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Valencia Cano, vescovo dei poveri e fratello maggiore

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Le fonti di questa mia nota su Gerardo Valencia Cano, primo vescovo di Buenaventura (Colombia), sono: G. González Jaramillo, Monseñor Valencia, Bogotá 1972; M.J. La Rosa, De la derecha a la izquierda. La Iglesia católica en la Colombia contemporánea, Bogotá 2000; S. Arboleda Quiñonez, Gerardo Valencia Cano. Memorias de resistencia en la construcción del pensamiento afrocolombiano, Popayán 2003; L.H. Quiñones Murillo, Justicia social en Gerardo Valencia Cano, (tesis de grado), Bogotá 2008.

Era il tempo della guerra fredda, esasperatasi a causa della crisi di Cuba e della guerra del Vietnam. Si moltiplicavano le manifestazioni di piazza e si faceva sempre più pressante il dilemma tra capitalismo escludente e comunismo utopisticamente ugualitario. In America latina si viveva un clima di rivoluzione, tra opzione armata o pacifica, come unico mezzo per far uscire dalla grave dipendenza di questa vasta e ricca regione del mondo.

Di liberazione parlavano le scienze sociali, ma anche la teologia, che si stava caratterizzando appunto come “teologia della liberazione”. Era anche il tempo dell’imposizione della “dottrina della sicurezza nazionale” da parte delle dittature militari, responsabili della tortura e della sparizione di migliaia di persone. La Colombia stava vivendo il tempo dell’esclusione e repressione di tutte le espressioni politiche alternative ai due tradizionali partiti (liberale e conservatore). Tale esclusione avrebbe inevitabilmente portato alla violenza nelle campagne, dove i campesinos venivano espropriati delle loro terre, e al sorgere della guerriglia.

L’esclusione sociale ed etnica (degli afrocolombiani e dei popoli indigeni) stavano diventando due fattori moltiplicatori di povertà.

Protagonista tra indigeni e afroamericani

In questo contesto mondiale e locale, svolge il suo ministero episcopale Gerardo Valencia Cano, nelle zone più periferiche della Colombia, tra gli indigeni amazzonici del Vaupés e tra i neri della costa pacifica, a Buenaventura, fino alla sua sospetta morte in un incidente aereo il 21 gennaio 1972. Nato nel 1917, a 25 anni diventa prete nell’Istitituto dei Missionari Saveriani di Yarumal (Colombia); nel 1949 è nominato prefetto apostolico di Mitú, nell’Amazzonia colombiana; nel 1953 è nominato vicario apostolico di Buenaventura.

La sua riflessione, come pastore delle Chiese di Mitú e di Buenaventura, l’ha reso profeta del suo e nostro tempo, prima ancora che la Chiesa facesse la scelta preferenziale dei poveri nel Concilio Vaticano II (1962-1965) e nella Conferenza dei vescovi latinoamericani (Celam) a Medellín (1968). Mentre la Chiesa in Europa si interrogava su come parlare di Dio a persone non più credenti, in un contesto di avanzata secolarizzazione, in America latina essa cercava il modo di parlare di Dio agli esclusi dalla dignità umana, no-hombres, costretti a vivere in condizioni sub-umane e perciò non degne dei figli di Dio. Da queste constatazioni e riflessioni pastorali sarebbe partita qualche anno dopo l’elaborazione accademica delle scienze sociali cosiddette della liberazione (filosofia, pedagogia e sociologia), nonché della teologia della liberazione.

Dieci anni prima del Concilio

Dieci anni prima che il Concilio parlasse esplicitamente della missione dei laici nella Chiesa, Valencia Cano creava l’Unione missionaria femminile, insistendo sul ruolo speciale della donna cristiana laica nella società. Accennava anche alla necessità dell’inculturazione – antropologica e sociologica – della Chiesa presso le popolazioni evangelizzate. Inoltre, si preoccupava dell’unità del popolo di Dio, nel rispetto delle differenze dei suoi membri. Parlava positivamente della sintesi dell’incontro delle differenze, identificando il contesto latinoamericano come il più adatto a favorire l’unità, in virtù dell’intenso incrocio delle differenze etniche e culturali.

Per Valencia Cano, la divisione era frutto delle pretese di purezza avanzate da alcune etnie e caste privilegiate.

