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POPOLO AZTECO E CRISTIANESIMO / UNA MEMORIA DA RISVEGLIARE

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Per capire il rapporto tra popolo azteco e cristianesimo, dobbiamo fare qualche passo indietro nella storia. L’impero azteca, conosciuto in Messico anche come “mexica”, fu conquistato da Hernán Cortés a partire dal 1519. Come gli altri conquistatori giunti nel 1492 a Santo Domingo e Cuba, Cortés era mosso anzitutto dalla cupidigia dell’oro. 

LA CUPIDIGIA DELL’ORO

In una lettera alla regina di Spagna, Cristoforo Colombo affermava che “l’oro è un tesoro e chi ne entra in possesso, ha tutto in questo mondo e può anche guadagnare il cielo”. E continuava: “Nostro Signore vorrà mostrarmi da dove viene l’oro”. E Cortés ribadiva: “Noi spagnoli siamo malati di cuore, la nostra cura è l’oro, soltanto l’oro”. Il conquistatore e cronista spagnolo Bernal Diaz del Castillo fu costretto ad ammettere: “Siamo venuti qui per servire Dio, ma anche per arricchirci”.  Questi e altri conquistatori (in Guatemala, Perù ecc.) esibirono una tale cupidigia di questo prezioso metallo, da trasformarlo nel loro “dio”, cui sacrificarono ogni sforzo personale e la vita di centinaia di migliaia di indigeni, massacrati e obbligati a consegnare le loro proprietà, le loro mogli e le figlie non sposate.

MASCHERATA CON L’EVANGELIZZAZIONE

Colombo, oltre che dalla motivazione coloniale della conquista di ricchezze, era mosso dall’intenzione di diffondere il cristianesimo. Per questo, scrisse ai re di Spagna che non dovevano “consentire a nessun straniero di mettere piedi in queste terre, tranne ai cristiani cattolici, per la crescita e la gloria della religione cristiana”. Anche Cortés intese la conquista come un’avanzata evangelizzatrice e scrisse a Carlo V che la sua principale intenzione era di allontanare e sradicare dall’idolatria tutti i nativi, spingendoli verso la conoscenza del vero Dio e della santa fede cattolica. Infatti, se si fosse fatta la guerra con un’intenzione diversa, sarebbe stata ingiusta. Per questo Cortés giustificava la sua avventura come “l’opera più santa e più alta mai iniziata qui dalla conversione degli Apostoli”. Nel 1524, su richiesta dello stesso Cortés, giunsero in Messico i primi dodici missionari francescani col proposito di evangelizzare la popolazione della “Nuova Spagna”.

Per giustificare la conquista, i giuristi del tempo si avvalsero del principio medievale della supremazia dell’autorità spirituale del papa sull’autorità temporale dei re e degli imperatori. In base a questa potestas, il papa, come vicario di Cristo in terra, aveva la facoltà di concedere ai principi cristiani il potere sui regni di questo mondo. Come indicato nella Bolla Inter cætera di papa Alessandro VI ai re di Spagna: “Per l’autorità di Dio onnipotente, che ci è concessa in S. Pietro e come vicario di Gesù Cristo, vi doniamo, concediamo, consegniamo e assegniamo in perpetuo con tutti i loro domini, città, fortezze, luoghi e paesi, isole e continenti trovati e da trovare”.

UN MACABRO TRUCCO LEGALE

A partire da queste donazioni papali, gli spagnoli legittimarono la conquista. Tuttavia, per giustificare la guerra, il saccheggio delle ricchezze, il dominio e la schiavitù dei popoli nativi, fu necessario dimostrare che essi rifiutavano la proposta della conquista “spirituale” pacifica da parte degli spagnoli. Per questo il giurista spagnolo, Palacios Rubios, stilò il cosiddetto Requisito, che lo storico guatemalteco Severo Martinez Peláez definisce “un macabro trucco legale”. Con la lettura a voce alta del Requisito, i conquistatori facevano sapere agli “indios” che “le loro terre erano state donate dal papa, vicario di Cristo, alle loro maestà i re di Spagna... Erano dunque tenuti ad accettare la fede cattolica e i re di Spagna come loro superiori, signori e re delle isole e del continente in virtù della donazione papale”. 

Se gli “indios” accettavano il Requisito, sarebbero stati accolti con amore e carità; in caso contrario, gli spagnoli avrebbero dichiarato loro guerra, sottoponendoli con la forza al giogo coloniale e all’obbedienza alla Chiesa; li avrebbero fatti schiavi, con le loro donne e i loro figli, potendoli vendere o disporre di loro, impossessandosi pure dei loro beni. Purtroppo, è andata proprio così. Gli indigeni non avevano scelta: diventare cristiani e sudditi del re di Spagna “volontariamente” o con la forza.

