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Nel numero precedente di Missione Oggi abbiamo lasciato la comunità di Gerusalemme che era appena nata, anzi stava muovendo i primi passi. Concordi, uniti nella preghiera e nella frazione del pane, sotto la guida degli apostoli. Erano un cuor solo e un’anima sola. Poi – si sa – crescendo le cose si complicano; si notano le differenze, emergono le tensioni, si impongono scelte che non fanno contenti tutti… La chiesa sta diventando adulta! Sarà meno “perfetta”, non c’è dubbio; forse anche meno elegante; ma certo non meno bella. Approfondiamo la questione leggendo At 8,26-40.

Una delle prime tensioni all’interno della comunità di Gerusalemme viene raccontata dal capitolo sesto del libro degli Atti: “In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove” (At 6,1). Siamo ancora agli inizi, quando tutti i cristiani sono ebrei; alcuni però sono di origine palestinese e parlano l’ebraico (o meglio l’aramaico); altri invece provengono dall’estero e si trovano più a proprio agio con la lingua greca (la lingua comune nell’impero romano).

Non è solo una questione di lingua, ma anche di cultura e abitudini; piccole differenze che rendono complicata la vita di ogni giorno e portano, ad un certo punto, a malumori e mormorazioni. Allora gli apostoli propongono di scegliere “sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza”, che li possano affiancare nella loro attività. Uno di loro è Stefano, il primo martire; un altro si chiama Filippo, ed è il co-protagonista dell’episodio che vogliamo approfondire oggi.

UN PERSONAGGIO CURIOSO

Agli inizi del capitolo ottavo, gli Atti ci raccontano di una grande persecuzione che ha costretto molti cristiani di Gerusalemme a lasciare la città. Uno di questi è stato proprio Filippo, che in un primo momento si reca a Nord, in Samaria; poi verso Sud, nella direzione che conduce a Gaza:

Un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: “Alzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta”. Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaia (At 8,26-28).

È importante notare che Filippo non sta agendo di sua iniziativa; non è lui che si chiede: che cosa farò, ora che non posso stare a Gerusalemme? È un angelo del Signore che gli detta l’agenda: “Alzati e va’ verso mezzogiorno”; ed egli “si alzò e si mise in cammino”. Filippo fa parte di quel gruppo di personaggi biblici (come Abramo, per esempio) che quando Dio parla fanno esattamente quello che egli chiede.

Su quella strada non c’è nessuno, a parte un tale un po’ particolare. È un etiope, cioè abitante della regione di Kush, nome con cui la Bibbia indica l’attuale Sudan; all’epoca era come dire che veniva dalla fine del mondo, perché nessuno aveva ancora esplorato l’Africa centrale. È un eunuco. Nel mondo antico molti dei funzionari di corte erano eunuchi; ma lui non è uno dei tanti: è niente meno che l’amministratore della regina di Etiopia (“Candace” non è il nome proprio, ma il nome comune della regina, come “Faraone” lo era per il re d’Egitto).

Si tratta di una persona di elevato rango sociale e probabilmente molto ricca. Non era normale che un pagano possedesse un rotolo del profeta Isaia; evidentemente, il nostro tale aveva una certa influenza presso i capi del popolo di Israele… Comunque sia, al libro degli Atti non interessa parlarci di eventuali amicizie importanti; piuttosto, ci descrive un tale che – pur essendo pagano – è molto interessato alla fede di Israele, tanto da leggerne i libri sacri.

L’INCONTRO E IL BATTESIMO

Nel nostro brano Dio ha un ruolo molto attivo: prima aveva chiesto a Filippo di incamminarsi per una strada deserta; ora gli domanda di avvicinarsi a quel carro che – così ci immaginiamo – si intravede in lontananza. E Filippo, per la seconda volta, fa esattamente quello che gli viene chiesto da Dio:

Disse allora lo Spirito a Filippo: “Va’ avanti e accostati a quel carro”. Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: “Capisci quello che stai leggendo?”. Egli rispose: “E come potrei capire, se nessuno mi guida?”. E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita. Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: “Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?”. Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: “Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?”. Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò (At 8,29-38).

Abbiamo letto di seguito parecchi versetti perché così ci accorgiamo di quanto l’incontro con l’eunuco sia raccontato in modo molto veloce, quasi schematico.

Filippo salta i convenevoli, tipici del mondo orientale, e fa subito una domanda diretta: ma capisci quello che stai leggendo? Nell’antichità era abitudine leggere a voce alta, per cui non fatichiamo ad immaginare che Filippo, avvicinandosi al carro, abbia udito la lettura dell’altro. Filippo dunque gli chiede a bruciapelo se ci capisce qualcosa, del profeta Isaia; e la risposta dell’eunuco è altrettanto schietta: “e come potrei capire, se nessuno mi guida?”. Bella la risposta, perché ci ricorda che per comprendere la sacra Scrittura abbiamo bisogno di essere accompagnati.

L’eunuco stava leggendo un passaggio effettivamente complicato del profeta Isaia; è uno dei cosiddetti “carmi del servo sofferente” (Is 53), nei quali si fa riferimento ad un personaggio misterioso che avrebbe portato la salvezza al popolo attraverso la propria sofferenza. Non è difficile capire le parole di Isaia in sé (a parte qualche dettaglio); è difficile capire di chi sta parlando! Chi è questo tale di cui profetizza Isaia?

Filippo non si scoraggia e inizia a spiegare. Non sappiamo i dettagli della sua “lezione”; sappiamo però il centro: ha mostrato all’eunuco che il brano di Isaia si riferiva a Gesù. E poi non si è accontentato, ma a partire da quel passo ha regalato al nostro personaggio una lectio divinaprolungata.

DÉJÀ-VU

È tutto veramente molto veloce nel nostro racconto: i due si incontrano, subito si mettono a parlare di cose serie, arrivano in un luogo in cui c’è dell’acqua e l’eunuco chiede di essere battezzato. Accade tutto così velocemente, che non ce ne accorgiamo neanche e il racconto finisce:

Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarea (At 8,39-40).

Quella di Luca è una scelta narrativa chiara: ci impedisce di fermarci sui particolari e così ci aiuta a vedere meglio l’insieme, il percorso, dall’incontro lungo la via al battesimo. Eccone le tappe: Filippo e l’eunuco sono sulla stessa strada, ma ognuno per conto suo; quindi Filippo si avvicina e fa una domanda su quello che sta facendo l’eunuco; compiono un tratto di strada insieme, durante il quale gli annuncia Gesù a partire dalla Scrittura (è a tema la sua morte-risurrezione); infine c’è un momento “sacramentale”, il battesimo; ed ecco che Filippo scompare improvvisamente e l’eunuco rimane per strada, pieno di gioia.

Non vi pare di aver già letto un racconto molto simile? È l’incontro di Gesù con i due discepoli di Emmaus! Gesù si avvicina, chiede di che cosa stanno parlando, spiega a partire dalla Scrittura il senso della sua passione e morte, infine spezza il pane e scompare. Cambiano i personaggi, ma rimane uguale la trama, cioè lo schema della narrazione.

In questo modo, raccontando in parallelo i due incontri, Luca ci ricorda che sì, è vero, Gesù non è più presente fisicamente; quaranta giorni dopo la sua risurrezione è salito al cielo. Ma non ci ha abbandonati! Di fatto c’è ancora, cammina ancora con noi; il suo corpo – come dice l’apostolo Paolo – è la chiesa; siamo noi, i credenti, che nel nostro corpo rendiamo ancora presente quello del Signore. Che il mondo sia pieno o vuoto di Dio, oggi, dipende da noi.



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