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A differenza di Medellín, Puebla enfatizza i temi dell’evangelizzazione della cultura e della religiosità popolare (DP 385-469). Negli scenari culturali latinoamericani, sia locali sia più globali, il cattolicesimo e le diverse spiritualità sono inseriti in processi complessi, con influenze reciproche tra popolare e ufficiale, cattolicesimo, pentecostalismi e religioni altre. Puebla descrive in maniera piuttosto onnicomprensiva la religiosità popolare, come “il complesso delle profonde credenze suggellate da Dio, degli atteggiamenti fondamentali che da queste convinzioni derivano e delle espressioni che le manifestano. Si tratta della forma culturale o esistenziale che la religione adotta in un determinato popolo” (DP 444).

Inoltre, segnala sia “elementi positivi della pietà popolare” (DP 454 e 448), sia “aspetti negativi” (DP 456 e 453). La qual cosa implica che il cattolicesimo popolare sia “accolto, purificato, completato e dinamizzato mediante il Vangelo” (DP 457). Di fatto, la religiosità è integrata nella cultura con la sua matrice cattolica. Da qui la complessa e mutevole pluralità religiosa del continente latinoamericano.

Puebla dà spazio anche alla religiosità popolare dal basso: “Questa religione del popolo è particolarmente viva tra ‘i poveri e i semplici’ (EN 48)” (DP 447) e spesso diventa “un grido per una vera liberazione” (DP 452). È un punto di vista cordialmente impegnato con la sofferenza e le lotte per la giustizia. Inoltre, “gruppi culturali autoctoni o di origine africana… conservano ‘Semi del Verbo’” (DP 451). Nel cammino dei popoli ci sono valori di resistenza e di effettiva solidarietà e questo si esprime religiosamente. Questo sguardo (che può essere chiamato “dal basso”) riconosce energie psicosociali-spirituali nella popolazione marginale. Medellín lo aveva registrato timidamente; Puebla lo fa con maggiore forza. In mezzo a ingiustizie e violenze, la popolazione coltiva la speranza. Questo viene da esperienze di fede, con clamore “per una vera liberazione” (DP 452).

Rispetto alle agende del passato (ossessionato dall’idolatria e dall’ignoranza), lo sguardo di Puebla (1979) e, da ultimo, di Aparecida (2007) è quello della speranza. Tuttavia non si dà ancora una profonda comprensione della religione popolare e della sua capacità evangelizzatrice.

ACCENTI SULLA PIETÀ POPOLARE

Per i vescovi nella religiosità (pietà) popolare latinoamericana esiste una “forza attivamente evangelizzatrice” (DP 396, 467), un potenziale di liberazione “che resta ancora in sospeso” (DP 452). 

E quando affrontano il concetto di pietà popolare cattolica (DP 451, 454, 910-915; cfr. Aparecida 258-265), i vescovi affermano che non è arrivata a impregnare adeguatamente alcuni gruppi culturali originari o di ascendenza africana. In ogni modo, il continente sembra avere un “substrato cattolico” come sua “matrice culturale” (DP 412, 445). In realtà, nel continente ci sono vari tipi di cristianesimo e correnti cattoliche, e in molti settori cresce l’indifferenza verso l’aspetto ecclesiale.

Nella misura in cui si esamina la religione del popolo con uno sguardo “dall’alto verso il basso”, si tende a sovradimensionare la magia, la superstizione, il fatalismo, il logoramento, la deformazione, in un “cattolicesimo popolare affievolito” (DP 461). Si preferisce allora educare il popolo carente di formazione dottrinale e biblica, al fine di superare superstizioni ed errori.

A Puebla i vescovi sottolineano, da un lato, l’aspetto ammirevole e (allo stesso tempo) quello discutibile della religiosità. Questo permette un avvicinamento più profondo e realista, che supera un’ingenua canonizzazione della pietà popolare. La valorizzazione del positivo (DP 454, 467) è maggiore della lamentazione per le carenze. Questo è specificato in termini di incontro con Dio, tanto trascendente quanto vicino, con un’adesione a Cristo in tutto il suo mistero e a Maria, e in una chiara appartenenza ecclesiale. Quanto ad atteggiamenti e comportamenti, si sottolineano la preghiera delle persone, valori come l’amicizia, la dignità personale, la carità, la solidarietà fraterna, l’unione familiare e il loro senso di sofferenza, rassegnazione ed eroismo. Questa valorizzazione di aspetti religiosi si colloca all’interno di quadri dottrinali e istituzionali, con una problematica proiezione dei secondi sulla pietà popolare. Alcuni esempi: “La presenza trinitaria che si percepisce nelle devozioni e nelle iconografie” e “il rispetto filiale verso i pastori come rappresentanti di Dio” (DP 454).

