San Francesco Saverio: amicizia “con e nel” Signore.
[dal sito della Direzione Generale] *
Una storia è viva quando da essa si sviluppano prospettive per il futuro.
L’esperienza dell’amicizia “annuncia” che Dio è un Dio vicino. Ciò vale anche per i missionari. Allo stesso tempo, l’amicizia ci ricorda che la missione non è un cammino solitario, ma un itinerario percorso “a fianco dei fratelli”. Infatti, la missione e il lavoro fatto assieme agli altri ci conducono sempre più profondamente nel mistero del Dio presente.
Francesco Saverio ci è presentato come un instancabile missionario. San Guido M. Conforti lo ricorda come “tutto di Dio, tutto del prossimo e tutto di sé stesso”.[1] È il “tutto” che qualifica la sua esperienza: un “tutto” di uno che si sa conquistato e quindi provocato ad una nuova coscienza di sé e della realtà intera.
La categoria di amicizia occupa un posto fondamentale per capire bene il senso di questo “essere tutto di Dio, tutto del prossimo e tutto di sé stesso” del Saverio. Tutti e tre elementi – in chiave di amicizia – definiscono, misurano e qualificano il Saverio. Infatti, messi insieme, essi dicono un rapporto d’amore: un amore di Dio e un amore per i fratelli che non trascura una attenzione a sé stesso in modo ad essere sempre in grado di corrispondere a ciò che riceviamo continuamente da un altro diverso di noi. Più da vicino, il vissuto concreto del Saverio indica che l’amicizia abbraccia la sua intera esistenza missionaria ed è alla base della fiducia su cui sviluppa e approfondisce le sue relazioni con i compagni che lo raggiungono in missione e con le nuove culture-persone che va incontrando.
Per il Saverio, l’annunzio della Buona Nuova apre al mistero di Dio e stabilisce un rapporto con lui: prima di esser un andare nel mondo, si tratta di un andare verso Dio.
Solo dopo aver fatto esperienza di Dio, possiamo a nostra volta considerarci comunicatori di questa esperienza: una conoscenza per amore, direbbero i maestri di spiritualità.[2]
Un missionario, quindi, parla di ciò che ha sperimentato e che tuttavia sperimenta in modo sempre più crescente.
L’amicizia con il Signore trasforma in modo strutturale la persona del Saverio al punto di esclamare: A cosa serve all’uomo guadagnare il mondo se perde la sua anima! Ricordiamo che era andato a Parigi per studiare e poi – con lo studio – compiere cose grandi e restituire la gloria alla sua famiglia umiliata per la sconfitta. La prima via di trasformazione consiste nell’offrire a Dio tutto quello che io sono. È per opera di Dio che avviene la trasformazione, però noi dobbiamo assicurare il nostro contributo. Il Saverio quindi, in un dialogo constante, si fida completamente di Dio: cerca la sua vicinanza, però senza perdere la spontaneità e la qualità dei rapporti con i fratelli.
Come amico del Signore, tutto il suo sforzo consiste nel vivere alla presenza di Dio – pure durante i lunghi viaggi che deve fare sul mare – e attualizzare questa presenza nel proprio intimo. Ciò era una fonte che nutriva quotidianamente la sua vita. Mentre attendeva di continuo alla salvezza delle anime, nulla perdeva della sua unione con Dio.
Si parte dall’amicizia.
“Amici nel Signore” è stata la prima denominazione che avevano scelto i compagni attorno a Ignazio.[3] Poco tempo dopo, il Saverio deve andare in missione e quindi allontanarsi da questa amicizia che si stava appena formando. Però, conquistare al Vangelo gli infedeli rimane un traguardo più alto. Deve comunque partire ma, pure da lontano, salvaguarderà l’importanza che gli amici, ormai diventati fratelli, rappresentano nella sua vita.
Lungo la sua missione, con la sua fedeltà, il Saverio ci ispira a:
- Praticare la rilettura della propria vita: non scrive solo per informare. Scrive pure per formarsi, per rileggere la propria vita e così fare delle scelte coerenti al quotidiano.
- Aspirare a cose sempre maggiori: il suo amore andava sempre crescendo come amore per Dio e per i fratelli. Si conferma nella sua identità usufruendo dei frutti di questi tre elementi: il discernimento, l’accompagnamento e la presenza attenta.
