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Perchè una sede Rai in Africa - Rafforzare le capacità dei poveri

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Enzo Nucci di Rai3 ci comunica come vuole impostare il suo lavoro nella nuova sede Rai di Nairobi. * Gino Filippini, lettore di MO di lunga data, ci scrive da Kogorocho, Kenya: i poveri sono ancora tanti, rafforziamo le loro capacità.

Perché una sede Rai in Africa?

Diceva lo scrittore svedese Henmng Mankell: "Oggi attraverso le immagini diffuse dai mezzi di informazione sappiamo come muoiono gli africani ma ignoriamo il modo in cui vivono". In Italia c'è una informazione discontinua sull'Africa. Spesso manca nel nostro sistema informativo una vera proporzione tra l'entità dei fatti e lo spazio ad esso dedicato. In Congo, ad esempio, a partire dal 1998 la guerra civile ha causato circa quattro milioni di morti ma l'Africa nel 2002 è finita sulle prime pagine con continuità soltanto per il caso di Safya, la giovane nigeriana minacciata di lapidazione con una condanna poi revocata.

Nei titoli si cerca il sensazionale indugiando sul numero dei morti e feriti ma scarsa attenzione viene dedicata agli appelli delle organizzazioni internazionali, alle notizie sul disarmo, sulla tregua, agli appuntamenti elettorali ed alle iniziative umanitarie.

Un altro aspetto osservato è l'abitudine di fornire una immagine "in bianco" e spesso acritica degli interventi di aiuto. Sono assenti la società civile e le organizzazioni africane, dipinte come inermi e incapaci di fronteggiare malattie e povertà.

L'Africa insomma arriva agli onori della cronaca esclusivamente quando le notizie che la riguardano incontrano le aspettative di un pubblico interessato principalmente ai conflitti etnia ed alle catastrofi naturali, oppure quando rafforzano l'immagine di un Paese stretto nella morsa della fame e della povertà. Oppure ancora si limita a decantarne le attrattive esotiche.

L'altra faccia del problema sono i luoghi comuni con cui viene raccontata l'Africa dai mass media occidentali. Lo scrittore e giornalista keniano Binyavanga Wainaina ha scritto sulla rivista inglese "Granta" un amaro e ironico decalogo che regala ai giornalisti bianchi: "Mai mettere in copertina (ma neanche all'interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell'africano non abbia vinto un Nobel. Usate piuttosto immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza. Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai o zulù. Ricordatevi di dire che gli africani hanno la musica ed il ritmo nel sangue e che mangiano cose che nessun altro uomo è in grado di mangiare".

Ecco dunque perché aprire una sede della Rai in Africa che dovrà essere una finestra sul continente per descriverne ricchezze e contraddizioni . Sì, perché spesso dimentichiamo che tra queste 900 milioni di persone ci sono anche Nobel della letteratura, grandi musicisti e finissimi cineasti. Ma anche stilisti di tendenza e artisti strepitosi.

“L'Africa è il nostro passato e noi siamo nel futuro dell'Africa. Il presente dell'Africa, invece, è un fatto largamente irrilevante per noi" (Jo Ellen Fair). Ecco, facciamo un piccolo sforzo almeno per tentare di raccontare il presente di questo grande continente. La Rai ci proverà.

ENZO NUCCI, Giornalista Rai, Roma.


RAFFORZARE LE CAPACITÀ DEI POVERI

Mesi fa si è diffusa una notizia inquietante: un primo rapporto della stampa parlava di una carestia che aveva colpito la regione nord-est del Kenya e già c'erano le prime vittime. Purtroppo quello era solo l'inizio perché la siccità è continuata fino ad ora. I morti per fame sono stati qualche centinaia ma, nell'insieme, due milioni di persone hanno rischiato di lasciarci la pelle e sono state salvate dagli aiuti alimentari inviati con urgenza sul posto.

Fatti del genere in Kenya si ripetono quasi ogni anno data l'irregolarità delle piogge ed il fatto che l'80% del territorio nazionale è costituito da aree semi o totalmente aride.

Ciò non significa che ci si debba arrendere, addebitando tutto ai fattori climatici.

Oltretutto il Kenya ha una produzione di viveri sufficiente a nutrire i suoi 35 milioni di abitanti. Il cibo quindi c'è nel paese ma chi vive nelle aree colpite da carestia non dispone dei soldi per procurarselo. Non penso che la soluzione sia quella di inviare in continuazione mais e fagioli nelle aree deficitarie. Si tratta piuttosto di investire nelle zone aride attuando provvedimenti appropriati in modo da rendere più sicura e redditizia l'attività dei pastori e metterli così in grado di raggiungere progressivamente l'auto-sostentamento.

Il problema non è molto diverso da altri che vediamo nella nostra postazione nei bassi fondi della capitale. Guardiamo, ad esempio, alcuni beni e servizi di prima necessità: sanità, trasporti pubblici, scuole e corsi di addestramento professionale, case da affittare… Dobbiamo dire che in città ci sono ospedali, autobus, scuole di tutti i tipi e case da affittare ma molti, moltissimi non possono accedervi perché il loro misero reddito di un dollaro al giorno non glielo permette. Allora o si abbassano i prezzi dei servizi (ma chi pagherà il deficit ?) o si rafforzano le capacità dei poveri a guadagnarsi da vivere dignitosamente . In maggioranza, essi vivono in campagna con l'agricoltura e l'allevamento che è il loro mestiere (oltre ad essere la base dell'economia nazionale). Però, nella situazione di stagnazione attuale, è un mestiere poco attraente perché rende poco ed è per questo che molti giovani scappano in città in cerca di un altro lavoro.

Ma i più, invece di lavoro, trovano disoccupazione e questo significa cadere dalla padella alla brace. Secondo me, la sfida da cogliere è quella di trasformare l'agricoltura per renderla un'attività fiorente, che dia guadagno e considerazione a chi la pratica. Serve innanzitutto volontà politica e determinazione, ma non mi pare essere questo l'orientamento di chi governa il Paese.

GINO FILIPPINI - Kogorocho, Kenya.



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