Sfida alle parrocchie italiane / Da Brasilia la lettera di un missionario
P. Savio Corinaldesi, di origine marchigiana, missionario saveriano, è dal 1968 in Brasile. Ha lavorato nello Xingu come Segretario della Conferenza Regionale dei vescovi del Parà e Amapà e poi al Centro Pastorale di Altamira, dove ha affrontato gravi problemi sociali. Da molti anni è a Brasilia prima per dirigere il Centro di Formazione Interculturale per i missionari stranieri e ora come Segretario nazionale della Pontificia Unione Missionaria.
Un carissimo collega di seminario, oggi parroco di una cittadina delle Marche, mi scrive:
- Carissimo Savio,
qui in paese abbiamo ormai una fetta di popolazione extra comunitaria molto nutrita: in maggioranza musulmana. Ci sarebbe tanto lavoro missionario, ma ti confesso con vergogna che non sono capace di affrontare un lavoro così nuovo. Queste persone vengono in parrocchia solo per chiedere soldi, perché la parrocchia paghi loro le bollette della luce, del gas, dell'acqua... Ma noi non sappiamo se hanno veramente bisogno o se pensano di fare i furbi. Ci sono anche famiglie africane, soprattutto provenienti dalla Nigeria, che si dicono cristiani, chiedono il battesimo per i figli, ma poi non si vedono più. Ho un inquilino, in una casa della parrocchia, originario della Tunisia. Lavorava presso un ristorante. L'estate scorsa è andato a trovare i suoi ed è stato via quattro mesi. Il proprietario l'ha licenziato. Ora non paga più l'affitto. Sto aspettando giorni migliori. Loro hanno una concezione della vita e della società molto diversa dalla nostra. Stiamo a vedere.
- Caro Servilio,
ricordi i nostri anni di seminario? Allora la geografia ci sembrava molto chiara: da una parte noi e la nostra gente. Cristiani. Dall'altra parte del mare, gli altri. I "pagani". Noi seminaristi ci preparavamo a lavorare in Italia, nelle parrocchie: catechesi, liturgia, amministrazione... Ogni anno poi qualcuno "lasciava il seminario" e "andava missionario". Tutto ciò apparteneva alla tradizione e la logica. E così tu sei restato in Italia ed io sono venuto in Brasile. "Ricordati sempre che tu vai a nome nostro. Tu sei l'espressione missionaria della nostra diocesi". Non sono passati cinquant'anni e guarda che cambiamento. Gli africani, i musulmani, i "pagani" sono venuti nella tua parrocchia. Non è finito il mio lavoro missionario all'estero, ma anche tu, che sei rimasto in seminario, in diocesi, perché credevi di non avere la "vocazione missionaria", ti vedi improvvisamente obbligato a fare il missionario. La "vocazione" te la impone la realtà. E non hai scelta.
PRECONCETTO
Vista l'amicizia che ci lega, mi permetto di farti notare che già nelle tue parole appare il preconcetto. Vediamo un po'. Queste persone vengono in parrocchia solo per chiedere soldi... E gli italiani poveri (e quelli non tanto poveri!) non fanno lo stesso? Ci sono anche famiglie africane soprattutto provenienti dalla Nigeria che si dicono cristiani, chiedono il battesimo per i figli, ma poi non si vedono più. Non dirmi che questo vezzo è solo dei nigeriani. Se così non fosse, avresti a messa, alla domenica, tante persone quanti sono i battezzati. Dovresti fare venti chiese parrocchiali o celebrare nello stadio... Ho un inquilino della Tunisia... Anche gli italiani, quando sono disoccupati e con famiglia a carico si rifugiano in appartamenti o case dove possano sopravvivere... Loro hanno una concezione della vita e della società molto diversa dalla nostra. Sarà poi tanto diversa? E se lo fosse? Quando noi missionari europei andiamo in Asia, Africa, America non diamo la stessa impressione?
A me pare molto bello che questa gente cerchi la Chiesa. Ma lo fanno per interesse! - mi dirai. E con ciò? Il centurione romano di Cafarnao la cui fede Gesù lodò, era meno interessato? E l'emoroissa, la Cananea, i lebbrosi, i ciechi... Che dico! Gli stessi apostoli non avevano proprio nessun "interesse" quando andavano dietro a Gesù? Grazie a Dio se i poveri, i derelitti, gli "esclusi"... guardano alla Chiesa come a un porto di salvezza. E guai a noi se li deludiamo! Guai a noi. E guai a noi se perdiamo quest'occasione storica. Ci vengono in casa, ci cercano loro, ce li troviamo davanti senza bisogno di andare oltremare.
