RINUNCIARE ALLO STATO CITTÀ DEL VATICANO?
Sono un assiduo lettore della rivista, molto ben fatta e aggiornata, al passo con i “segni dei tempi”. Vorrei esporre una mia proposta (non solo mia penso) in merito alle “riforme” iniziate da Francesco, come vescovo di Roma, con i suoi “gesti” (e “fatti”) francescanamente semplici.
C’era già una proposta di Alex Zanotelli per il giubileo del 2000, che chiedeva a papa Wojtyla un regalo alla Chiesa rinunciando allo Stato Città del Vaticano. Il regalo non è arrivato. Quindi ribadisco la proposta, non più come “regalo”, ma come “dovere evangelico”. […]
Si tratta di coerenza. Non si può non essere d’accordo con Zanotelli e soprattutto con Enrico Peyretti, il quale su “Rocca” 15, p. 5, scrive: ”Francesco, che si è detto vescovo di Roma, prima che papa, potrà dirsi anche cittadino di Roma, pastore insieme al popolo, quando realizzerà la fine dell’era costantiniana, svincolando il suo ministero di unità in una Chiesa povera, dalla posizione giuridica di capo di stato.
Gesù era un suddito senza diritti speciali. Nel 1914 moriva Geremia Bonomelli grande vescovo di Cremona, che proponeva (in un opuscolo del 1906, finito all’Indice) una soluzione della questione romana senza uno Stato pontificio, affidando la libertà del papa al diritto moderno comune a tutti. Non sarebbe l’ora, con pazienza e determinazione, di avvicinare questi obiettivi?”.
Tra i “gesti” di Francesco ce n’è uno che denuncia il suo poco interesse per la diplomazia vaticana. Ha rinnovato il suo passaporto argentino ponendo le rituali impronte digitali sul documento. Ciò dimostra la volontà di essere un cittadino come gli altri e non un sovrano diplomatico. Non c’è che da chiedere a Francesco di continuare in questi suoi gesti, per arrivare al dunque. A questo si aggiunga il problema delle nunziature presso circa 200 Stati. È ora di chiedersi a che cosa servono i nunzi apostolici. Nelle intenzioni, dovrebbero soprattutto “evangelizzare” le popolazioni in mezzo a cui risiedono, anche se talora in palazzi che non brillano per francescana semplicità. Ma a molti (anche vescovi locali) sembrano avere il ruolo di “controllori” delle attività pastorali in loco. Difatti indicano e nominano i nuovi vescovi. Viene spontanea la domanda: e i vescovi locali non sono forse più idonei a nominare i nuovi pastori per la propria popolazione?
Non mi sembra offensivo affermare che i nunzi possono essere di ostacolo alla pastorale locale, per le “ingerenze” che creano dissapori con le conferenze episcopali. Lo posso testimoniare personalmente: negli anni Cinquanta-Sessanta in Giappone qualche nunzio, alla scarsa familiarità con la lingua, sommava la difficoltà di tessere buoni rapporti con i vescovi locali. A che cosa servono dunque le nunziature? Hanno fatto il loro tempo, sono al capolinea. Senza toccare il capitolo dei costi economici, non si può tacere sulle non infrequenti connivenze (dovute? involontarie?) con i regimi totalitari che violano i diritti umani. […] Che si lasci fare alle comunità locali quello che lo Spirito dolcemente suggerisce. Che Francesco rimanga “vescovo di Roma, che presiede nella carità tutte le Chiese”.
Non servirebbe più il segretario di Stato, ma soltanto un segretario del vescovo di Roma. Come sarebbe bello vedere un giorno Francesco far le valigie e uscire dal Vaticano verso una residenza francescanamente semplice in qualche quartiere romano (Garbatella, Tor Bella Monaca, Rebibbia ecc.) e di lì conoscere la gente e svolgere la sua attività attento ai “segni dei tempi”.
Quanto sarebbe più credibile! Ma si può obiettare: e i rapporti con lo Stato italiano, i Patti lateranensi?
Che si diano da fare giuristi, costituzionalisti (come Rodotà ecc.), storici (come Cardini ecc.), ma soprattutto il “popolo di Dio” insieme a Francesco per estirpare quello che, a mio avviso, è un tumore maligno di costantiniana memoria che si annida da secoli nel corpo della Chiesa.
TARCISO ALESSANDRINI
Parma, 7 aprile 2014
Che cosa rispondere al nostro assiduo lettore Tarcisio Alessandrini (già missionario saveriano in Giappone), se non che siamo d’accordo con la sua preoccupazione per una Chiesa più autenticamente evangelica, che era anche la preoccupazione dei padri del Concilio Vaticano II, affinché essa riscoprisse la sua vocazione originaria, quella missionaria?
La Chiesa esiste per comunicare l’esperienza della fede in Gesù Cristo a tutti, in ogni parte del mondo. Questo è l’articolo “stantis vel cadentis” della Chiesa, la sua ragion d’essere, il suo scopo fondamentale. Anche tutti gli orientamenti di riforma, che papa Francesco sta elaborando, sembrano andare in questa direzione. Basta leggere l’esortazione “Evangelii gaudium”. È evidente che, nel cammino verso la sua riforma, la Chiesa cattolica dovrà fare i conti con il suo passato, con la qualità delle sue strutture, della relazione con le istituzioni civili, della forma con la quale si presenta sulla scena del mondo, quindi anche con lo Stato Vaticano.
La riforma nella Chiesa è necessaria sia quando un’istituzione viene percepita come superata, sia quando nasconde la “forma Christi” della stessa Chiesa. Potrebbe essere il caso dello Stato vaticano.
Ci pare comunque che l’amico Tarcisio semplifichi un po’ le cose quando parla di “un tumore maligno di costantiniana memoria”, attribuendo a Costantino quella “societas christiana”, intollerante nei confronti delle altre religioni, che invece è da far risalire a Teodosio.






