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A MISSÃO EM QUESTÃO / A EMERGÊNCIA DE UM PARADIGMA MISSIONÁRIO EM PERSPECTIVA DECOLONIAL

A missão em questão. A emergência de um paradigma missionário em perspectiva  decolonial è il titolo del libro che raccoglie la tesi di dottorato di Stefano Raschietti, missionario saveriano, da più di 30 anni in Brasile. Presentata alla PUC (Pontificia Università Cattolica) di Curitiba (Paraná-Brasile), sotto la guida del teologo Agenor Brighenti, la tesi verte sul dibattito circa il paradigma classico della missione ad gentes, legato al progetto di espansione delle potenze coloniali portoghese e spagnola in America latina, che provocò l’oppressione delle culture native fino al loro sterminio in molte regioni dei Caraibi e dall’attuale Messico alla regione della Terra del Fuoco.

La violenza della pratica missionaria, descritta da Bartolomé de Las Casas nella sua Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie del 1542 – solo per citare un esempio –, provoca ancor oggi un certo shock: nei primi decenni della Conquista l’80-90 per cento della popolazione indigena morì a causa del lavoro nelle miniere e piantagioni, delle malattie portate dall’esterno, e questo non è solo un fenomeno dell’inizio della missione; il mancato riconoscimento delle popolazioni autoctone e delle loro tradizioni culturali e religiose, l’arroganza e la presunzione eurocentriche hanno segnato l’azione missionaria fino all’inizio del XX secolo. In questi tempi in cui la discussione sul colonialismo guadagna posizioni nella politica, nella società e nella cultura, la missione si interroga, come ha esemplarmente fatto Stefano Raschietti, su consistenza e inconsistenza del paradigma missionario coloniale. 

Lo studio di Raschietti, premiato con il “Premio Erwin Kräutler, si distingue per l’ampia prospettiva delineata: il progetto missionario dell’età moderna – in particolare la conquista dei nativi americani, dell’America latina, che gli europei chiamerebbero “l’altro” continente, ma anche le aspirazioni imperialiste del XIX e dell’inizio del XX secolo nei territori dell’Africa, dell’Asia e del Pacifico – viene analizzata in modo fondamentalmente nuovo, sullo sfondo della teoria della decolonizzazione sviluppata negli ultimi due decenni dalle scienze sociali e antropologiche culturali dell’America latina. 

Ne emerge un “altro” paradigma missionario, di natura dialogica e decoloniale, che lascia cadere l’etnocentrismo, l’esclusivismo e il trionfalismo. Quella che oggi si chiama critica “decoloniale” è iscritta nel cuore della fede cristiana: ad ogni nuovo ritorno, quando il Vangelo, e con esso ogni persona e ogni cultura con cui si trova il missionario, subisce violenza, non porta la vita, ma la morte. Bartolomé de Las Casas è solo uno degli esempi più noti. Il fattore “nuovo” nell’opera di Raschietti è che in essa si rompe ogni presunto eurocentrismo nascosto, che è, tuttavia, rilevabile in approcci teologici critici e pionieristici alla missiologia, come quelli delle Scuole di Lovanio (Belgio) o Münster (Germania). La “nuova” visione di Raschietti risiede nella metodologia scelta, che collega l’approccio storico a un approccio ermeneutico, e che si basa su un paradigma decoloniale formatosi negli ultimi decenni nel contesto latino-americano.

I capitoli 2 e 3 presentano, in tal senso, da un lato, la visione storica differenziata, che descrive chiaramente l’amalgama missione-piano coloniale e imperiale, e dall’altro, il punto di partenza ermeneutico, che fa riferimento al progetto del gruppo di ricerca interdisciplinare Modernità/Colonialità, di cui fanno parte Enrique Dussel, Anibal Quijano, Santiago Castro-Gómez e Walter Mignolo. Questa è la base metodologica dei capitoli seguenti. Lo studio del gruppo “La colonialidad del saber” (2000) è uno dei riferimenti centrali per Raschietti. Il potere della spada, esercitato dalla politica in modo specifico – culturale e religioso – ha trasformato gli abitanti delle zone “scoperte” in “altri”: non europei, indiani, nativi. Gli “altri” sono “oggetti” nel contesto di una logica di potere e conquista, e così si inventa l’America da un lato, e la moderna Europa dall’altro.

