Nel Giorno di San Guido Maria Conforti
5 novembre 2024: Solennità di San Guido M Conforti - Riflessioni dei confratelli della DG sui Nostri Beati Martiri.
Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto. Ve l’assicuro (Gv 12,24).
Cari confratelli,
Il 18 agosto scorso la Chiesa ha proclamato beati i nostri confratelli Vittorio Faccin, Luigi Carrara, Giovanni Didonè e il sacerdote Albert Joubert. Riconoscendo la loro morte violenta come martirio in odium fidei, la Chiesa ha attestato che essi sono stati uccisi dando testimonianza dell'amore per Dio e per il popolo congolese che servivano.
Spontaneamente viene da chiedersi: da dove hanno tratto la forza per continuare a rimanere a Baraka e Fizi, sapendo che le loro vite erano in pericolo? Cosa li ha motivati a restare accanto al popolo congolese nonostante i pericoli, le minacce e le incertezze? Nei loro scritti, emerge con chiarezza la profonda spiritualità che li animava, la consapevolezza di essere strumenti nelle mani di Dio e la ferma volontà di seguire la Sua chiamata, qualunque ne fossero le conseguenze.
Con questa lettera, nella solennità di san Guido Maria Conforti, nostro Padre e Fondatore, vogliamo sottolineare tre elementi fondamentali che hanno caratterizzato la vita di questi nostri fratelli che la Chiesa ci propone come modelli di vita cristiana e saveriana. Lo facciamo con il desiderio che la testimonianza delle loro vite illumini e arricchisca le nostre.
Una vita di fede nel Dio rivelatoci da Gesù Cristo
Tutto inizia accogliendo la luce della fede nelle loro vite. Una fede trasmessa dalla famiglia e dalla comunità parrocchiale. È questa fede in Gesù Cristo e nel Dio rivelato nei Vangeli che, dall’inizio alla fine, ha guidato la vita di questi nostri fratelli. È la bellezza di questa fede cristiana, scoperta progressivamente nelle loro vite, che un giorno ha acceso in loro il desiderio di condividerla con coloro che non conoscevano ancora Gesù Cristo.
È questa fede che li ha fortificati e ha dato loro il coraggio di lasciare la famiglia, il proprio paese e di andare là dove c'era bisogno di apostoli del Vangelo. È questa fede che li ha guidati e condotti a chiedere al Superiore Generale di accettare l'offerta delle loro vite per amare e servire il Signore nel carisma saveriano. Ed è sempre questa fede che li ha sostenuti e animati nel momento della prova, fino a preferire la morte piuttosto che abbandonare la missione.
Una vita missionaria
La loro è stata una chiara chiamata ad essere missionari del Vangelo là dove il nostro Signore Gesù Cristo non era ancora conosciuto né amato. Si sono preparati per questo e quando è arrivato il momento tanto desiderato e sognato, hanno intrapreso il cammino verso la nuova destinazione con la piena fiducia che fosse il Signore ad inviarli.
Una volta arrivati in missione, hanno iniziato con impegno lo studio della lingua locale, aperti a quella nuova realtà che ora vedevano con i propri occhi e toccavano con le loro mani. Erano convinti che quella fosse la volontà d'amore di Dio per ciascuno di loro: amare e servire il Signore amando e servendo questo nuovo popolo che, col passare dei giorni e dei mesi, diventava progressivamente il loro stesso popolo.
La vita missionaria era per loro una scelta di vita totale. Non sono andati in missione per qualche anno pensando di tornare presto nel loro paese, erano lì con tutto: mente e cuore e non solo con il loro corpo. Sono partiti con l'idea di vivere per sempre con questo popolo, che non avevano scelto loro, ma che avevano accolto, attraverso la destinazione ricevuta, come il popolo che Dio gli stava donando.
Come missionari, hanno vissuto con intensità e profondità la relazione di alleanza che si è stabilita tra il popolo congolese e loro. È stata un'alleanza di vita, possiamo dire di eternità, condividendo con il popolo la vita quotidiana: gioie e tristezze, speranze e frustrazioni, illusioni e impotenze, paure e abbandoni, fino al punto culminante in cui hanno sentito che le loro vite erano intrecciate indissolubilmente con la vita di questo popolo. Hanno vissuto quindi quella comunione di vita e destino con i fratelli a cui siamo inviati fino al punto di condividere i loro problemi e il cammino di liberazione di cui parlano le nostre Costituzioni (C 14).
Per questo decisero di rimanere là dove il Signore era presente, incarnato in quelle persone e in quel popolo che erano diventati sangue del loro sangue e carne della loro carne.
Una vita saveriana
Vittorio, Luigi e Giovanni entrarono nell'Istituto Saveriano con il desiderio di essere missionari. Con gli anni della formazione chiarirono le loro motivazioni e consolidarono quella voce interiore che li accompagnava. Attraverso le diverse tappe formative videro sempre più chiaramente che il carisma saveriano era il segno dell'amore di Dio nelle loro vite.
Quando arrivò il momento di fare la professione perpetua, erano pienamente convinti che la vita saveriana fosse per l'eternità. C'era in loro un'unità fondamentale tra la vita di fede, la vita missionaria e la vita saveriana. Potremmo dire che la vita di fede e la vita missionaria si fondevano in un'unica realtà: la vita saveriana. Infatti, l'essere saveriano è un'identità propria nella Chiesa, dove le due realtà, fede in Gesù Cristo (C 3) e primo annuncio del Vangelo fuori dal proprio paese e cultura (C 9), sono intrinsecamente unite.
La vita saveriana, quindi, è stata la vita di questi nostri fratelli martiri. Vivere in questo modo, con questa convinzione, considerando anche la loro giovane età, non è stato qualcosa di naturale. Infatti, le cose serie non si improvvisano. La fedeltà con cui hanno vissuto la loro consacrazione fino a versare il loro sangue non è stato qualcosa di fortuito, bensì il risultato di un processo di formazione umana, cristiana e religiosa-missionaria, acquisita nel tempo e coltivata nella perseveranza quotidiana. Essa è iniziata nella loro famiglia d’origine, è proseguita nella vita cristiana parrocchiale, nella comunità formativa saveriana e si è conclusa con il loro martirio.
Che la testimonianza dei nostri beati martiri, in questo giorno in cui celebriamo la solennità di San Guido Maria Conforti, sia una luce permanente sul cammino delle nostre vite e diventi modello di vita umana, cristiana e saveriana.
I confratelli della DG.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.







