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Via i crocefissi dalle aule scolastiche? Dialoghiamo

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Il 3 novembre la Corte europea per i diritti dell’uomo ha deliberato che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una inadempienza “del diritto per i genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni” nonché “una violazione alla libertà di religione degli alunni stessi”. Una sentenza bollata come “scioccante” in gran parte d’Italia, dato che il crocefisso è appeso in ogni aula, come in ogni altro edificio pubblico, dal lontano 1924.

Già in altre occasioni non sono mancati tentativi di rendere nulla quella legge promulgata in piena era fascista, ma la croce ha sempre mantenuto il suo posto nelle aule fino a quando una signora italiana di origine finlandese, atea, non ha chiesto che nella scuola di Abano Terme (Pd) frequentata dai suoi due figli il crocefisso venisse rimosso. In attesa dell’appello, il crocefisso resta ancora sui muri delle nostre scuole, ma per quanto ancora non possiamo saperlo.

Possiamo però riflettere su questa decisione e sulle decine di interventi che il dibattito ha scatenato nel Paese.

È quello che abbiamo fatto nell’équipe del circolo lodigiano del Msac, composta da sette studenti delle superiori, cinque universitari e un sacerdote. Mettiamo le cose in chiaro: in quanto associazione cattolica, è ovvio che non siamo a favore della rimozione del simbolo della nostra religione; tanto più che, come il Consiglio di Stato argomentò sapientemente respingendo una proposta di rimozione nel 1988, “il Crocifisso, o più esattamente la Croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della Cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente da specifica confessione religiosa”.

Dunque il crocefisso è un segno di ciò che il cristianesimo, vero elemento unificante della cultura europea da duemila anni, ha lasciato al nostro continente e al mondo intero, ma soprattutto un simbolo di valori positivi al di là della “specifica confessione religiosa”: un musulmano, un ateo, un buddhista o un qualsiasi credente non cristiano potranno non riconoscere il carattere divino di Gesù e non seguire dunque la dottrina cristiana, ma siamo convinti che nessuno possa ritenere immorale il gesto di donare la vita per i propri amici, che è quello specificamente rappresentato nel crocefisso, o comunque il messaggio di pace e amore predicato da Gesù. Senza contare poi che non si tratta di un simbolo “bellicoso”, ma dell’immagine di un Dio in croce che già secondo Paolo era “scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani”, tanto era debole!

Tuttavia, nel dibattito sorto tra noi siamo stati concordi nel dire che il crocefisso si può anche togliere dalle aule scolastiche.

Prima di tutto, a stabilire che dovesse essere appeso fu, come già ricordato in precedenza, una legge fascista, stipulata più che per la “grande religiosità” del Duce per ingraziarsi la Chiesa nel momento cruciale dell’instaurazione definitiva del regime. Secondo, il crocefisso nelle aule scolastiche è un segno, ma non “il” segno: Gesù non lasciò detto di appendere un simbolo della sua passione e morte in ogni luogo pubblico, ma spiegò che a chiunque volesse essere suo discepolo era richiesto di “prendere la sua croce e seguirlo”.

Insomma, è proprio come se Gesù, oggi, ci stesse dicendo: “non mi importa che voi, studenti cattolici, facciate lotte e processi per tenere su un muro il simbolo della mia passione e morte. Mi importa che siate voi segno, col vostro stile, il vostro impegno, la vostra umiltà, del messaggio che io ho portato sulla Terra”.

Insomma, “meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo”, diceva nel 2007 l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi.

Questa frase ci dà lo spunto per introdurre un’altra riflessione: tutti abbiamo notato come la sanzione della Corte europea abbia particolarmente ridestato uno “spirto guerrier” cristiano che ruggiva evidentemente molto in profondità in politici, giornalisti e anche semplici amici e compagni di classe. Questo è l’aspetto della vicenda che ci è piaciuto di meno e che vogliamo “denunciare” apertamente: se la questione del crocefisso è un’occasione per imporsi contro altre culture e stili, se il crocefisso deve essere strumentalizzato per motivi politici, noi non ci stiamo. I social network sono stati invasi da slogan iper-identitari, a volte anche violenti, e il crocefisso è stato ridotto a “simbolo tradizionale del nostro paese”.

Non facciamo di tutta l’erba un fascio: slogan e minacce contro chi toglie il crocefisso non fanno parte del bagaglio cristiano, e simboli tradizionali italiani saranno la pizza, la Nazionale, Vasco e Ligabue, ma non il segno di Gesù morto per noi! In attesa che giudici e sentenze stabiliscano quale sarà la sorte del crocefisso, noi pensiamo che la strada migliore sia, come sempre, il dialogo.

Al di là dei motivi che hanno spinto la signora di Abano Terme a presentare il suo ricorso, se a qualcuno nelle nostre classi dà fastidio il crocefisso, parliamone.

Cerchiamo di capire perché, cerchiamo di spiegare cosa significa questo simbolo.

Siamo chiamati a unire, non a dividere. Certo, il sogno sarebbe avere un simbolo di qualunque confessione religiosa rappresentata in una classe vicino al nostro crocefisso, ma sarebbe una legge alquanto complessa da formulare. Nel frattempo, noi proviamo ad essere segno di Gesù tra i banchi di scuola, con o senza crocefisso a ricordarci il suo sacrificio e il suo messaggio.



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