Un saveriano per caso al Concilio
Tra i singolari favori che Dio mi ha concesso c’è anche quello della mia partecipazione al Concilio Vaticano II – un’esperienza straordinaria che fu tra le più belle della mia vita. In proposito, tra i sei vescovi saveriani che vi partecipavano di diritto, c’era anche mons. Giovanni Gazza, vescovo di Abaetetuba, PA (Brasile Nord). Questi mi chiese, dalla seconda sessione di essere suo perito, cioè suo consigliere teologico.
IL MIO CONTRIBUTO
Il mio contributo fu soprattutto quello di aiutare mons. Giovanni Gazza nelle discussioni e nell’informarlo delle questioni ecclesiologiche che nel frattempo erano dibattute durante i lavori del Concilio, che fu inaugurato l’11 ottobre 1962 e al quale parteciparono circa 2.500 vescovi, appartenenti a tutti i paesi del mondo, e alcuni osservatori delle altre confessioni cristiane. Io vissi codesto avvenimento ecclesiale con entusiasmo e speranza, nella ferma convinzione che da esso sarebbe scaturita una nuova era nella vita della Chiesa.
Il Concilio, infatti, mi permise, da un lato, di respirare una vera aria nuova, una ventata di freschezza e, dall’altro, sia di confrontarmi con i grandi teologi del mio tempo: Henri de Lubac, Yves-Marie Congar – “un genio della teologia rispetto a me” –, Marie Dominique Chenu, Joseph Ratzinger, Hans Küng, Bernard Lonergan i quali lasciarono un’impronta molto forte sulle questioni nodali del Concilio, sia, al tempo stesso, di prendere contatto direttamente con alcuni osservatori delle Chiese separate, protestanti e ortodossi.
IL FASCINO DI UN CONCILIO PASTORALE
Una cosa che m’impressionò molto fu la presenza massiccia dei due grandi Ordini religiosi – i domenicani e i gesuiti – che hanno fatto la storia della teologia lungo i secoli. La loro presenza era così rilevante da doverla considerare come la “macchina teologica” dei periti conciliari. Mi affascinò, inoltre, l’idea che il Concilio dovesse essere “pastorale”. Difatti, “i vescovi, riuniti in San Pietro, nella luce del discorso di apertura di Giovanni XXIII, Gaudet mater ecclesia, dell’11 ottobre 1962, alla condanna degli errori preferirono un’esposizione positiva e convincente delle verità da accogliere e da testimoniare”.
Fui infine toccato, e ben a ragione, dalla vivacità del dibattito dei Padri, dal quale presero vita, tra l’altro, Nostra aetate (Dichiarazione su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”), Dignitatis humanae (Dichiarazione su “La libertà religiosa”) e Gaudium et spes (Costituzione pastorale su “La Chiesa nel mondo contemporaneo”): una sorta di trilogia, la cui importanza si va sempre più rivelando col passar degli anni.
UN CONCILIO VERAMENTE ISPIRATO
Di quel lontano 1962, incominciato cinquant’anni fa, non si può non rievocare l’inizio e la grande ispirazione giovannea, da cui tutto ebbe inizio.
A mio giudizio ci fu veramente l’ispirazione dello Spirito santo.
Papa Roncalli ha voluto questo Concilio illudendosi di chiuderlo in pochi mesi: a questo proposito basta leggere i testi della Commissione teologica preparatoria. Fu invece tutto da rifare e ciò rappresentò inaspettatamente un nuovo inizio, uno slancio per tutta la Chiesa. Così, dall’iniziale scontro salutare tra la Curia vaticana e il resto dei Padri conciliari nacque l’idea di una vera assemblea ecumenica che sarebbe durata nel tempo.
Fui, pertanto, impressionato dal fatto che dell’impianto originale non fosse rimasto nulla: fu una vera rivoluzione! Di quegli anni lontani, oltre alle immagini ormai sbiadite e in bianco e nero, sopravvive nella mia memoria lo spirito di profezia e di modernità del Concilio, il cui copioso lascito è ancora da studiare nella sua attualità e da applicare nella sua completezza.
UNA STELLA POLARE PER IL FUTURO
Il Concilio Vaticano II ha dato una struttura fondamentale allo stesso concetto di Chiesa ed è divenuto, da allora con le sue Costituzioni e Dichiarazioni, una stella polare, ad esempio, nel campo della Liturgia (cfr. la costituzione Sacrosanctum concilium), della divina Rivelazione (cfr. la costituzione dogmatica Dei verbum), del mistero della Chiesa (cfr. la costituzione dogmatica Lumen gentium), dell’Educazione cristiana (cfr. la dichiarazione Gravissimum educationis). Concordo con Benedetto XVI che la lezione del Concilio non è stata ancora accolta nella sua interezza.
Molti parlano di “Vaticano III”, ma io penso che sia ancora lontano quel tempo, perché, a mio giudizio, buona parte dell’eredità e dell’impianto del Vaticano II non appare ancora attuata e molti dei suoi insegnamenti hanno ancora oggi uno spessore profetico che guarda lontano: guarda al futuro della Chiesa.
ALCUNE DOMANDE CHE ESIGONO RISPOSTE
Di qui alcune domande legittime e niente affatto retoriche: Che ne è di quell’evento storico? Che ne è di quella passione che allora ci avvinse? Il Concilio è ancora la stella polare oppure ha perso la sua azione propulsiva? Domande, queste, che esigono risposte.
In un’epoca in cui i problemi sembravano superare le sue forze (fame, energia nucleare, ecologia, relativismo, ecc.), il Concilio invitava tutto il popolo di Dio a farsi carico di nuovi compiti per realizzare un umanesimo autentico, plenario, e chiamava ogni cristiano a dare il proprio contributo, ciascuno secondo le proprie forze, così da far maturare nel mondo i frutti del regno di Dio: giustizia, solidarietà, pace, speranza, gioia, amore.