LINEE DI AZIONE

L’aspetto più interessante della Conferenza di Puebla a proposito della religiosità popolare latinoamericana e caraibica è la sottolineatura della sua forza evangelizzatrice:

“La religiosità popolare non solo è oggetto di evangelizzazione, ma è essa stessa, in quanto contiene incarnata la Parola di Dio, una forma attiva con cui il popolo evangelizza continuamente se stesso” (DP 450).

I vescovi riconoscono alla religiosità popolare latinoamericana la “capacità di esprimere la fede in linguaggio totale che supera i razionalismi (canto, immagini, gesto, colore, danza)” (DP 454).

A tale scopo è importante, secondo i vescovi, la “conoscenza dei simboli, del linguaggio silenzioso, non verbale, del popolo”

(DP 457). Tutto ciò implica un approccio pedagogico attento a non sovradimensionare formule dottrinali e normative (come di fatto è avvenuto prima, ma anche dopo Puebla). Bisogna piuttosto accogliere ed esaminare i sentimenti, i riti, i miti, le etiche del popolo. Inoltre, avere consapevolezza che accompagnare un popolo che evangelizza se stesso attraverso la religiosità popolare implica scontrarsi con orientamenti clericali ed etnocentrici che hanno impedito questo protagonismo dal basso.

In termini di atteggiamenti e comportamenti, Puebla sottolinea che l’evangelizzazione esige un lavoro di “pedagogia pastorale” (DP 457) ed elenca otto gravi compiti pastorali (DP 461-468), il cui orizzonte è il rinnovamento pastorale. Se tali gravi compiti riprendessero l’intuizione della religiosità popolare come forma attiva di autoevangelizzazione del popolo sulla base di proprie pratiche e propri talenti (DP 450, 465, 467), allora l’accento dovrebbe essere posto meno sui verbi educare e purificare “una fede preziosa, qualche volta così indebolita” e più sull’“amore e vicinanza al popolo” (DP 457-458). In una prospettiva pastorale di reciprocità, i settori emarginati del popolo possono istruire, illuminare e correggere le élite, che vivono in molti casi un “divorzio” dal popolo (DP 455).

QUESTIONI APERTE

Una questione aperta riguarda il contesto pluralistico in cui vive la religiosità popolare in America latina oggi, che può essere vissuta in maniera conformista o rivoluzionaria. Secondo la teologa brasiliana, Maria Cecilia Domezi, “il cattolicesimo popolare è diventato la religione che rende possibile sia il conformismo sia la resistenza”.

Illuminati dalle direttive di Puebla (di Santo Domingo e Aparecida), è necessario continuare a dialogare con le esperienze di sofferenza e speranza del popolo, non dimenticando che i gruppi culturali autoctoni o di origine africana contengono ricchissimi valori e conservano “Semi del Verbo” (DP 451).

Puebla ha consolidato un nuovo atteggiamento nei confronti della religiosità popolare. Come diceva Lucio Gera: “Questi popoli sono sostanzialmente cristiani; certo, in loro e nella loro religiosità ci sono imperfezione e peccato, che non sono assenti, d’altra parte, in nessun popolo e in nessun settore sociale. Tuttavia, attraverso la loro religiosità, questi popoli esprimono una fede autenticamente cristiana e cattolica”.

Poiché il popolo ha una forza evangelizzatrice, credo che la pastorale non dovrebbe consistere principalmente nell’insegnare, ma piuttosto in una reciprocità feconda e realistica. Il punto cruciale è che sia i programmi della Chiesa, sia la vita quotidiana si specchino nella pratica evangelica di Gesù Cristo a favore dell’umanità.

Perciò Puebla sottolinea l’importanza delle Ceb in quanto “espressione dell’amore preferenziale della Chiesa per il popolo umile: in esse si esprime, si valorizza e si purifica la religiosità del popolo e gli è data concreta possibilità di partecipare alla missione ecclesiale e all’impegno di trasformare il mondo” (DP 643). È necessario studiare e valutare costantemente i percorsi spirituali e pastorali delle medesime comunità. Sono terreni complessi e in continua trasformazione che meritano di essere accompagnati con lucidità e atteggiamento di dialogo.

Puebla lamenta la distanza tra élite e popolo e chiama i movimenti apostolici, le parrocchie, le Ceb e i militanti della Chiesa in generale ad essere in maniera più generosa “fermento nella massa” (DP 462). Questo suppone che le élite non debbano solo insegnare, ma anche ascoltare e imparare dalla religione popolare, mettendosi al servizio del popolo, anche offrendo critiche e linee d’azione. Va in ogni modo privilegiata la religiosità meticcia, indigena, africana. Ognuna delle quali richiede un’evangelizzazione cordiale e concreta. Puebla ha aperto un grande cantiere pastorale, che ha ancora bisogno di attenzione, studio, elaborazione da parte della Chiesa latinoamericana e caraibica.



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