenta, c’è una graziosa cappellina eretta da una famiglia del posto nel luglio del 1897, dedicata a Sant’Antonio per un miracolo a lui attribuito. Il quadretto con la motivazione appesa sul lato di chi sale il sentiero dice: “Nell’aprile dell’1897 si staccava dalla montagna un masso di notevoli dimensioni che lungo la traiettoria sradicava piante e trascinava altri sassi giù per il pendio. Il masso si era staccato in direzione esatta della casa del signor Pietro Donini. Sorvolati con un solo salto la segheria e il mulino, il masso si abbatteva con grande fragore nel torrente Massò”. Non si ebbero danni né a persone, né a cose. Quello stesso anno, la famiglia Donini edificò la santella.
Mi piace l’idea di fermarmi qualche minuto per un “Gloria Partis” e due chiacchiere con sant’Antonio a cui i miei genitori mi affidarono quando, da poco entrato all’istituto Saveriano nell’ottobre del 1963, fui ricoverato d’urgenza per un problema ai reni che mi aveva fatto perdere conoscenza, ma che d’incanto spari. È un'abituale chiacchierata che, dal 1973, anno in cui si è aperta la casa di Molveno, ho sempre fatto, salvo i periodi di missione in Africa.
Anche quest’anno abbiamo fatto due parole sul Covid-19 e gli ho chiesto di dare una spinta, affinché passi presto questa calamità e che soprattutto non si perda la profonda lezione sulla nostra fragilità, che dovrebbe portarci ad essere più misericordiosi.