Come amico del Signore: c’è in lui uno slancio di generosità missionaria, frutto della sua amicizia con Dio: è animato da una passione interiore, quella di salvare le anime che si perdono perché non conoscono la Buona Nuova di Gesù Cristo. Sente ed esprime l’urgenza di evangelizzare, e lo fa senza risparmiare le sue forze. Francesco Saverio mette in pratica il principio di collaborazione e partecipazione nel suo lavoro missionario. Tra la sua partenza da Lisbona e la sua morte alle porte della Cina passano dieci anni. Quantitativamente, non è un tempo significante per il percorso che ha fatto. Eppure, qualitativamente, è un periodo fecondo. Il suo metodo ci suggerisce un modo di prossimità, una vicinanza nei confronti della gente che prefigura un processo di “inculturazione”.
Francesco Saverio – avverte Pierre Molères – è un “chiamante” (uno che chiama). Non c’è di fatto missione senza l’audacia di chiamare; non c’è missione senza questo desiderio di condividere e di fare partecipare gli altri a questo amore che ci spinge, questa fede che proclamiamo con la nostra vita. Dobbiamo fare delle proposte coraggiose, indicare non solamente cammini spirituali, ma anche cammini di fede in chiave vocazionale.
Amico del Signore nella solitudine
La solitudine nella sua prima e immediata accezione, significa distanza fisica dalle persone. Per noi, al di là della distanza fisica, è una sospensione dell’attività per un momento di “tu per tu” con Dio, uno spazio per rivolgersi a lui soli a soli. È evidente la solitudine materiale che prova il Saverio. Però anch’essa vissuta come grazia divina, cambia di senso. È lui stesso che ne parla allo stesso tempo che parla delle esigenze della missione. Anche nella solitudine, rimane fedele alla Compagnia e agli amici, perché fedele al Signore.
Accettata e vissuta in orizzonte di fede, la solitudine diventa purificazione, diventa un “solo a solo” creativo, una necessità per il missionario. Nella solitudine, il Saverio integra la sua debolezza fino a consegnarsi totalmente a Dio, fidandosi soltanto di lui. È dunque normale che l’educazione alla solitudine sia un elemento chiave nella pedagogia missionaria del Saverio. Una solitudine però, che non sia evasione o fuga da qualcosa o da qualcuno. Una solitudine che sia presenza a una “PERSONA”: la solitudine non è fine a sé stessa ma in funzione dell’incontro con Dio, della presenza all’Amico.
Dalla qualità dei nostri rapporti, dalla qualità delle nostre amicizie, dipende pure la nostra vita comunitaria e la nostra missione.
È importante ricordare che siamo interdipendenti gli uni dagli altri in una prospettiva di fede. La nostra fraternità, così come le nostre amicizie, se non sono alimentate da questo rapporto intimo e abituale con Chi ci ha conquistati per primo, rimangono fragili ed esposti alle sconfitte. Dopo queste considerazioni ci resta solo da ribadire con le parole di San Guido Maria Conforti: ispiriamoci agli esempi del Saverio e ricordiamo sempre che se vogliamo essere degni apostoli del Vangelo, noi pure dobbiamo essere amici con-per-nel Signore, cioè tutto di Dio, del prossimo e di noi stessi.[4]
Mbula p. Gilbert sx
(Sintesi della Conferenza per il Ritiro Spirituale tenuto nella casa generalizia a Roma il 30 Novembre, 2019)
[1] Cfr. La Parola del Padre 45, luglio-agosto 1923.
[2] Riguardo la conoscenza per amore, diceva per esempio il nostro confratello Dagnino: “…è un traguardo difficilissimo: ha per oggetto beni o valori invisibili. Finché si tratta di contemplare un tramonto, di ascoltare una sinfonia o di gustare un cibo, non ci sono problemi…” (cfr. Amato Dagnino, Ditelo nella luce. Spiritualità dell’apostolo, Milano, Edizioni Paoline, 1987, 25).
[3] Cfr. Christophe Henning, Saint François Xavier. 1506-1552, Paris, Le Figaro, 2017, 125.
[4] Cfr. La Parola del Padre 45.







