La missione è inseparabile dal martirio
Erano le 20.00 del giovedì 15 ottobre 2020 quando i tre componenti della famiglia saveriana di Salerno (padri, sorelle e laici) cantavano “Dio si è fatto come noi, per farci come lui: vieni, Gesù, resta con noi, resta con noi”. Si, eravamo là, in presenza di Gesù nel sacramento eucaristico, per ricordare, ossia per celebrare “il Dio si è fatto come noi e per noi” nella vita e nel dono totale dei nostri 16 saveriani martiri; 2 in Cina, 4 in Congo, 2 in Bangladesh, 2 in Brasile e 6 in Burundi.
Ci siamo radunati in adorazione in loro memoria non solamente per ricordarli ma soprattutto per farci capire che “la missione è inseparabile dal martirio”, quindi è un’esperienza di missione su cui assimiliamo di più alla nostra vocazione. Ce lo diceva bene Giovanni Paolo II, al n. 13 della Bolla Incarnationis Mysterium “Il credente che abbia preso in seria considerazione la propria vocazione cristiana, per la quale il martirio è una possibilità annunziata già nella rivelazione, non può escludere questa prospettiva dal proprio orizzonte di vita”.
P. Claudio Marano, nel ricordare i primi tre martiri uccisi in Burundi nel 1995 (p. O Maule, sx e p. A Marchiol, sx, e C Gubert, laica), diceva che loro vivevano in un atto di dono totale al Signore e al popolo burundese verso cui e con cui i missionari erano stati mandati. Essere martiri significa “Avere cuore capace di donare, di donare, di fare saltare il mondo. Chiediamo l'intercessione dei missionari martiri di avere il cuore capace di essere come grano pronto a morire per poter fruttificare”, concludeva p. Claudio che è stato in Burundi per trent’anni.






