Amare e servire: La bellezza di una vita dedicata alla missione
Alla fine dell’anno scolastico di lingua italiana, RIKO NABABAN SX ed io (ERIC MIHIGO), siamo stati fortunati di essere mandati nella nostra comunità della Casa Madre a PARMA, specificamente al 4° Piano dove siamo stati alloggiati per il servizio ai confratelli giovanissimi di 80, 90 anni in su. Il nostro servizio tra loro si è svolto dal 22 giugno al 30 luglio.
Inoltre, ordinariamente la nostra vita al quarto piano era scandita da un ritmo ben stabilito per ogni giorno ma talvolta flessibile secondo i bisogni urgenti. Cominciavamo la giornata nelle mani del Signore a traverso la preghiera delle lodi alle 7:00 dopo di che, cominciavano i servizi diversi che svolgevamo tra cui, accompagnare i confratelli durante la loro colazione, imboccare alcuni che non ce la facevano da soli ed addirittura spuntarla persino gli altri che non ne avevano nemmeno voglia affinché mangino qualcosa. C’era anche il servizio del barbiere, ogni mattina subito dopo le lodi, facevo dei giri dai confratelli giovanissimi più fragili per farli la barba e chiacchierare per sapere come hanno trascorso la notte. L’altro momento affascinante tranne la preghiera comune (lodi, vespri, rosario, eucaristia, adorazione), i momenti di giochi e di insegnamenti (a cura di P. Angel e P. Dario), era portare alcuni confratelli fuori spingendoli nelle carrozzine per farli godere la bellezza del sole che gli facesse molto bene. Al nostro parere, non era solo un momento di camminata, anzi un momento di famiglia, di vicinanza con loro e d’arricchimento dalle loro esperienze di missione.
Amare per servire
Il Quarto piano è stato per me un sorgente di apprendimento e di crescita integrale. Da loro abbiamo notato il senso dell’amore e del rispetto, come ci diceva il nostro fondatore San Guido MariaConforti, “Amatevi come fratelli e rispettatevi come principi”. Questo si percepisce chiaramente nelle parole che mi ha detto il P. ARDUINO ROSSI, “Nella vita mai umiliare nessun. Nessun ha il diritto di umiliare (bambini, anziani, fragili, stranieri) neanche Gesù nostro modello perfetto ha umiliato i poveri. Mai umiliare ma rispettare. Mai imporre, ma proporre”.
Ci siamo accorti che amare non richiede grandi cose ma basta una sincera attenzione, un piccolo gesto di gentilezza, di benevolenza, un sorriso che dà gioia ai giovanissimi e riscalda il loro cuore.
C’erano alcuni confratelli che non potevano ascoltare a causa del problema dell’udito ma avevamo solo bisogno di essere ascoltati mentre parlavano in modo che si sentissero compresi ed accolti, avevano solo bisogno di qualcuno che gli sia vicino e che gli faccia compagnia per sentirsi felicissimi. Gli altri non potevano comunicare con fluidità linguistica, ma in grado di comunicare con i gesti, il loro sorriso, il loro affetto. Come dicono le nostre costituzioni all’articolo 38. 1, “Dobbiamo riservare la grande sollecitudine ai confratelli anziani e ammalati. Gli uni e gli altri contribuiscono molto all’opera dell’evangelizzazione affidata all’istituto mediante l’offerta delle loro sofferenze e preghiere. La loro presenza ed esperienza sono un grande valore per la nostra comunità”.
Personalmente, ne sono uscito felice ogni volta che eravamo insieme.
Sinceramente, li ho amati e finora li porto nel mio cuore e mi sono sentito amato da loro e da tutta la comunitàdel quarto piano come fosse mia propria comunità di Desio.
Infatti, mi sentivo lieto di servirli perché fossero dei confratelli maggiori che hanno dedicato, speso tutta la loro vita per la missione in diversi paesi da cui proveniamo noi. Ora sono la gloria della nostra famiglia severiana. Particolarmente, mi sono meravigliato di vedere alcuni che hanno trascorso 40, 50 anni nella RD del Congo, da dove provengo io, quello ci ha commosso ad essere consapevoli del fatto che noi nuove generazioni siamo frutti di quello che loro, nostri predecessori hanno seminato con tanto zelo, perciò meritano tutto il nostro amore, il nostro affetto. Per me, sono una grande testimonianza, viva di fedeltà nella consacrazione religiosa per la missione fino in fondo. Ecco lo slancio, la spinta che ho avuto da loro.
La gioia nella sofferenza
La bellissima cosa sorprendente che abbiamo notato è vedere la gioia sul viso dei confratelli ammalati nonostante le sofferenze del corpo che gli affliggessero, erano sempre pronti a sorridere, a scherzare. Malgrado tutto, nessuno si arrendeva. Nessuno si chiudeva su sé stesso. Anzi, ciascuno faceva del suo meglio per aiutare, per rendersi utile all’altro,insomma, c’è una comunione incredibile fra loro.
Ma da dove viene questa forza interiore e quella gioia? ci si chiede!
Ritengo che non vengano dalla salute buona ma dal sentirsi amati, accolti, compresi, dalla fede in Dio che gli accompagna nelle loro sofferenze, dal potere aiutare e farsi utile per qualsiasi cosa, piccola che sia. Nello stesso spirito, Papa Giovani II nella lettera apostolica Salvifici Doloris al n° 26, (del 1984 e dedicata proprio al senso cristiano della sofferenza) affermava che “L’uomo chi soffre può trovare la pace interiore e perfino la gioia spirituale nella sua sofferenza unendola alla croce di Cristo.". Tuttavia, Non è la gioia dell'assenza di dolore, ma quella di sapere che il proprio dolore non è inutile, che ha un senso e persino un valore per gli altri”.Questa sofferenza è anche vissuta come momento di preparazione ed attesa per recarsi nella casa del Padre che hanno tanto servito fedelmente nella loro vita.
Detto questo, c’è Padre Arduino Rossi SX che non si stancava di dire ripetutamente con tanta devozione e convinzione: “Signore tirami su, tirami su, Signore”. Come fosse già abbastanza preparato per il bellissimo incontro con il Signore. Sembrano parole semplici ma piene di significato. Ascoltando questo sono rimasto senza fiato perché mi hanno toccato tantissimo e spinte a riflettere sulla mia vita, sul perché di non sentirmi preparato di fronte alla morte.
Infine, partendo da Parma al nome di tutti i confratelli del quarto piano, P. Luigi Lo Stocco ci ha consegnato una lettera di ringraziamento dove erano scritte queste profondissime parole che vi proponiamo: “Carissimi, ancora Grazie! Noi non vi dimenticheremo, vi ricorderemo nelle nostre preghiere, proprio perché il bene si ripaga col bene. Vi abbracciamo fraternamente e vi auguriamo di ben iniziare il vostro ciclo di formazione teologica. E che Dio vi protegga e vi benedica”.
Anche noi vogliamo ringraziare le OSS, le infermiere, i confratelli che ci hanno guidato durante tutto questo mese e che danno di tutto per rendere bellissima la vita al quarto piano.
Che il Signore vi fortifichi ogni giorno. Grazie di cuore.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.

Ma da dove viene questa forza interiore e quella gioia? ci si chiede!


