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UN LIBRO, MOLTE PROMESSE / ABBIAMO VISTO LA SUA STELLA IN ORIENTE

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Mentre il baricentro del cristianesimo si sta spostando dall'Europa verso altri continenti ogni informazione diretta, documentata, quindi sicura e affidabile sulla realtà e il futuro del cristianesimo fuori dell’Europa riveste un valore e un interesse speciali. A questo genere di pubblicazioni appartiene certamente il libro che qui presentiamo e che possiamo considerare un vero regalo dei cristiani giapponesi. Si tratta per di più di una primizia assoluta: la prima storia della teologia giapponese scritta da giapponesi. Ce n’erano già altre, scritte da autori occidentali. Con quest’opera i giapponesi si sono decisi non più solo di far conoscere ai giapponesi la teologia elaborata altrove nel mondo (specialmente in Europa e, in misura minore, negli Stati Uniti), ma di far conoscere al mondo la teologia elaborata in Giappone – segno, questo, di una raggiunta maturità.

UNA PRIMIZIA ASSOLUTA

L’opera, contenuta come numero di pagine, ma ricchissima di contenuti, è collettiva. Gli autori sono cinque, ma l’impressione che si ricava dalla lettura è quella di una profonda unità, non solo di impostazione e svolgimento dei singoli contributi, ma di visione d’insieme comune e persino di stile: è come se quest’opera l’avesse scritta un’unica persona.

I cinque autori sono tutti eminenti teologi, coordinati da Yasuo Furuya (1926-2018), che ha scritto l’Introduzione e le Conclusioni(entrambe utilissime); gli altri quattro hanno scritto ciascuno uno dei quattro capitoli che compongono il volume: la prima generazione di teologi vissuti a cavallo tra il XIX e il XX secolo; la seconda generazione che va dall’inizio alla metà del XX  secolo; la terza, dal 1945 al 1970; la quarta, dopo il 1970. Come si vede, questa storia ha uno sviluppo cronologico ed è scritta attraverso la vita dei teologi, via via presentati con una serie di ritratti accuratamente caratterizzati, ciascuno con il proprio profilo anche biografico e accademico. Per cui, alla fine, siamo in presenza di una vera e propria galleria di personaggi, straordinariamente ricca e varia. È una storia relativamente breve, ma ben articolata in tutte le principali direzioni della ricerca teologica: biblica (a proposito dello studio scientifico della Sacra Scrittura, merita di essere segnalata l’opera accademica di Masao Sekine che, formando vari specialisti di Antico Testamento, ha dato “allo studio veterotestamentario in Giappone una reputazione internazionale”: p. 99), storica, sistematica, filosofica (soprattutto nell’ambito della filosofia della religione), ricca anche di tensioni e conflitti, coltivata sia in Università cristiane, sia in Facoltà o Dipartimenti di teologia o Filosofia istituiti presso Università statali, compresa quella ”Imperiale” di Tokyo.

Ma perché il 1970 è stato scelto come confine tra la terza e la quarta fase, tuttora in corso, di questa storia? Perché quell’anno, in coincidenza con la rivolta studentesca avvenuta in tutto il mondo e anche nelle Facoltà teologiche delle Università statali e in quelle cristiane del Giappone, segna simbolicamente una transizione di fondamentale importanza nella storia, ancora relativamente breve, della teologia giapponese: la transizione da una teologia sostanzialmente importata (principalmente dall’Europa, e in particolare, com’è ovvio, dalla Germania) a una teologia originale, autonoma, frutto di un ripensamento e riformulazione del messaggio cristiano all’interno della cultura giapponese, così diversa da quella occidentale, in seguito a un processo di indigenizzazione del cristianesimo che, in Giappone, stranamente, è appena cominciato.

