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Una storia lunga e triste

Una storia lunga e triste

Lunedì, 16 Luglio 2018 Parma

- Aiutiamoli a casa loro - 

In mezzo alla discussione assordante, a volte scomposta, sempre appassionata, sul problema del trattamento da riservare ai migranti qualcuno ha suggerito: Aiutiamoli, sì, ma a casa loro! La proposta sembrerebbe voler risparmiare ai profughi il terribile viaggio per arrivare in Europa.

Guardando più attentamente, però, vi si sente la volontà di lavarsene le mani.

Cominciamo riconoscendo che noi [e in questo noi metto l’Europa e il Nord America con i rispettivi abitanti ossia il “Primo Mondo”] a casa loro già ci siamo. Da molto tempo.

Il mondo era ancora poco noto e vaste aree del pianeta, proprio quelle dalle quali vengono adesso i migranti, nelle carte geografiche, erano identificate come: “Hic sunt leones” (“Qui ci sono i leoni”).

I nostri antenati, già allora ansiosi di “aiutare”, penetrarono in quelle aree e vi trovarono… i leoni. I leoni e tanti altri animali esotici che furono portati in città e incaricati di esibirsi nel circo per divertire gli annoiati patrizi e distrarre le turbolente plebi di Roma e delle altre città dell’impero.

Non passò molto tempo e ci si rese conto che gli spettacoli sarebbero diventati più avvincenti se nell’arena ci fossero anche uomini. Uomini? Dove trovare uomini disposti ad affrontare tigri e leoni nell’arena?  Nella “terra dei leoni”, chiaro. Bastò convincersi che gli uomini della terra dei leoni non hanno un’anima e che il colore della pelle definisce il destino delle persone.

Noi a casa loro

Il sistema ha funzionato: da venti secoli, noi siamo a casa loro e siamo stati una maledizione per loro. Una maledizione in forma di:

  • tratta degli schiavi, che ha sottratto al continente cento milioni di persone;
  • guerre e spedizioni militari, nelle quali gli africani furono usati come carne da cannone che nulla aveva da spartire con gli interessi dei belligeranti.
  • colonialismo, dove una nazione si arrogava il diritto di appropriarsi di quanto, nella colonia, fosse interessante per lei.
  • saccheggio delle risorse naturali.
  • divisione arbitraria del territorio…

Una maledizione che si trascina fino ai nostri giorni in forma di profughi su gommoni in balia delle onde, in mezzo al Mediterraneo e di pacifici cittadini seduti sul sofà di casa, davanti alla televisione.

La storia lunga e triste della “maledizione” dei condannati a migrare continua ai nostri giorni con modalità apparentemente più moderne ma certamente non meno violente.

  • Saccheggio delle materie prime: oro e petrolio, ma soprattutto di minerali rari: uranio, coltan, niobio, tantalio e cassiterite, necessari nell’elettronica dei cellulari e in missilistica con sfruttamento di mano d’opera locale e infantile, senza preoccupazioni di carattere ecologico o sociale;
  • Le potenze coloniali e le multinazionali che sono venute dopo di loro hanno fatto man bassa delle risorse dell’intero continente. Ora si è aggiunta la Cina, prediletta dai despoti africani perché non condiziona prestiti e investimenti a clausole per proteggere democrazia e ambiente.
  • Il fenomeno più recente di espropriazione delle ricchezze dei popoli poveri, si chiama “land grabbing”: grandi estensioni di terre: montagne e colline, pianure, fiumi, laghi e villaggi, case, pascoli, acqua se c’è, sono acquistati o affittati soprattutto in paesi poveri del terzo mondo ad opera di governi, imprese private, gruppi finanziari, fondi di investimento bancario, interessati a controllare i mercati alimentari e la disponibilità degli idrocarburi considerati la miglior fonte di lucro dei prossimi decenni.

L’espandersi del fenomeno mette in pericolo le comunità più povere, che perdono case e mezzi di sostentamento senza essere consultate, risarcite e senza avere mezzi per fare ricorso. 

La scarsa trasparenza e la segretezza che circondano tali operazioni rendono difficile il controllo ed anche il semplice calcolo delle loro entità.

Il land grabbing ha effetti devastanti a cominciare dalle comunità meno protette. Migliaia di persone perdono casa e terra. Molte sono allontanate e perdono i mezzi di sostentamento. Comunità intere sono in grande difficoltà dopo esser state trasferite ed espropriate dei loro beni.

In questa nuova spartizione dell’Africa, al posto degli stati colonizzatori, i protagonisti sono soprattutto le imprese multinazionali che vogliono il controllo dei mercati alimentari e degli idrocarburi.

