RD Congo, il Movimento 23 Marzo (M23): appoggio, inefficacia, fallimento e complicità...: di chi?
INDICE: 1. introduzione (a. Accordi di cessate il fuoco e iniziative di pace di Nairobi e Luanda: una lunga serie di fallimenti - b. Passività della forza militare regionale dell’EAC e complicità di personalità politiche) - 2. L’M23 ha continuato ad occupare nuove località - 3. Iniziative diplomatiche per un processo di pace - 4. Falso ritiro dell'M23 da qualche località - 5. L’arresto del deputato Édouard Mwangachuchu
Accordi di cessate il fuoco e iniziative di pace di Nairobi e Luanda: una lunga serie di fallimenti.
Nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), i combattimenti tra il Movimento del 23 marzo (M23) e l’esercito congolese sono continuati, nonostante un nuovo cessate il fuoco annunciato a Luanda (Angola) all’inizio di marzo. L’inadeguatezza dell’esercito congolese costringe Kinshasa a delegare la sicurezza e la diplomazia a Paesi terzi.
Il sesto accordo di cessate il fuoco, firmato il 3 marzo e che avrebbe dovuto entrare in vigore il 7 marzo, non è ancora stato rispettato. Nel territorio di Masisi, i combattimenti sono proseguiti nei dintorni della cittadina di Sake, ultima barriera di accesso al capoluogo di provincia, Goma. Ancora una volta, l’esercito congolese e l’M23 si sono accusati a vicenda di aver violato il piano di pace negoziato a Luanda. Nel suo ruolo di mediatore, l’Angola aveva fatto di tutto per far sì che questo ennesimo cessate il fuoco arrivasse a buon termine. Sforzo sprecato. I rapporti di forza, molto sfavorevoli a Kinshasa sul terreno militare, spingono l’M23 a costringere il governo congolese a sedersi al tavolo di negoziati che quest’ultimo continua a rifiutare.
L’apatia della forza militare regionale dell’EAC, che non ha mosso un dito per affrontare l’M23, l’ha convinto che poteva continuare ad avanzare verso Goma, capoluogo di provincia, per aumentare la pressione militare sulle autorità congolesi. Se l’occupazione di questa città di 2 milioni di abitanti da parte dell’M23, appoggiato dal Ruanda, sembra un obiettivo diplomaticamente troppo rischioso, il suo accerchiamento da ovest, per asfissiarla economicamente, potrebbe essere altrettanto vantaggioso. Il mancato rispetto del cessate il fuoco e il proseguimento dei combattimenti attorno a Goma non è quindi una vera sorpresa.
A Luanda, il 3 marzo, oltre al cessate il fuoco, che non è ancora stato rispettato, il presidente angolano era riuscito a ottenere che l’M23 accettasse anche un piano di ritiro delle se truppe, entro la fine di marzo, dalle zone occupate verso le sue posizioni iniziali, nei pressi della frontiera con l’Uganda. A questo proposito, in un comunicato stampa del 12 marzo, l’M23 ha annunciato la sua intenzione di ritirarsi da Karuba, Muremure, Nyamitima, Nkingo, Kagano e Kihuli. Tuttavia, occorre qui ricordare che, anche all’inizio del 2023, l’M23 aveva già annunciato il suo ritiro da Kibumba e Rumangabo, nel territorio di Nyiragongo. Un ritiro relativo, visto che, stranamente, queste postazioni fanno nuovamente parte delle zone da liberare entro il 30 marzo.
Secondo il piano previsto, la forza militare regionale dell’EAC, lentamente rinforzata da truppe burundesi e angolane, dovrà insediarsi in quelle zone lasciate libere dall’M23, trasformandosi così in una semplice forza cuscinetto di interposizione, molto contestata dalla popolazione locale, che denuncia un rischio di “balcanizzazione” della regione.
Militarmente impotente contro l’M23, Kinshasa attende soluzioni dalla Comunità dell’Africa dell’Est e vorrebbe che la forza militare regionale fosse avesse un mandato più offensivo nei confronti dell’M23. Inoltre, Kinshasa si aspetta che le Nazioni Unite e la comunità internazionale impongano forti sanzioni contro il regime ruandese, per costringerlo a mettere fine al suo appoggio all’M23 e porre così fine all’avanzata dell’M23.
Militarmente in posizione di forza, l’M23 costringe Kinshasa a cercare un appoggio all’esterno, benché senza molto successo, almeno per il momento. Di fronte all’estrema debolezza del loro esercito, le autorità congolesi hanno subappaltato la sicurezza del Paese alla Comunità dell’Africa dell’Est (EAC), di cui, ironicamente, fanno parte anche il Ruanda (accusato di appoggiare l’M23) e l’Uganda (sospettato di aver facilitato l’accesso dell’M23 sul territorio congolese). Sul piano diplomatico, è ancora l’EAC che, attraverso la mediazione del presidente angolano Lourenço, sta lavorando per la pacificazione dell’est congolese.
D’altra parte, anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, una cui delegazione si è recentemente recata nella RDCongo, ha ricordato che Kinshasa non poteva aspettarsi tutto dall’esterno. L’ambasciatore francese all’Onu, Nicolas de Rivière, è stato molto chiaro: «Non aspettatevi che le Nazioni Unite sistemino le cose in modo magico e istantaneo al posto delle autorità congolesi», insistendo su un aspetto ovviamente poco popolare in Congo:
«La via d’uscita da questo conflitto non può che essere politica e non può che concretizzarsi in negoziati».
Questa via politica si è finora concretizzata nelle due iniziative di pace di pace di Nairobi (Kenia) e di Luanda (Angola). La prima è rivolta ai gruppi armati in generale, in vista della loro adesione al nuovo programma di disarmo e reinserimento sociale, ma l’M23 ne è stato finora escluso, perché considerato gruppo terroristico dal governo congolese. La seconda è invece un tentativo di mediazione tra i governi congolese e ruandese sulla questione dell’M23. I risultati di entrambe le iniziative sembrano piuttosto deludenti. Non basta infatti esortare alla cessazione di ogni tipo di appoggio militare e logistico ai gruppi armati, tra cui l’M23, né fissare date per un cessate il fuoco e un ritiro delle truppe che, normalmente, non vengono mai rispettate.
Si tratta invece di offrire un “programma di disarmo e di reinserimento sociale” credibile e attraente, capace di offrire ai membri dei gruppi armati, tra cui l’M23, una vera alternativa di vita: cessazione effettiva delle ostilità, ritorno degli sfollati ai loro villaggi di origine, convivenza pacifica tra etnie diverse, equo accesso al potere e alle terre, formazione professionale, creazione di posti di lavoro, partecipazione attiva alla vita politica democratica del Paese e rispetto dei diritti umani, senza però dimenticare le esigenze della giustizia nei confronti di quelli che hanno ordinato o commesso dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità e senza tergiversare nell’imporre adeguate sanzioni ai responsabili dei gruppi armati che non accettano di deporre le armi e alle personalità e regimi che continuano a finanziarli e a fornire loro armi, munizioni e truppe.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.