IL BARICENTRO DEL CRISTIANESIMO SI STA SPOSTANDO

Che il baricentro del cristianesimo si stia spostando dal cosiddetto “primo mondo” e in particolare dall’Europa già “cristiana”, ma ormai sempre più e – si direbbe – inguaribilmente secolarizzata, verso altri continenti e paesi del mondo, è un fatto noto che si sta svolgendo sotto i nostri occhi più o meno increduli, preoccupati, incapaci comunque come siamo di fermare o almeno arginare il fenomeno, che sembra destinato ad accentuarsi nel prossimo futuro. Già oggi sembrano esserci più cristiani militanti (non parlo di quelli anagrafici) in Africa che in Europa. Il fatto stesso che nell’ultimo censimento nazionale della popolazione di un paese di antica tradizione cristiana in versione cattolica romana come l’Italia non comparisse più  la voce “religione” – non si è mai capito in nome di che cosa – dimostra che l’appartenenza religiosa è ormai considerata un fatto strettamente privato, privo di interesse pubblico, come se la religione fosse un dato irrilevante e in fondo privo di valore per delineare i tratti del volto di un popolo o di un paese. Un altro fatto oggettivamente sconcertante, ma che ormai, per la sua diffusione e persistenza, viene accettato come “normale”, è lo squilibrio davvero impressionante esistente oggi dappertutto in Europa (in forma più accentuata nei paesi di tradizione protestante, meno, ma ugualmente allarmante, in quelli di tradizione cattolica romana) tra i cristiani che anagraficamente appartengono alla Chiesa, e quelli che con essa hanno un rapporto vivo, reale, costante, non solo burocratico e, al massimo, occasionale. Perciò assistiamo in tutta Europa al fenomeno assolutamente anomalo di un culto cristiano frequentato, in media, dal 10, al massimo 20 per cento dei cristiani, mentre l’80 o addirittura il 90 per cento lo diserta sistematicamente.

INDIGENIZZAZIONE DEL CRISTIANESIMO

Questa svolta è diventata non solo possibile, ma necessaria e indilazionabile, nel momento in cui i teologi giapponesi, quasi tutti protestanti, perché è in ambito protestante che la riflessione teologica in quel paese è stata più e meglio coltivata fin dalla metà del XIX secolo, hanno sentito di doversi liberare sia, in generale, della “cattività tedesca” (cioè di una certa, inevitabile sudditanza nei confronti dei grandi maestri tedeschi, da Schleiermacher a Ebeling attraverso Herrmann, Ottto, Troeltsch, Harnack, Barth, Brunner fino ai più recenti Pannenberg, Moltmann e altri), sia, più in particolare, della “cattività barthiana” alquanto longeva in Giappone. A questo proposito c’è un episodio gustoso che merita di essere riferito: Sakae Akaiwa (1903-1966), pastore, all’inizio fervente barthiano, se ne disamorò completamente e “si disfece di tutti i volumi della Dogmatica ecclesiale” vendendoli; “con il ricavato invitò gli amici in un ristorante di Tokio e celebrò la sua liberazione dalla teologia barthiana con un buon bicchiere di champagne” (p. 81).

I CRISTIANO-GIAPPONESI

Un secondo motivo di interesse è che anche in seno alla cristianità giapponese, che comunque è oggi ancora una minoranza quasi insignificante che oscilla intorno all’1 per cento della popolazione, c’è stato, negli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso, un fenomeno analogo, per non dire identico, a quello avvenuto in Germania con i “Cristiano-Tedeschi” (Deutsche Christen), che non solo sostenevano Hitler e il suo regime, ma mescolavano la dottrina nazista con l’Evangelo in vario modo, affiancando la croce uncinata alla croce del Golgotha. Un certo numero di cristiani giapponesi, animati da un forte spirito nazionalista, diede vita a un “cristianesimo giapponese” che abbinava, ad esempio, il culto di Cristo al culto dell’imperatore con proposizioni come questa: “L’imperatore e Cristo sono identici, altrimenti i giapponesi non crederebbero in Cristo” oppure quest’altra: “Antichi scritti shintoisti sono, per i giapponesi, ciò che per gli occidentali è l’Antico Testamento”: o ancora, nel tempo dell’invasione della Cina da parte dell’esercito giapponese: “l’obbedienza all’imperatore e il sostegno all’avanzata del Giappone in Cina aiutano a promuovere il regno di Dio” (p. 51). Come si vede, qui c’è la stessa “mescolanza” fatta in Germania dai Cristiano-Tedeschi, con l’unica, grande, differenza che questi, con Hitler, andarono al potere, sia pure solo per breve tempo, mentre i Cristiano-Giapponesi rimasero un’infima minoranza nella minoranza cristiana, per cui furono del tutto irrilevanti e non fu neppure necessario che sorgesse, in alternativa a loro, una “Chiesa confessante” giapponese.