In questo mercato comprano i ricchi: Il Qatar, l’Arabia Saudita, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, anche l’India. Chi ha fame vende. L’Etiopia ha il 46 per cento della popolazione a rischio fame. È stata la prima a negoziare cessioni a prezzi ridicoli. Seguono la Tanzania (il 44 per cento degli abitanti sono a rischio fame) e il Mali (il 30 per cento è in condizioni di “insicurezza alimentare”).

I paesi africani che tra il 2006 e il 2012 hanno maggiormente subito il land grabbing sono Liberia, Guinea, Ghana, Congo, Sierra Leone, Nigeria e Senegal con porzioni di terreno ceduti che vanno da 500mila fino a circa 1,7 milioni di ettari (Liberia).

Il presidente del Kenya voleva un porto sul suo mare. Il Qatar si è offerto di costruirglielo in cambio di 40mila ettari di terreno con dentro circa 150 mila pastori e pescatori.

Lo scandalo è che l’80% delle terre accaparrate rimane inutilizzato, come riserva in vista della crescente domanda di cibo, della scarsità d’acqua e dell’incremento della produzione di biocarburanti che sottrae migliaia di ettari alla produzione di cibo”.

“È davvero inquietante il fatto che, solo nel 2009, un’area di terreno agricolo grande come la Francia sia stato comprato in Africa da fondi di investimento e altri speculatori… Non è né giusto né sostenibile che i terreni agricoli vengano tolti alle comunità in questo modo per produrre cibo da esportare quando c'è fame a portata di mano. Le persone del luogo non sopportano questo abuso - e neanche dovremmo noi" (Kofi Annan, ex segretario generale delle Nazioni Unite).

Quello che non potevamo portar via, noi lo abbiamo distrutto:

  • La tratta delle persone (per trapianto di organi, per lavoro schiavo, per prostituzione, per combattere nelle continue guerre nel continente...), il traffico di armi e di droga…
  • Nel continente, salvo rare eccezioni, il modello di sviluppo imposto fu quello della globalizzazione escludente che comporta:

- urbanizzazione selvaggia e crescita incontrollata delle megalopoli

- inquinamento dell’aria e dell’acqua;

- acidificazione degli ecosistemi;

  • smaltimento dei rifiuti tossici pericolosi dei paesi ricchi.

“Ingenti quantitativi di rifiuti speciali destinati allo smaltimento vengono spediti, via mare, verso il continente africano andando ad alimentare ulteriormente il traffico illecito di rifiuti pericolosi, il cui business vede interessati anche trafficanti di origini africane ben organizzati e che dall’Italia, con proprie società regolarmente costituite, reperiscono rifiuti speciali in modo capillare. 

migranti 312I paesi del mondo industrializzato e ad alto tenore di vita, si stanno liberando dai loro rifiuti più scomodi smaltendoli in Africa e così dopo avere trasformato l’Europa in una discarica stanno facendo lo stesso con l’Africa.

L’Africa purtroppo si sta trasformando in una vera e propria pattumiera delle nostre nefandezze, degli sprechi dei Paesi ricchi, dei Paesi occidentali”. (P. Giulio Albanese, missionario comboniano)

A tutt’oggi, i Paesi europei che erigono muri e fili spinati contro gli immigrati africani continuano a scaricare sul suolo del continente i loro rifiuti tossici.

Quello che già si fa

La comunità internazionale da decenni si pone come obiettivo di eliminare la fame e la povertà estrema ma, nonostante sforzi e investimenti, i risultati sono ancora insufficienti. Gli aiuti internazionali da soli non bastano. Spesso non esistono le garanzie minime di sicurezza per mantenere programmi di assistenza…

Quello che bisognerebbe fare

  • Superare l’attuale ordine economico mondiale neo liberista.
  • Ridiscutere le politiche in un senso più equo, che tenga conto della storia di sfruttamento che questi territori hanno subito, soprattutto da parte degli Stati europei.
  • Investire in infrastrutture
  • Sostenere gli sforzi delle società africane di promuovere uno sviluppo locale.
  • Denunciare l’ordine mondiale che riserva all’Africa le funzioni di deposito di materie prime (della terra in primo luogo) a basso costo e di serbatoio di forza lavoro di riserva per quando il costo del lavoro dovesse crescere troppo nei paesi attualmente emergenti.
  • Porre un fine ai numerosi conflitti e alla corruzione endemica che rendono inviabile qualsiasi intervento umanitario internazionale.
  • I paesi che colonizzarono l’Africa e le multinazionali che la sfruttarono recentemente siano sottoposti a un processo di revisione del debito e obbligati a indennizzare il maltolto, con l’arbitrato degli organismi soprannazionali.

Prossimi eventi

  • p. Panichella, Libro

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