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Carissimi, alquanto sorpresi all'arrivo dei primi freddi che ci rammenta lo scorrere dei giorni, eccovi questa lettera che tocca appunto gli avvenimenti che arrivano e passano. L'osservare ciò che passa è reso possibile dal poterlo vedere da un punto fermo. Le cose che passano e il punto fermo della propria vita... riflettendo, ecco questa lettera. 

Oltre la lettera allego pure il volantino del programma 2024-25 (scaricabile in PDF).

Grazie. Un saluto a tutti. p. Luciano.


一所懸命! Isshokenmei!

Siamo nel bel mezzo dell’autunno e la madre terra, dopo un’annata turbolenta per i repentini cambiamenti metereologici, ci fa dono degli ultimi suoi frutti: le drupe dell’olivo, le bacche del prugnolo ecc. Sostare, meditare e ringraziare diviene spontaneo.

Gli accadimenti degli ultimi giorni hanno riempito le testate dei giornali suscitando svariati pareri.

Un prospettato risultato elettorale che il giorno prima veniva segnalato da molti come motivo di preoccupazione, il giorno dopo, a risultato raggiunto, da molte parti viene caricato di elogi e di aspettative.
Le onde della storia furiosamente si alzano e repentinamente s’abbassano; ma possa la barchetta della pace, sospinta dal vigore delle nostre preghiere, approdare là dove c’è conflitto; e rigenerarvi la dignità e lo splendore dell’umano.

Un avvenimento recente mi evoca la via della rigenerazione alla dignità e allo splendore dell’umano.

Un capotreno è stato offeso e accoltellato da due utenti a cui aveva chiesto il controllo del biglietto. Quante volte tutti noi abbiamo invocato più controllo pubblico a garanzia della nostra sicurezza! Il capotreno ha eseguito il dovere di cui i cittadini l’avevano investito. Dopo le prime cure alle ferite subite nello svolgimento del suo dovere, il capotreno disse queste poche parole: “Intendo ritornare sui treni dopo la guarigione”.

Il capotreno mi rievoca alcuni confratelli - 8 di cui 3 compagni di studi - con i quali ho condiviso il cammino formativo nella casa madre dei missionari saveriani a Parma. Quando nelle missioni a cui furono inviati sorsero conflitti interni, benché esortati dal governo italiano a far ritorno, scelsero di rimanere e di condividere la sofferenza della gente che li aveva ospitati. La compagnia dà conforto e vigore. Quella condivisione comportò la morte per uccisione.

Un semplice funerale e una semplice sepoltura nella terra divenuta la loro patria. Senza lamenti o proteste, là riposano in pace. La dignità del capotreno che, ferito, disse di voler presto ritornare a fare il suo dovere, fu invece disturbata da rumori
alieni alla dignità e splendore del compimento del dovere. I rumori della mente umana disturbata dagli interessi può degradare i martiri in vittime.
Ogni albero, avendo la sua natura, produce i frutti della sua natura. Dotato di pensiero, di sentimento, di volontà, l’uomo produce i frutti delle facoltà, di cui è dotato, attraverso il lavoro. Il lavoro è l’atto liturgico dell’uomo laico. La funzione liturgica richiede formazione, cura, dedizione. La vita tutta è una celebrazione liturgica, di cui ciascuno è il celebrante. In ogni istante della vita vissuta come liturgia è presente la vita intera, la sua origine e la sua morte. In ogni istante cellule nuove nascono e cellule vecchie muoiono.

La morte è sempre presente ovunque è la vita.

La morte è l’alveo in cui scorre la vita: ossia la vita vivente che non ristagna, ma continua a lasciarsi dietro il passato e a scorrere nel nuovo, gorgheggiando.

Isshokenmei è l’espressione con cui i giapponesi significano che ogni impegno è sacro. La traduzione letterale: Issho = qui e ora (un posto/un attimo); kenmei = versare la vita. Quindi versare la vita nel lavoro che si compie, nell’attimo che si vive. L’infante succhia
il latte materno isshokenmei, i ragazzi giocano isshokenmei, gli studenti studiano isshokenmei, ogni lavoratore lavora isshokenmei, il kamikaze si immola isshokenmei. Quando si compie isshokenmei non rimane strascico e la vita scorre lieve.

Anche per i giapponesi il comprendere e il misurare questa stupenda regola comporta
difficoltà; tuttavia la tengono quotidianamente davanti ai loro occhi come un salvifico richiamo.

Le foglie degli aceri e dei pioppi, una dopo l’altra, si staccano dal ramo e danzando si adagiano sul terreno. I colori degli ultimi attimi della loro vita palpitano di tenerezza.
Il Signore Gesù, morendo, ha dato il suo corpo in cibo e il suo sangue in bevanda.

L’Eucaristia! Isshokenmei!



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