C’è un grande signore ricchissimo in procinto di partire e affida i suoi averi ai servitori distribuendoli secondo le capacità di ognuno.
Il patrimonio è qualificato in talenti, cosa che sottolinea la sua grande ricchezza. Un talento corrispondeva a circa 6000 giornate di lavoro di un operaio.
Il padrone conosce bene i suoi servi per questo al primo affida cinque talenti, a un secondo due e al terzo uno.
Dopo la partenza si vede i diversi modi di utilizzare il denaro ricevuto.
Il primo investe i cinque talenti ricevuti e ne guadagna altrettanti e così fa anche il secondo con i due talenti.
Il terzo invece agisce diversamente dagli altri due compagni.
Non investe, scava una fossa, nasconde, deposita quell’unica moneta, senza farla fruttare.
Passato un bel po’ di tempo, il padrone torna e chiede ai tre il rendiconto.
Si presenta quello che aveva ricevuto la somma più alta. Aveva cinque talenti e ne porta dieci. Li ha raddoppiati.
Il padrone si congratula, elogia il servo definendolo buono e fedele, gli promette un incarico maggiore e lo invita a far festa con lui.
Poi si presenta il secondo, mostrando di aver guadagnato il doppio dei talenti ricevuti e anch’egli si sente rivolgere le stesse parole che il padrone aveva detto al primo. Ed è promosso a nuove responsabilità.
Da ultimo si presenta al padrone il terzo servitore, che, con un ampio preambolo, confessa la sua paura, confessa il terrore di sbagliare. Ha nascosto sottoterra il talento e restituisce la cifra esatta, quello che ha ricevuto.
Il padrone reagisce duramente. Lo considera un servitore incapace, pauroso, buono a nulla. Lo rimprovera per sua pigrizia, per la mancanza d’iniziativa, per non aver fatto investimenti. Alla fine lo priva anche dell’unico talento, per darlo a chi ne ha già dieci. Ha avuto paura e per paura si è limitato a una fredda e sterile conservazione.
- La parabola mette a confronto con due diversi modi stare dinanzi a Dio:
+ possiamo avere l’atteggiamento positivo, costruttivo fondato sulla fiducia che favorisce la crescita personale, l’attività e il dono di sé.
+ oppure l’atteggiamento negativo costruito sulla paura, che paralizza, che si limita all’obbedienza ella legge, che non prende iniziative, che teme solo il giudizio. Avere un’immagine di Dio sbagliata rende anche la vita sbagliata.
- Di fronte alla predicazione di Gesù noi possiamo avere uno di questi due atteggiamenti.
+ nel primo caso possiamo avere fiducia in Dio, che è importante per entrare in relazione, per ascoltare la sua Parola “che cresce con chi la mette in pratica”, per partecipare a cuore aperto alle sue nuove opere, per alimentare il desiderio di pienezza di vita. Di fatto il cuore si arricchisce donandolo e il mondo fiorisce nella generosità. Non siamo custodi di un museo, ma chiamati ad essere creatori di nuove opere e tessitori di fraternità. Il mondo è un giardino incompiuto, pieno di lavori in corso per continuare la creazione di Dio.
La parabola del vangelo di oggi è la parabola della creatività, è la storia di tutti noi, è la vocazione nella valorizzazione dei doni ricevuti.
+ nel secondo caso di coloro che hanno l’immagine di un Dio che fa paura: “So che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso…”
L’ascolto della sua parola diventa superficiale, non si traduce in novità di vita e non favorisce la relazione con lui.
Come è avvenuto per il terzo servitore, possiamo essere ossessionati dalla sicurezza e troviamo comodo di lasciare le cose così come sono. Calcoliamo bene i rischi, abbiamo terrore di fallire, di perdere la buona riputazione, di rimettere di tasca nostra. Paura di perdere quello che abbiamo, mentre vogliamo conservare le comodità acquisite. Ma l’acqua ferma marcisce.
Ignoriamo gli insegnamenti del vangelo che ci spingono verso una vocazione attiva, responsabile, costruttiva.
Il nostro compito, il nostro orgoglio, dovrebbe essere quello di trasmettere ai posteri un mondo migliore, un mondo più bello di quello che abbiamo trovato alla nascita.
“Il vangelo è pieno di una teologia del seme, del lievito, del granello di senape, del bocciolo, di talenti da far fruttare, di inizi piccoli e potenti” (Ronchi).
- Si racconta che c'era un negozio in città, dove si vendeva tutto ciò che era necessario per lo sviluppo del paese.
Un capo di un villaggio del retroterra era preoccupato per il benessere dei suoi cittadini e, vedendo l'indicazione del negozio nella città, entrò e spiegò il suo problema al commerciante
"Sono preoccupato per il mio villaggio. È molto povero e arretrato. Puoi aiutarmi? "
"Sicuramente! Posso darti una mano e rivelarti segreto per fare del tuo villaggio un paese moderno.” Ha risposto al commerciante.
Il capo villaggio si sentì rassicurato. Disse a sé stesso: "Guarda qui c'è un negozio dove puoi trovare il benessere della tua comunità."
Il venditore ha aperto un cassetto e ha messo un sacchetto di semi in mano al cliente.
Il capo villaggio lo guardò ed esclamò: "Che cos'è questo?"
"E’ il necessario per lo sviluppo!" ha risposto il commerciante.
"Se date ad ogni famiglia questi grani e li seminate, il villaggio in primavera sarà nuovo e avrete la gioia di avere frutti buoni per ogni famiglia”
Erano i semi di una presa di coscienza delle proprie qualità, di avere l’iniziativa e di usare energie per lavorare e valorizzare i doni ricevuti.
Vicenza, 14.11.2020
PADRE PIETRO UCCELLI
La fama di santità lo accompagnò per tutto il resto della vita, anima semplice e di carattere allegro, era innocente e limpido, rimanendo così fino alla morte, avvenuta il 29 ottobre 1954 nella casa dei Missionari Saveriani a Vicenza, dove le spoglie sono conservate nella chiesetta attinente alla casa stessa di Vicenza.