SCARPE DA VENDERE
Nelle lettere che mi hai scritto, lamentavi l'appiattimento della vita cristiana nella parrocchia. Celebrazioni monotone, catechesi formale, identità cristiana diluita... Improvvisamente arriva questa valanga di gente d'altri paesi, di religioni diverse, con culture nuove. E tu ti fai paralizzare dallo sgomento ("ti confesso con vergogna che non sono capace di affrontare un lavoro così nuovo").
Mi fai venire in mente la barzelletta delle scarpe. Un fabbricante di scarpe decide allargare il suo mercato e spedisce i suoi rappresentanti commerciali in Africa. Dopo quindici giorni, il primo telefona: Mandatemi il biglietto di ritorno. Qui in Africa nessuno usa scarpe. Lo stesso giorno, l'altro pure telefona: Mandatemi cinquecentomila paia di scarpe. Qui in Africa nessuno usa scarpe. Questa massa di gente che viene a bussare alla nostra porta è una benedizione di Dio per le nostre comunità. È un'occasione. Essa ci obbliga a scegliere: o sparire come gruppo religioso o aprirci alla missione.
Nel messaggio per la Giornata Missionaria 1996, Giovanni Paolo II affermava: "Fede e missione vanno di pari passo: più la prima è robusta e profonda, più si avvertirà il bisogno di comunicarla, condividerla, testimoniarla. Se, al contrario, si affievolisce, lo slancio missionario s'attenua e perde vigore la capacità di testimonianza.
È sempre avvenuto così nella storia della Chiesa: la perdita di vitalità nella spinta missionaria è stata ogni volta sintomo di una crisi di fede.
Ciò non accade forse perché manca la convinzione profonda che ‘la fede si rafforza donandola' (Redemptoris Missio, 2), che proprio annunziando e testimoniando Cristo si può ritrovare entusiasmo e riscoprire il cammino per una vita più evangelica? Possiamo dire che la missione è il più sicuro ‘antidoto' contro la crisi della fede. Attraverso l'impegno missionario, ogni membro del Popolo di Dio rinvigorisce la propria identità, comprendendo a fondo che non si può essere cristiani autentici senza essere testimoni" (n° 2).
Senza pretese di darti ricette infallibili, mi azzardo a pensare ad alta voce. M'immagino parroco nella tua parrocchia. Per prima cosa, mi darei da fare per "accogliere" gli immigrati. M'informerei da dove arrivano: alla stazione ferroviaria, al porto, alla stazione delle corriere... Mobiliterei i parrocchiani, perché stiano allerta. Ogni persona, ogni famiglia che arriva, sarà accolta con gioia. Dovrà sentirsi a casa. I gruppi parrocchiali che si stavano anchilosando nell'inerzia si distribuiranno i compiti e gli spazi. L'africano, il musulmano, la vittima della tratta dovranno sapere subito che saranno trattati come fratelli o sorelle.
Certamente ciò spaccherà la comunità cattolica e la cittadinanza. Ne diranno di tutti i colori contro i preti e contro la Chiesa. Era ora di un po' di persecuzione. Essere malvisti, diffamati e maltrattati per una causa così santa, è beatitudine pura.
TRA VOI NON SIA COSÌ
La Chiesa italiana, la Chiesa europea non devono lasciarsi contaminare da queste ideologie xenofobe e razziste. Al contrario, proclamando e praticando la dottrina della fraternità universale in questo contesto storico avverso, diventino una luce posta sul monte.
In occasione di una delle mie ultime visite in Italia, rimasi impressionato dal lavoro dei Centri d'accoglienza della Caritas. Era il tempo dell'immigrazione massiccia d'albanesi. Sulle coste adriatiche sbarcavano tutte le notti gruppi d'immigranti clandestini. I loro racconti erano raccapriccianti: le mafie dei trafficanti di uomini, i pericoli della traversata, la paura di essere gettati in mare, nel caso la polizia di frontiera li intercettasse, una popolazione ostile sulle nostre coste dell'Adriatico. Famiglie disperse, la speranza di tempi migliori minacciata dalla prospettiva della deportazione, aggravata dalla minaccia di punizioni da parte delle autorità albanesi...
Un giorno, un confratello m'invitò a pranzo in uno dei luoghi d'accoglienza della Caritas. Ne uscii con l'"anima lavata". Ebbi la grazia di toccare con mano la bellezza dello spirito delle prime comunità cristiane.
