PER UN'ETICA DELLA RESPONSABILITA'
Lo sfondo delle trasformazioni socioculturali attuali è rappresentato dal fenomeno della globalizzazione, la cui incidenza si fa sentire in tutti i settori della vita e le cui ricadute negative sono tuttavia più evidenti nel campo economico e dell’informazione.
Nel primo, a segnare un profondo cambiamento rispetto al passato, è il processo di unificazione mondiale del mercato, nel quale l’economia finanziaria ha il sopravvento su quella produttiva e dove a farla da padrone è il liberismo più sfrenato. Il rifiuto pregiudiziale delle regole, dovuto alla presunzione che il mercato è in grado da solo di regolamentarsi, e l’importanza sempre maggiore assegnata alle logiche dell’efficienza produttiva e del consumo finiscono per vanificare ogni proposta valoriale. Il mercato si trasforma in ideologia negativa, nata sulle ceneri delle grandi ideologie del passato, una sorta di “pensiero unico” che tende a omologare tutto.
L’etica risulta così bandita dai circuiti della vita economica – non era questa, del resto, la concezione del capitalismo classico? – e il rimando a essa è percepito come disturbante.
Ma gli esiti della prospettiva liberista non sono così esaltanti: la crisi ecologica assume contorni sempre più allarmanti, il divario tra Nord e Sud continua spaventosamente a crescere, le conflittualità sociali si fanno più aspre. Gli scienziati economici più qualificati – è sufficiente ricordare qui A. Sen e J. E. Stiglitz – hanno segnalato da tempo le ragioni di tale disagio, mettendo l’accento sui limiti della teoria economica tradizionale, espressione di un ottimismo meccanicistico di stampo illuminista alla cui base vi è il mito del progresso indefinito, e affermando la necessità del ricorso all’etica per motivazioni anche soltanto di ordine economico.
La certezza che non esiste un quantitativo indefinito di risorse e alcune forme di inquinamento non sono facilmente controllabili, ma soprattutto la constatazione della mancata equa distribuzione dei beni prodotti, con l’avanzare di crescenti sperequazioni tra le classi e tra i popoli – è questa la ragione principale della stessa violenza terroristica – evidenziano con chiarezza che il mercato non è in grado di autogovernarsi e i fenomeni deteriori ricordati non sono soltanto moralmente riprovevoli, ma anche economicamente improduttivi.
Di qui l’affiorare della domanda etica, non solo come richiesta di regole per il mercato, ma anche (e più radicalmente) come esigenza di ripensare il modello di sviluppo nel segno di una maggiore attenzione all’equilibrio ambientale e alla solidarietà sociale.
Il campo della trasformazione, poi, è contrassegnato dalla presenza di mezzi, sempre più sofisticati e pervasivi, che, oltre a diffondere una cultura omologata che non lascia più spazio per le culture deboli (e per le subculture), incidono profondamente sulla coscienza fino a provocare una vera e propria mutazione antropologica. La sostituzione della realtà con il “virtuale”, il venire meno delle tradizionali coordinate spazio-temporali (la comunicazione tra persone è oggi possibile a distanze illimitate e “in tempo reale”), la perdita di significato dei linguaggi simbolici a favore di quelli logico-matematici sono altrettanti fattori di un cambiamento che si riflette anche sull’identità interiore dell’uomo. La tecnologia si trasforma (soprattutto in questo campo) da semplice mezzo in fine, da oggetto in soggetto, asservendo l’uomo alla proprie logiche e dunque alienandolo. L’etica rischia di venire radicalmente sopraffatta da tale egemonia.
ETICA E MANIPOLAZIONE DELLA VITA
Ma, al di là della globalizzazione, l’ambito nel quale il paradosso rilevato si fa soprattutto sentire è quello riguardante le manipolazioni genetiche, in particolare quelle relative alla vita umana.
Lo sviluppo accelerato della tecnologia in campo biomedico ha prodotto, al riguardo, un vero e proprio salto di qualità: l’uomo è passato dall’esercizio del dominio sul mondo circostante a quello su se stesso, potendo intervenire sul proprio patrimonio genetico, fino a decidere il tipo di umanità da riprodurre. Di grandissimo interesse sono le prospettive di carattere terapeutico che si aprono; tuttavia drammatiche possono essere le ricadute negative di interventi spericolati nei quali non è in gioco soltanto il futuro dei singoli individui, ma il bene dell’intera specie umana.
La percezione della gravità di operazioni destinate ad avere conseguenze imprevedibili ha suscitato (e suscita) reazioni allarmate, come quella di H. Jonas, il quale oltre ad affermare l’esigenza che il principio etico kantiano “tratta ogni uomo come fine, e non come mezzo” venga esteso alla specie umana, si fa sostenitore di un’euristica della paura, per la quale si può agire, in questi ambiti, solo avendo costantemente di mira il male minore e mettendo in conto, nelle previsioni, le conseguenze più negative. Al di là di posizioni – come questa – che appaiono segnate da un eccessivo pessimismo, il bisogno di un controllo etico accurato e l’esigenza di assunzione di un’attitudine prudenziale sono fuori discussione.