Secondo tre teorici latinoamericani della decolonizzazione, Aníbal Quijano, Walter Mignolo ed Enrique Dussel, è proprio in questo momento che emerge l’idea di cosa sia l’Europa e di cosa rappresenti – ed è anche quando nasce il razzismo. “Infatti l’invenzione dell’America”, dice Walter Mignolo, “è stato il primo passo verso l’invenzione di tradizioni extra-europee, e la modernità è stata responsabile della repressione di queste tradizioni attraverso la conversione, il processo di civilizzazione e, successivamente, l’idea di sviluppo”. Modernità e colonialità sono “due facce della stessa medaglia”: “La colonialità è costitutiva della modernità: senza colonialità non c’è e non può esserci modernità. La post-modernità e l’antica modernità non possono sbarazzarsi della colonialità: creano una nuova maschera, dietro la quale continuano a nascondersi, intenzionalmente o meno”. Quando questa “colonialità del potere” viene scoperta, però, si aprono prospettive per nuove strade – ed è qui che convergono approcci dalla filosofia e dalla teologia della liberazione. Dice Mignolo: “Accettando che la ‘modernità’ sia un progetto occidentale, è necessario assumersi anche la responsabilità della ‘colonialità’ (il lato oscuro, costitutivo della modernità), per tutti i crimini e gli atti di violenza commessi in nome della modernità”.

In altre parole, la “colonialità” è la più tragica “conseguenza della modernità”, ma, allo stesso tempo, ne è la conseguenza più promettente, da quando ha avviato lo slancio globale verso la “decolonialità”. È a causa di questa prospettiva decoloniale che la discussione latinoamericana si distingue dai teorici postcoloniali le cui opere si sono sviluppate principalmente negli ex “centri coloniali” degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e il cui tema sono i contesti africani e asiatici. Qui si apre spazio alle prospettive teologiche della liberazione, soprattutto in vista della storia delle conquiste e della missione. Decostruzione e ricostruzione vanno di pari passo, in tutta la loro complessità e paradossalità; questo è il percorso seguito da Raschietti nei capitoli successivi della tesi, in cui elabora, in modo estremamente differenziato, la formulazione di una nuova comprensione e di un nuovo concetto di missione.

Nel capitolo 4 Raschietti analizza pratiche e sviluppi missiologici e testi del magistero sulla missione, in particolare i testi del Vaticano II: Ad gentes e Gaudium et spes. Nel capitolo 5 l’Autore approfondisce questo approccio differenziato attraverso una lettura puntuale di documenti delle Conferenze episcopali latinoamericane di Medellín, Puebla, Santo Domingo e Aparecida, fino al Sinodo amazzonico, in cui, il nuovo concetto di missione concentra e traduce l’intero processo postconciliare: nuovi soggetti, popoli indigeni, neri, donne e migranti, le cui voci sono finalmente ascoltate; nuove forme di partecipazione e la rottura radicale con tutti i “centrismi”; il significato attribuito alla pluralità culturale e religiosa; e una definizione fondamentale della missione nella prospettiva del regno di Dio, da cui solo emergerà ciò che è la Chiesa.

Tali riflessioni portano al capitolo finale, che sintetizza il concetto decoloniale di missione, in prospettiva storico-ermeneutica, in termini teologici, pastorali e storici. Raschietti prende sul serio il “luogo, da dove si pensa”, e conduce a un “pensare di frontiera”, da dove si sente il “grido dell’altra metà della modernità”; perché i linguaggi, le logiche e gli “universi simbolici” nelle diverse culture non si lasciano comunicare in un unico modo lineare. Le pratiche missionarie restano ambivalenti, l’incontro con l’altro può andare bene ma anche fallire, e la valutazione di questo processo resta aperta. In futuro sarà importante includere maggiormente la voce dei popoli indigeni e delle donne. Le logiche di pensiero devono essere ampliate nel senso di “sentipensar” o “corazonar”, e “toccare con le mani le cicatrici delle ferite coloniali”. “Vivere” al confine, come suggerisce Raschietti – sicuramente sulla base della propria esperienza e di quella dei vescovi Erwin Krãutler e Pedro Casaldáliga – significa rimanere in uno “spazio intermedio”, in un “luogo di “contatto”, di “attraversamento”, di “trasmissione”, di “sorpasso”.

In questo modo, il missionario si avvicina alla “sofferenza e delusione, alle fratture, ai conflitti” provati principalmente dalle popolazioni autoctone, dai neri di periferia, dalle donne che subiscono violenze, dai migranti e lavoratori che vivono in condizioni precarie. Questo confine non è un “luogo confortevole”, come dice Raschietti, ma insegna “l’arte della pluralità dei discorsi e della polifonia”. In questo senso possiamo anche imparare, di nuovo, la “missio ad gentes” come “missio inter-gentes”, che ci permette di convertirci all’altro e imparare dall’altro, accettando la vulnerabilità della “nostra” verità e la necessità di un salto epistemico nel nostro rapporto con noi stessi, con Dio e il mondo. Questo nuovo “vivere” è un “essere insieme in cammino”, in cui imparare a “coordinare i miei passi con quelli del mio interlocutore, in cui vado oltre i confini coloniali e attraverso il quale diventiamo tutti più persone libere”.


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