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UNA CHIESA MISSIONARIA E SINODALE / LA SOLIDARIETÀ TRA GERUSALEMME E ANTIOCHIA

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Dopo aver descritto la nascita e la prima diffusione del cristianesimo nell’importante città di Antiochia, Luca riferisce un episodio apparentemente secondario, ma che lascia intuire un profondo legame di solidarietà tra la neonata comunità antiochena e la Chiesa madre di Gerusalemme. In tal modo l’evangelista consegna ai lettori un autentico modello di solidarietà umana ed ecclesiale, solidarietà che, come vedremo, trae la propria origine da un impulso dello Spirito Santo. Siamo nel cap. 11,27-30 degli Atti.

Il racconto si apre con il particolare della presenza di alcuni profeti provenienti da Gerusalemme (v. 27). Altri testi del cristianesimo delle origini accennano alla predicazione di profeti itineranti che annunciavano il Vangelo nei principali centri urbani (si veda ad esempio la Didachè 11-13, scritta agli inizi del II secolo), confermando così la diffusione e il riconoscimento ufficiale di tale carisma da parte delle comunità cristiane. Lo stesso Paolo, nella Prima Lettera ai Corinti, accenna al ministero dei profeti, il cui compito è edificare, esortare, incoraggiare: “Chi profetizza, invece, parla agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto. Chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l’assemblea. Vorrei vedervi tutti parlare con il dono delle lingue, ma preferisco che abbiate il dono della profezia. In realtà colui che profetizza è più grande di colui che parla con il dono delle lingue, a meno che le interpreti, perché l’assemblea ne riceva edificazione” (1Cor 14,3-5). 

L’IMPORTANZA DI FIGURE PROFETICHE 

Le parole di Paolo ricordano anche alla Chiesa di oggi l’importanza e necessità della presenza di figure profetiche al suo interno, ovvero di uomini e donne ispirati, capaci di guardare e interpretare la realtà e la storia con gli occhi e il pensiero di Dio. Al tempo stesso, i profeti devono essere immersi nel proprio contesto ecclesiale, animati dalla consapevolezza di dover aiutare i fratelli e le sorelle a decifrare “i segni dei tempi”, sollecitando così l’impegno e la perseveranza nella fede, speranza e carità. Ci sembra utile, a questo proposito, proporre un passo dell’udienza generale di papa Paolo VI del 16 aprile 1969: «La nostra vita, oggi, è assai impegnata nella continua visione del mondo esteriore. I mezzi di comunicazione sono così cresciuti, così aggressivi, che ci impegnano, ci distraggono, ci distolgono da noi stessi, ci svuotano della nostra coscienza personale. Noi possiamo passare dalla posizione di semplici osservatori a quella di critici, di pensatori, di giudici. Quest’attitudine di conoscenza riflessa è della massima importanza per l’anima moderna, se vuole restare anima viva, e non semplice schermo delle mille impressioni a cui è soggetta. E per noi cristiani questo atto riflesso è necessario, se vogliamo scoprire “i segni dei tempi”; perché come insegna il Concilio (Gaudium et spes 4), l’interpretazione dei “tempi”, cioè della realtà empirica e storica, che ci circonda e ci impressiona, deve essere fatta “alla luce del Vangelo”. La scoperta dei “segni dei tempi” è un fatto di coscienza cristiana; risulta da un confronto della fede con la vita; non per sovrapporre artificiosamente e superficialmente un pensiero devoto ai casi della nostra esperienza, ma piuttosto per vedere dove questi casi postulano, per il loro intrinseco dinamismo, per la loro stessa oscurità, e talvolta per la loro stessa immoralità, un raggio di fede, una parola evangelica, che li classifichi, che li redima; ovvero la scoperta dei “segni dei tempi” avviene per farci rilevare dove essi vengono da sé incontro a disegni superiori, che noi sappiamo cristiani e divini (come la ricerca dell’unità, della pace, della giustizia), e dove un’eventuale nostra azione di carità o di apostolato viene a combaciare con una maturazione di circostanze favorevoli, indicatrici che l’ora è venuta per un progresso simultaneo del regno di Dio nel regno umano». A ben vedere, le parole “profetiche” di san Paolo VI definiscono, per la Chiesa di oggi, i lineamenti tipici di quei profeti di cui essa ha così tanto bisogno.

