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Evangelii gaudium è la prima esortazione apostolica di papa Francesco (24 novembre 2013). Non si tratta però di una semplice esortazione, ma di una vera e propria enciclica programmatica, anche se sotto la modesta forma di un’esortazione. Il papa coglie l’opportunità del Sinodo su “La nuova evangelizzazione” (ottobre 2012), “per indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” (n. 1).

Si rivolge a tutti i battezzati affinché avanzino nel cammino di una “conversione pastorale e missionaria”, passando dalla “semplice amministrazione” – spesso burocratica – della vita ecclesiale ad uno “stato permanente di missione” (n. 25). Delinea un arduo progetto di riforma missionaria della Chiesa: è meglio una Chiesa “ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa […] preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti” (n. 49).

Per la prima volta nella sua storia bimillenaria, la Chiesa è chiamata alla riforma a partire dalla missione, cioè da quell’attività che fino al Concilio Vaticano II era considerata periferica e riservata a pochi (i missionari di professione). Solo nell’uscita da se stessa, la Chiesa riuscirà a recuperare “la freschezza originale del Vangelo” e trovare “nuove strade” e “metodi creativi” per una evangelizzazione davvero “nuova”, che rompa con “gli schemi noiosi” nei quali pretende di imprigionare Gesù Cristo (n. 11).

Va compresa in questa prospettiva missionaria anche la riforma delle strutture della Chiesa, chiamate a diventare “tutte più missionarie” (n. 27), cioè decentrate sulla Parola e sull’altro.

Anzitutto il papato, che dovrebbe essere “più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione” (n. 32). Ma anche la curia, le strutture centrali della Chiesa, che hanno bisogno di una salutare “decentralizzazione” (n. 16). Infatti, “un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria” (n. 32). Perciò è importante che le Conferenze episcopali – e qui si nota una chiara rottura con la policy seguita da papa Ratzinger – siano dotate di uno statuto che le concepisca “come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autorità dottrinale” (n. 32).

Papa Francesco adotta immediatamente questo principio di riforma, nella sua esortazione, valorizzando il magistero delle Conferenze episcopali continentali, regionali e nazionali. Dimostra così meno autoreferenzialità e più capacità di ascolto di ciò che lo Spirito dice alle Chiese locali nello svolgimento della loro missione.

È un’inversione di tendenza rispetto al passato, un ritorno allo spirito conciliare.

La novità missionaria della riforma disegnata da papa Francesco, si nota anche nell’approccio ai sacramenti: “nemmeno le porte dei sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi”; così l’eucaristia “non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli” (n. 47).

Inoltre, nei confronti delle culture: “il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale” (n. 116); “non possiamo pretendere che tutti i popoli […] nell’esprimere la fede cristiana, imitino le modalità adottate dai popoli europei in un determinato momento della storia” (n. 118).

Infine, nell’orientamento ecumenico, descritto come “una via imprescindibile dell’evangelizzazione” (n. 246); nelle relazioni con l’ebraismo, valutate come “parte della vita dei discepoli di Gesù” (n. 248); nel dialogo interreligioso, ritenuto “una condizione necessaria per la pace nel mondo”, che non oscura l’evangelizzazione (nn. 250-251).

Davvero una riforma necessaria, una riforma missionaria della Chiesa.



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