SOMALIA E LIBIA FALLITE, PERCHÉ?
Violenze, invasioni straniere, guerre civili, crisi economiche e sociali, terrorismo internazionale, cambiamenti climatici, il più delle volte in combinazione tra loro, pongono regioni o interi Stati in una situazione tale in cui il potere e le sue istituzioni non sono più in grado di assicurare il funzionamento della macchina statale e il controllo dell’intero territorio nazionale.
DUE CASI EMBLEMATICI
È difficile definire quando uno Stato abbia raggiunto la condizione di “fallito”, tuttavia c’è chi ha cercato di fissare criteri oggettivi per creare un Indice degli Stati falliti, poi evoluto in un quello degli Stati “fragili”.
Abbiamo scelto due casi emblematici di Stati che vivono una crisi molto forte delle istituzioni, unita alla fragilità economica e sociale, accompagnata da violenze e sistematiche violazioni dei diritti umani: Somalia e Libia. I due hanno in comune l’essere stati, anche se solo parzialmente per la Somalia, colonie italiane, precipitate nella crisi dopo interventi militari stranieri, e di vedere avviato, proprio in questo fine anno, un processo per uscire dal “fallimento”, anche se è troppo presto per giudicare le possibilità di riuscita.
LA SOMALIA IN FRANTUMI
La Somalia, indipendente dal 1960 con la riunificazione dei due territori colonizzati e amministrati dal Regno Unito (nord) e dall’Italia (centro-sud), conosce ben presto, come altri paesi africani, il colpo di Stato militare. Il dittatore Siad Barre prende il potere nel 1969 e rimane in sella, anche col generoso contributo italiano, accentuando le identità claniche che restano ancora oggi un riferimento obbligato. Con la sua caduta nel 1991 e l’inizio della guerra civile, il paese non ha più conosciuto un’unica autorità, soprattutto a seguito, nel 1992, dell’intervento militare americano, e di altri paesi, tra cui l’Italia, in un’operazione muscolare avallata dall’Onu. Americani, e italiani, si ritirano nel 1994, dopo perdite significative, lasciando il paese nel caos.
La rottura del tessuto sociale ed economico, degli equilibri tra i clan produce una spaventosa crisi umanitaria, ripetuta più volte nel corso di questi trent’anni con tantissime vittime e una parte consistente della popolazione sfollata internamente (2.600.000 persone) o rifugiata all’estero (oltre 2 milioni). Emergono così movimenti centrifughi: nel 1991 il Somaliland (nord ovest) proclama l’indipendenza e nel 1998 il Puntland (nord) l’autonomia. L’assoluta instabilità politica e sociale favorisce poi i movimenti terroristici di matrice islamica, prima le Corti islamiche, che giungono ad occupare Mogadiscio, poi il movimento al-Shabaab, che portano al collasso del paese.
LA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE MODELLO INSUFFICIENTE
Somalia e Libia condividono alcune evidenze. La prima è che l’intervento militare straniero ha fatto precipitare la crisi, già presente e a molte facce, che ha portato lo Stato al collasso. In entrambi i paesi l’Onu ha avallato un intervento armato, dietro pressione degli Usa e di altre potenze, a cui ha pensato “bene” di aggregarsi l’Italia. L’errore compiuto nel 1992-1993 in Somalia con la missione Restore Hope non è servito ad evitarne un secondo in Libia nel 2011. Le Nazioni Unite che potevano con orgoglio vantare la decolonizzazione in Africa, con l’eccezione del Sahara Occidentale (cfr. pp. 25-27), sono state incapaci di resistere alle pressioni straniere e preservare l’indipendenza di Somalia e Libia.
Infine le difficoltà a riportare nell’alveo di un processo democratico gli Stati falliti e fragili, svela l’insufficienza del modello di democrazia occidentale che si è tentato, e si tenta ancora, di imporre. A differenza di Asia e America latina, in Africa la società civile organizzata ha un’esistenza recente, pochissimi decenni, e soprattutto costantemente soffocata da regimi autoritari. In queste condizioni la relazione popolo-partiti-elezioni-istituzioni non poggia su alcun presupposto o tradizione. I risultati si sono visti al momento dell’indipendenza. I partiti sono costruzioni personali, senza una vera dialettica interna, in cui la società civile non si è mai cimentata prima. Le organizzazioni politiche tendono a diventare partiti unici, mancando la stessa dialettica all’interno delle istituzioni. Il bisogno di unità nazionale di fronte al colonialismo, che ha sfruttato le diversità etniche per dividere, inducono le élite africane a disconoscere la dimensione etnico-tribale, riemersa poi prepotentemente. Sessant’anni più tardi il problema non ha trovato una soluzione. Soprattutto l’ingerenza straniera, anche con nuovi protagonisti, allora come oggi, continua a condizionare il futuro.