La Chiesa ed il popolo italiano godono di un benessere materiale invidiato ed invidiabile. È una situazione che offre la possibilità di realizzare prodigi d'accoglienza, di condivisione, di costruzione di una società, una comunità cristiana multiculturale e multietnica.
PARROCCHIA, LUOGO D'INCONTRO
Il padre Matteo Antonello m'invitò: "Domenica, a Desio faremo una giornata interculturale. Vuoi venire anche tu?". Evidentemente i miei confratelli della casa saveriana della Brianza avevano fatto un lungo lavoro di preparazione. La giornata mi fece assaporare il sogno di un mondo vario, ma profondamente fraterno.
I vari gruppi etnici ebbero la possibilità di presentarsi nella "fiera" di prodotti tipici dei rispettivi paesi d'origine; sui vari palchi installati nel parco, individui e gruppi si succedevano presentando musiche, pezzi teatrali, giochi... In quelle dodici ore, i popoli s'incontrarono, si conobbero, si valorizzarono. Tornando a casa, quella sera molta gente si sentì meno lontana dalla sua terra, meno sola al mondo. Alcuni gruppi realizzarono momenti di culto, ma la grande liturgia del giorno fu la celebrazione della fraternità, dell'incontro, della gioia.
Penso che tu possa fare la stessa cosa nella tua parrocchia. Non aspettare che ti vengano a chiedere i soldi. Vai loro incontro, con tutta la comunità. E scoprirai che gli immigrati hanno più necessità d'ascolto che d'euro, sentono più la mancanza di un'amicizia che di un appartamento in cui rifugiarsi.
I MOLTI NOMI DI DIO
Nella tua parrocchia non devi aver paura di favorire la pratica della propria religione. Nel dialogo ecumenico si raccomanda la "cortesia spirituale", frutto spontaneo della comune condizione di battezzati, di discepoli dello stesso Cristo. Perché non praticare la "cortesia spirituale" con coloro che hanno in comune con noi la natura umana, i sogni di pace, di fraternità, d'amore? Le religioni non devono più essere pretesto per guerre, ma veicoli d'intesa e d'unione tra tutti gli uomini. Non ti spaventare per la presenza di seguaci di fedi diverse. La convivenza ci permetterà di vivere e testimoniare la caratteristica tipica dei seguaci di Gesù: la carità. Da questo sapranno che siete miei discepoli... Che ne vada di mezzo qualche euro o l'affitto di una casa, sarà sempre un prezzo a buon mercato.
SAVIO CORINALDESI
Tra clandestini e badanti
Leggo in un giornalino diocesano italiano: "Cacciare dall'Italia tutti i clandestini? Pur riconoscendo la gravità di tante presenze illegali, bisogna prestare attenzione alla necessità e all'utilità per decine di migliaia di famiglie, della presenza di tante badanti, anche se clandestine. Se si adottasse contro di esse la mano forte al punto di allontanarle tutte, scaricheremmo sulle Regioni e sui Comuni responsabilità rilevantissime per far fronte all'assistenza di tanti non autosufficienti, problema che oggi, con le badanti, appare, se non risolto, molto alleggerito.
Riconosciamo quindi l'opportunità che il ruolo delle badanti vada comunque salvaguardato a prescindere dalla loro posizione giuridica di fronte alla legge. Ma a questo punto, per analogia, si affaccia un altro problema: tutti gli altri clandestini, oltre le badanti, che pure sono necessari (lo dicono gli imprenditori) per mandare avanti le nostre industrie e la produzione nel settore agricolo, fuori legge anch'essi, che fine faranno? Certo, è giustissimo che, in linea di massima, i clandestini ‘siano espulsi immediatamente con accompagnamento alla frontiera' (Maroni, ministro degli Interni), ma come non distinguere il loglio dal grano, il malfattore dall'irregolare bravo e a noi utile?"
Conosco il giornalista che ha scritto queste righe da molti anni. È un'ottima persona ed anche un cristiano con i fiocchi. Per questo mi ha fatto male sentirlo così meschino e gretto.
La badante rumena che si prende cura di mia madre, anche se clandestina, è benvenuta. Risolve il problema dei nostri non autosufficienti, dei Comuni e delle Regioni, ma il marito e i due figli devono essere "espulsi immediatamente con accompagnamento alla frontiera". Così noi difendiamo la famiglia, questo è il cristianesimo che predichiamo. I cinesi e gli africani che raccolgono la nostra frutta ci sono utili e li teniamo, anche se clandestini. Gli altri, fuori. Bella dottrina sociale cristiana! Gli schiavi delle piantagioni di canna da zucchero del secolo XVIII avevano miglior sorte.