Per lui, l’America latina doveva svolgere nella Chiesa la missione particolare di favorire l’unità del popolo di Dio, proprio a partire dalla valorizzazione delle diversità dei poveri, degli indigeni, dei neri, esclusi dalla società ma privilegiati dal Vangelo. In questo senso, parlava dei poveri, dei neri e degli indigeni, come di luoghi privilegiati della missione della Chiesa in America latina. Anzi, nel mondo. Sicché, secondo Valencia Cano, l’America latina diventa sempre più il continente della speranza poiché è l’unico che può offrire, nell’immediato futuro, la vera sintesi antropologica che indicherà il ritorno all’unità.

Padre conciliare soprattutto dopo il Concilio

Partecipò a tutte le sessioni del Concilio, facendosi interprete soprattutto di due documenti, Gaudium et spes e Ad gentes, il frutto più maturo del pensiero conciliare. Ad essi si ispirò nella sua pastorale in generale, ma soprattutto nell’evangelizzazione degli indigeni e afrocolombiani. Nel contesto latinoamericano è considerato uno dei patriarchi della pastorale missionaria indigena e nera (afroamericana).

Fu, infatti il primo direttore del Dipartimento missionario del Celam, creato nel 1966, lasciando tracce significative sul tema del dialogo interculturale, della teologia india e nera (afroamericana). Nel 1966 creò Etnia, il Centro antropologico colombiano delle missioni. Ma sarà il Primo incontro latinoamericano di pastorale in territori di missione realizzato e diretto da Valencia Cano il 24 aprile 1968 a Melgar (Colombia) a segnare la riflessione ed il ministero di questo “fratello maggiore” che concepiva l’America latina come il luogo del nuovo popolo scelto da Dio per la missione di annuncio e instaurazione del suo regno di giustizia e di pace: Se il cristianesimo pretende di continuare a qualificare il popolo latinoamericano, deve superare la sua condizione di mera religione e diventare ciò che è veramente, cioè, un sistema di rapporti umani anche politici.

E ancora: Ogni azione pastorale deve riflettere una doppia fedeltà:

  • a) fedeltà al mandato e al messaggio;
  • b) fedeltà al destinatario, cioè all’uomo a cui è rivolta.

Perciò, la nostra pastorale, pur essendo profondamente teologica, deve essere necessariamente antropologica. È l’uomo che ci preoccupa, l’uomo concreto nelle sue circostanze temporali, socio-culturali, socioeconomiche e psicologiche. La sua azione pastorale e la sua riflessione sono segnate da una costante ricerca di una nuova ed intensa presenza della Chiesa nella trasformazione dell’America latina e della Colombia in particolare. Ma la sua opzione, benché locale, assume rilevanza universale.

Oggi, a trentadue anni dalla morte, l’attuale vescovo di Buenaventura, mons. Héctor Epalza, propone la beatificazione di Valencia Cano, primo vescovo della diocesi, proprio a partire dai due titoli attribuitigli dagli indigeni e dai neri: “vescovo dei poveri” e “fratello maggiore”.


UN MISSIOLOGO NON ACCADEMICO

Mentre in Europa la missiologia nasceva prevalentemente negli atenei, in America latina era elaborata da vescovi missionari e loro collaboratori immersi nell’attività evangelizzatrice dei popoli indigeni e afroamericani. Di questa missiologia, Valencia Cano è stato un maestro, proprio perché pastore appassionato. Nella sua preoccupazione di incarnare i nuovi insegnamenti della Chiesa universale nella dottrina sociale, adotta termini tabù per l’epoca, come “rivoluzione” e “socialismo dei nuovi poteri”, ma sempre in chiave evangelica e pacifista.

Questa posizione gli valse l’isolamento all’interno della Chiesa colombiana e, paradossalmente, una maggiore notorietà nel resto dell’America latina. Gli valse pure l’appellativo di “vescovo rosso”. Oltre che dal Vangelo, la sua concezione ministeriale traeva ispirazione dalle Encicliche sociali Rerum novarum e Quadragesimo anno, secondo le quali il problema della giustizia nel mondo è, tra tutti i problemi, quello più grave, il più urgente nella società contemporanea.

L’ingiustizia che vuole far prevalere il diritto del più forte dovrà cedere prima o poi nei confronti della verità di Cristo: nessuno ama più di colui che dà la vita per i suoi fratelli.



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