LA RICOMPOSIZIONE IMPOSSIBILE
L’intervento dell’esercito etiopico per liberare Mogadiscio (2006), e più recentemente i forti investimenti stranieri a cominciare dalla Turchia e dal Qatar, non contribuiscono alla stabilità di un paese con promettenti risorse naturali (petrolio), collocato in una zona strategica, all’ingresso del Mar Rosso.
I tentativi di ricomporre il paese si sono scontrati oltre che con le rivalità interne e le spinte autonomiste, con la difficoltà di rappresentare il mosaico clanico del paese, peraltro su un fondo di sostanziale unità etnica e linguistica, una rarità nel panorama africano. I tentativi di eleggere parlamenti su base clanica sono più volte falliti. Dal febbraio di quest’anno è avviato un processo elettorale che dovrebbe portare all’elezione di un parlamento a suffragio universale per la prima volta dal 1969. La legge elettorale viene varata nel maggio di quest’anno; ma il suffragio universale è poi abbandonato e un nuovo accordo prevede l’elezione su base clanica, anche se “allargata”. Il voto per il momento è fissato per il febbraio 2021, ma poiché le tensioni e gli attentati terroristici continuano, la prudenza è più che d’obbligo.
LIBIA, TRA INGERENZE ESTERNE E RIVALITÀ TRIBALI
La crisi della Libia risale alla rivolta popolare del febbraio 2011 contro il dittatore Gheddafi, che reagisce con una spietata repressione. In nome del diritto d’ingerenza umanitaria, più prosaicamente degli interessi petroliferi, Francia, Usa e altri Stati, tra cui l’Italia, autorizzati dal Consiglio di Sicurezza, bombardano il paese, e la Nato prende la direzione delle operazioni. Con l’uccisione di Gheddafi, in ottobre, la Libia è dichiarata “libera” dal Consiglio nazionale di transizione, formatosi nel frattempo, mentre a fine mese la Nato si ritira definitivamente. A questo punto il paese precipita ancor di più nel caos. Le rivalità tribali, che Gheddafi aveva saputo mantenere in pugno tra repressione e concessioni, esplodono in tutto il paese, alimentate dalla dissoluzione dell’arsenale militare, dai traffici di armi, malgrado l’embargo imposto dall’Onu, e dall’accaparramento dei pozzi di petrolio e gas. La vecchia contrapposizione Cirenaica (est, con Bengasi) e Tripolitania (ovest, con Tripoli) riemerge fin da subito insieme al particolarismo tribale e locale impedendo un’autorità e un governo unitari. I movimenti fondamentalisti, che non avevano egemonizzato la rivolta, sono i più pronti a strutturarsi, mentre la crisi economica e sociale favorisce l’emergenza del terrorismo islamico.
Tutti i tentativi di ricostruire lo Stato falliscono di fronte all’impossibilità di disarmare le varie milizie armate. Sono loro, più che i partiti o i governi che si susseguono, i veri attori politici. La rivalità che si è cristallizzata fino ai giorni nostri tra il generale Khalifa Haftar, che controlla l’est del paese, e Fayez al-Serraj, primo ministro del governo riconosciuto internazionalmente e basato a Tripoli, deve fare comunque i conti, all’interno di ogni schieramento, con la grande autonomia delle milizie armate, da una parte, e con la pesante ingerenza straniera dall’altra.
INTERESSI DIVERGENTI NELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE
L’Ue, che pure ha la Libia alla sua frontiera meridionale, non riesce a mettersi d’accordo e trova su due fronti contrapposti Italia (al-Serraj), e Francia (Haftar). Ancora più decisivo lo schieramento internazionale. Haftar è appoggiato, oltre che da Parigi, da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, e soprattutto dalla Russia, presente anche con suoi mercenari. Al Serraj è sostenuto da Roma, anche se con molte ambiguità (basti pensare che l’Egitto è il principale importatore di armi italiane), dal Qatar e soprattutto dalla Turchia che nell’ultimo anno ha accentuato la sua presenza militare e che è stata decisiva nel fermare l’offensiva verso Tripoli lanciata da Haftar nell’aprile dello scorso anno.
Mosca e Ankara, hanno trovato, come in Siria, per il momento un compromesso e non si sono opposte, pur tra lo scetticismo del presidente turco Erdogan, al cessate il fuoco “permanente” annunciato a Ginevra dai due rivali libici attraverso la Commissione militare congiunta il 23 ottobre. Tocca ora ai leader delle due parti trovare le modalità per avviare una transizione che si annuncia lunga e molto difficile, malgrado la disponibilità di al-Serraj a farsi da parte. Troppi attori, ben armati e riforniti – ancora all’inizio di settembre l’Onu denunciava le numerose violazioni negli ultimi mesi all’embargo sulle armi –, troppi interessi in gioco, con la vicina Ue, Italia per prima, estromessa, almeno in questa fase, dai giochi che contano.