EVANGELIZZAZIONE VIOLENTA

L’evangelizzazione era diventata un atto violento, anche dal punto di vista psicologico, come documenta il primo Catechismo latinoamericano di Pedro de Cordoba: in paradiso vanno solo coloro che si convertono alla fede cristiana, gli amici di Dio; all’inferno, invece, i nemici di Dio, i non battezzati, i non convertiti, compresi i loro antenati, padri, madri, nonni, parenti. 

Quando i nativi rifiutavano di ascoltare il Vangelo, sia il clero, sia la giustizia civile li punivano e torturavano, appendendoli con funi in alto da terra, e frustandoli ferocemente. Inoltre, li costringevano a riunirsi in chiesa a suon di botte, senza pietà. Facevano ripetere loro il Credo in latino e i Comandamenti in spagnolo. E come se non bastasse, dovevano anche pagare una decima, lavorare come schiavi all’edificazione di chiese sulle rovine dei loro monumenti distrutti.

In un contesto così violento, dev’essere stato effettivamente difficile, offensivo, per non dire sarcastico, parlare ai nativi di un Dio-Amore e Padre che ci ama e vuole che viviamo come fratelli. D’altra parte, per i nativi dev’essere stato altrettanto difficile concepire e accogliere un Dio così disumano. Di fatti Cristo appariva loro come “il più crudele degli dèi e il re un lupo affamato di carne umana” (dalla Lettera di Bartolomé de Las Casas, del 1535). Il dialogo interculturale era di là da venire.

ESSERI UMANI O ANIMALI?

Da una parte, i conquistatori rimasero incantati da ciò che vedevano: lo splendore della natura e la bellezza degli aztechi. Lo testimoniano le dettagliate descrizioni dei monumenti, della grandezza e bellezza di Città del Messico. Dall’altra, non compresero e valorizzarono l’identità culturale dei nativi: presumevano che fossero di una civiltà inferiore e che, per arrivare a essere pienamente persone, avrebbero dovuto accettare la religione e i costumi degli spagnoli. 

Sia alcuni religiosi, sia alcuni cronisti e teologi, consideravano gli aztechi come “bestie in forma umana”, “bestie brute”, “inferiori ai cavalli”. “Bruciare polvere da sparo contro di loro è come bruciare incenso davanti a Dio”; “sono schiavi per natura e inferiori agli spagnoli quanto le scimmie agli uomini”. Questa visione sprezzante era frutto del complesso di superiorità degli spagnoli, che si ritenevano inviati del Dio-Amore e pensavano che i nativi non possedessero né dottrina né conoscenza di Dio, solo perché non conoscevano il cristianesimo e non erano battezzati; li consideravano cioè gente senza cultura e senza lingua, solo perché non parlavano spagnolo.

La conquista scatenò in Spagna un grande dibattito sulla natura degli indios: sono o non sono esseri umani? La discussione fu provocata dalle prese di posizione di Bartolomé de Las Casas e di altri religiosi domenicani che, dopo essersi “convertiti” alla causa indigena, ne difesero l’uguaglianza e la comune dignità umana contro l’inaudita crudeltà dei conquistatori. Sebbene non si opponessero alla conquista e alla colonizzazione, ma solo al modo violento di realizzarle, alcuni religiosi denunciarono la guerra come ingiusta e l’ideologia della schiavitù. Alcuni nomi: Diego de Landa, vescovo di Yucatan; Domingo de Santo Tomás, vescovo e scrittore (Bolivia); Juan de Zumárraga, primo vescovo del Messico; il cronista Pedro Martir. 

Da parte loro, i nativi maturarono una percezione negativa degli spagnoli. Constatando i massacri e le grandi distruzioni dei loro templi, dei loro codici, degli oggetti e dei simboli sacri, arrivarono a questa conclusione: “Quanti erano veramente cristiani sono venuti qui con il vero Dio, ma quello fu l’inizio della nostra miseria e della nostra disgrazia... Ci hanno cristianizzato, ma ci fanno passare dall’uno all’altro come animali. Non c’è verità nelle parole degli spagnoli” (Chilam Balam, testi indigeni maya dello Yucatán, Messico). E d’accordo con la Breve Relación de la Destrucción de las Indias di Bartolomé de las Casas, uno dei capi di Cuba, Hatuey, nel 1511, fece notare che gli spagnoli parlavano di Gesù Cristo, ma avevano “un dio [l’oro] che adorano e amano e per averlo ci giudicano e uccidono”.

Se all’inizio i nativi percepivano di avere a che fare con esseri superiori (gli spagnoli), quasi divini, man mano che la conquista procedeva, con le sue inaudite violenze, giunsero a considerarli bugiardi, ipocriti, arroganti, crudeli e sfruttatori. Di fronte alla depredazione dei propri beni, alle punizioni sofferte senza motivo e alle morti gratuite, erano ormai i nativi a mettere in dubbio la natura umana degli spagnoli, come racconta il cronista fr. Tomás de la Torre: sono forse persone? Hanno un cuore? Conoscono Dio?



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