PER UNA CHIESA SOLIDALE

Luca, nel nostro passo, aggiunge ai tratti profetici delineati da Paolo la capacità di predire il futuro: Agabo – questo il nome del profeta di Gerusalemme sceso ad Antiochia –, sotto impulso dello Spirito predice infatti che presto una grave carestia si sarebbe abbattuta sull’intera ecumene, cioè sul vasto territorio dell’impero romano. Luca precisa immediatamente che davvero tale calamità colpì l’impero, precisamente sotto il governo di Claudio (41-54 d.C.). I “discepoli” – così l’evangelista definisce i membri della giovane comunità antiochena – reagiscono alla situazione di emergenza ispirandosi agli ideali presentati nei “sommari” di At 2,42-47 e 4,32-35, stabilendo cioè che ciascuno avrebbe inviato un aiuto per i fratelli e le sorelle delle comunità più bisognose, in particolare della comunità madre di Gerusalemme. Luca non manca di precisare un criterio importante riguardo all’esercizio pratico della carità: la solidarietà, per quanto generosa, è sempre regolata sulla base di quello che ognuno può concretamente dare: “allora i discepoli stabilirono di mandare un soccorso ai fratelli abitanti nella Giudea, ciascuno secondo quello che possedeva” (v. 29). Torna alla mente un’espressione contenuta nel secondo sommario degli Atti: “quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno” (At 4,34-35).

ALL’INSEGNA DELLA DIACONIA

Nel racconto di At 11,27-30 Luca utilizza poi il termine greco diakonía (servizio) per indicare il gesto dell’aiuto fraterno: tale termine viene spesso usato da Paolo proprio per indicare la colletta a favore dei più bisognosi (cfr. 1Cor 16,15; 2Cor 8,4; 9,1.2.12.13; Rm 15,31). Il ricorso al vocabolario del servizio è senza dubbio molto significativo, perché indica che la solidarietà si inserisce a pieno titolo nell’esercizio della carità verso i più bisognosi, sull’esempio di Gesù che non esitò a donare tutto se stesso a favore dei poveri e sofferenti (cfr. At 10,38).

CON I PRESBITERI IMPEGNATI NELLA CARITÀ

Per la prima volta, inoltre, vengono menzionati gli anziani (presbyteroi) della comunità. I tempi sono cambiati: gli apostoli, infatti, non sono più i detentori esclusivi della leadership ecclesiale. Assistiamo qui al progressivo articolarsi dei carismi e dei ministeri all’interno della comunità cristiana: profeti, presbiteri, apostoli. Tuttavia, non va dimenticato che carismi e ministeri sono suscitati dallo Spirito di Dio per il bene della comunità e non per accrescere il prestigio dei singoli. È assai significativo, del resto, che la prima menzione dei presbiteri nel libro degli Atti sia associata non tanto ad un ruolo di guida quanto all’impegno nella carità verso i più bisognosi. 

PER UNA RECIPROCITÀ SOLIDALE E SINODALE

Così la Chiesa di Antiochia muove i primi passi nella vita di fede e carità, non certo in modo autoreferenziale, ma profondamente legata alla comunità madre di Gerusalemme, incarnando così più con i fatti che con le parole uno spirito di autentica sinodalità. Come giustamente osserva Daniel Attinger, «la “comunione” non è solo il riconoscimento da parte di Gerusalemme dell’ecclesialità di un’altra Chiesa (una “comunione gerarchica”), ma è anche reale “condivisione”: da Gerusalemme, ricca della testimonianza di Gesù, i cristiani di Antiochia hanno ricevuto l’Evangelo; a Gerusalemme, povera di mezzi di sussistenza, vanno i beni della ricca Antiochia. Questa condivisione diventerà un leitmotiv di quel “mendicante di comunione” che fu Paolo». Di fatto, i legami tra le diverse Chiese si manifestano nei termini di una reciprocità solidale e sinodale, una reciprocità che, senz’ombra di dubbio costituisce, dinanzi agli occhi del mondo, la testimonianza più credibile della carità evangelica.



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