La questione, però, non può dirsi chiusa. Infatti, anche se, dopo la sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale, l’imperatore ha rinunciato alla sua divinità, cioè a essere considerato una figura divina, e lo shintoismo di Stato, che promuoveva e alimentava questo culto, ufficialmente è stato soppresso, sembra che – come ebbe a dire il missiologo Hendrik Kraemer già nel 1960 – : “l’essenza spirituale del Giappone non sia affatto mutata” (p. 128). Yasuo Furuya concorda con questo giudizio. Il problema quindi del rapporto tra la fede nel Cristo Signore e la lealtà e ubbidienza all’imperatore sembra essere, oggi ancora, un problema aperto.

IL MOVIMENTO DELLA “NON-CHIESA”

La lettura di questo libro desta, com’è facile immaginare, grande interesse e un’ammirazione e uno stupore altrettanto grandi. L’interesse cresce man mano che avanza la lettura. Non è possibile, in una recensione, indicare tutti i motivi di interesse. Ne scegliamo tre a titolo di esempio, senza peraltro poterli approfondire come meriterebbero. Il primo è senza dubbio il Movimento della Non-Chiesa, fondato dal pastore Kanzō Uchimura (1861-1930), il quale, fervente patriota e convinto cristiano, “cercò di vivere tra due G, cioè Gesù e il Giappone” (p. 17), interpretando i valori tradizionali giapponesi in termini cristiani: era certo che l’amore di Gesù avrebbe purificato l’amore per il Giappone e che l’amore per il Giappone avrebbe reso più trasparente l’amore di Gesù (p. 18). Così, il Movimento della Non-Chiesa costituisce – com’è stato detto – il primo vero tentativo di indigenizzazione del cristianesimo nella cultura giapponese. “Non-Chiesa” non è (come un occidentale è immediatamente portato a pensare) una negazione della Chiesa. Il “Non” giapponese non è identico al “Non” occidentale; va forse ricondotto al “Nulla” buddhista che non è identico al “Nulla” occidentale. Non vuol dire negazione, ma polo negativo necessario per consentire l’affermazione. Non è il contrario dell’affermazione, ma la sua paradossale (per noi occidentali) condizione. Così il Movimento della Non-Chiesa non è il contrario di una Chiesa, ma una forma diversa, originale, indipendente, nuova di Chiesa, dato che Uchimura era convinto che la Chiesa ufficiale (dalla quale era stato cacciato) si fosse allontanata dalla “essenza della Chiesa” (p. 32). Emil Brunner, eminente teologo svizzero, che insegnò alcuni anni anche in Giappone, simpatizzò con questa Chiesa-Non-Chiesa (se così la possiamo chiamare), cercando (invano) di mediare tra questa e la Chiesa ufficiale.

Una caratteristica della Non-Chiesa, tra le altre, è di concepire la Chiesa non come costruzione umana, ma come una creatura naturale, cioè realmente iscritta nella trama della Natura, dove la può scoprire solo lo sguardo della fede: “Il suo [della Chiesa-Non-Chiesa] soffitto è il cielo limpido e intarsiato di stelle. Il suo pavimento sono i verdi prati. I suoi tappeti sono i fiori colorati. I suoi strumenti musicali sono gli alberi di pino. I suoi musicisti sono gli uccelli della foresta. Il suo pulpito è la cima di una montagna e il predicatore è Dio stesso. Questa è la Chiesa che appartiene a noi, i credenti della Non-Chiesa. La Non-Chiesa è davvero una Chiesa. Solo coloro che non hanno Chiesa posseggono la Chiesa migliore” (p. 35). Come spiegare un discorso del genere? Lo si spiega con la mentalità e spiritualità dell’uomo giapponese che, molto più dell’uomo occidentale, sente di realizzarsi nell’incontro intimo con la Natura, si sente appagato solo abbandonandosi al suo abbraccio. 

(continua nel prossimo numero di luglio-agosto 2020)



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