QUALE MISSIONE IN UN MONDO POST-CRISTIANO?
Si può essere cristiani in un mondo post-cristiano, come quello europeo, dove la Chiesa non ha più il controllo dell’intera società, che invece procede “come se Dio non ci fosse”? È la domanda che si è posto l’arcivescovo emerito di Bruxelles-Malines, Jozef De Kesel, nel suo pregevole testo Cristiani in un mondo che non lo è più, recentemente tradotto in italiano e presentato a Roma alla vigilia della II Sessione del Sinodo sulla sinodalità. La stessa domanda, declinata in senso missionario, ha orientato il primo Simposio del Forum Europeo dei Missionari Saveriani, realizzato a Parma l’8 novembre 2024, con la partecipazione delle Missionarie di Maria-Saveriane e dei rispettivi Laicati. Sia De Kesel sia il Simposio hanno risposto positivamente: sì, è possibile essere cristiani e missionari in un contesto secolarizzato, come quello europeo, a una condizione: uscire da una logica di gestione delle “perdite” e delle “sottrazioni”, provocate dalla fine della cristianità, per passare ad una logica di accoglienza del nuovo kairos pastorale e missionario.
Detto altrimenti, ciò significa accettare la secolarizzazione, non come una disgrazia, un decadimento, un ostacolo alla missione, ma come una liberazione per essere più autenticamente cristiani e missionari. D’accordo con De Kesel, non dobbiamo lasciarci prendere da sentimenti di lutto, di frustrazione, perché non possiamo più accarezzare il sogno di abbracciare l’intera società, dove ormai vige un pluralismo culturale e religioso, alimentato anche dalle migrazioni, che ci obbliga a tener conto dell’altro, non solo dal punto di vista culturale, ma anche religioso ed etico. Per cui, come cristiani, viviamo tra culture e religioni diverse, in diaspora, con la sensazione di sentirci “stranieri in patria”, per dirla con la Lettera a Diogneto. Una condizione che dobbiamo accettare non per forza, ma con il cuore – sottolinea De Kesel –, non sognando una pastorale di riconquista, ma di presenza, come hanno fatto i monaci di Tibhirine, in Algeria, in ambiente musulmano, senza alcun accento proselitistico, ma desiderando testimoniare il Vangelo con gli strumenti umanissimi dell’amicizia e della solidarietà. Per De Kesel, ciò significa anzitutto una Chiesa più umile e piccola, più confessante e missionaria, più aperta al dialogo e al servizio, secondo lo spirito del Concilio. Una Chiesa e dei cristiani cercatori di una verità meno dispotica e testimoni di un Dio più affidabile.
Si è mosso in questa direzione anche il Simposio europeo dei Saveriani, ben riassunto nel pensiero finale di uno dei relatori, Pierre Emalieu, giovane saveriano camerunese, che, all’inizio della sua esperienza europea, a Parigi, ha vissuto un grande disincanto con il nostro contesto culturale. Nella sua riflessione traspare la sensazione di essere di fronte ad un mondo, quello europeo, che non finisce, ma rinasce, grazie anche a nuove forme di Chiesa e di missione: “Personalmente sono sempre più convinto che dietro certi problemi in Europa – il calo inquietante delle nascite, l’adesione al wokismo ecc. – esistono forme più o meno coscienti di perdita di speranza, di dubbio riguardo alla bontà della vita. Mi sembra allora necessario che i cristiani mostrino, a partire dalla loro esperienza, che questo mondo, al di là delle apparenze, è un luogo di senso, perché attraversato da un’energia, che è Persona che mi conosce e mi ama infinitamente. Detto altrimenti, è necessario che nell’Europa attuale la fede possa esprimersi nelle forme della gioia e della lode, diventando in questo modo annuncio di speranza”.