All’affermarsi di questa forte richiesta di etica fa da contraltare la tendenza a sottrarre i processi scientifico-tecnologici a ogni forma di controllo esterno, anche di ordine etico, sia per una (in parte legittima) rivendicazione di autonomia della scienza, sia soprattutto – è questo l’aspetto più preoccupante – per l’affermarsi, a seguito degli esaltanti risultati conseguiti soprattutto in campo tecnologico, di una sorta di prometeismo: “Sarete come dei!”. Il bisogno di etica si scontra così con il suo radicale rifiuto, dovuto all’enfasi posta su una libertà che non può andare soggetta ad alcun vincolo, neppure morale.
POSSIBILITA’ E LIMITI DI UN’ETICA DELLE RESPONSABILITA’
La possibilità di restituire all’etica un ruolo plausibile, che le consenta di orientare positivamente i processi in corso nel rispetto dell’autonomia dei diversi ambiti dell’attività umana, è strettamente dipendente dall’individuazione di un modello solidamente fondato e insieme aperto alla varietà e complessità delle situazioni, capace perciò di incidere efficacemente su di esse.
Il riferimento che sembra meglio corrispondere a tale obiettivo è costituito dal modello dell’etica della responsabilità di Max Weber, il cui ricupero deve tuttavia avvenire in un contesto più ampio, facendo spazio non solo a istanze pragmatiche, ma anche ad esigenze di carattere teoretico, che non vanno disattese. Il concetto di responsabilità ha infatti uno spettro esteso di significati, che risultano evidenti dalla stessa analisi della sua radice etimologica: responsabilità viene dal verbo latino respondere (rispondere), che può essere declinato in un ventaglio di figure: rispondere a qualcuno, rispondere di qualcosa, rispondere in situazione.
Rispondere a qualcuno
Il tentativo di sottrarre l’etica a una visione riduttiva, che la identifica con la semplice produzione di “regole” di convivenza ricavate in base a criteri contrattualistici o utilitaristi, e di andare, nello stesso tempo, oltre l’ontologia classica, che le assegna un fondamento astratto, incapace perciò di motivare adeguatamente la condotta umana, trova uno sbocco concreto solo nella restituzione di centralità alla relazione, quale ragione ultima della condotta morale.
Non senza significato le più antiche tavole comportamentali contengano valori e norme che hanno come obiettivo il corretto sviluppo delle relazioni: si pensi, in primo luogo, al Decalogo, la cui seconda tavola (quella propriamente etica) è incentrata su una serie di prescrizioni (negative) che tendono a salvaguardare la possibilità del positivo articolarsi dei rapporti interumani.
La responsabilità è anzitutto responsabilità verso l’altro; implica il rispondere a qualcuno; e questo non per ragioni meramente utilitariste o pragmatiche, ma perché la relazione è elemento costitutivo della soggettività personale; perché, in altre parole, la persona umana è essenzialmente soggetto di relazione, che si realizza nella e attraverso la relazione. Il fondamento dell’etica è dunque costituito da un’ ontologia relazionale, per la quale la relazione appartiene all’essenza della persona.
La situazione contemporanea tuttavia, soprattutto in conseguenza del processo di globalizzazione, conferisce a questo tipo di fondazione nuovi connotati. L’altro al quale la relazione si riferisce non è più soltanto – come voleva il personalismo classico – il vicino, ma ogni uomo, anche colui con cui non sarà mai possibile entrare in un rapporto diretto, e che è nondimeno oggetto della nostra responsabilità; è – per usare un’espressione cara a P. Ricoeur - il “terzo”, che ha un nome e un volto preciso (anche se non lo conosciamo e non lo conosceremo in futuro), e che possiamo (e dobbiamo) raggiungere impegnandoci a creare strutture giuste capaci di salvaguardarne i diritti; sono – come ci ricorda H. Jonas nel testo citato – le generazioni future alle quali dobbiamo consegnare un mondo abitabile.
La prospettiva universalistica qui delineata provoca anche il passaggio – è questo il secondo aspetto di novità della responsabilità oggi – a una concezione del rapporto non più fondata sulla reciprocità o sulla bilateralità delle prestazioni, ma sulla gratuità e sul dono, sul riconoscimento – come osserva E. Lévinas - che l’imperativo morale prende corpo a partire dall’esistenza dell’altro che ci interpella ed esige la nostra risposta incondizionata. Il metro di misura della responsabilità, quello con cui siamo chiamati a valutare le nostre scelte personali e sociali, è dunque la ricerca del bene di ogni uomo e di tutti gli uomini (non esclusi quelli che verranno) con un atteggiamento di dedizione assoluta che rende attuale il messaggio evangelico della carità.
Rispondere di qualcosa
L’etica non può, d’altronde, rinunciare a misurarsi con la concretezza delle situazioni, perciò con la ricerca dell’efficacia e del risultato. La responsabilità non può limitarsi alla rettitudine delle intenzioni soggettive o al rispetto dei valori (o dei principi); è rispondere di qualcosa, nel senso che essa deve tradursi in azioni con effetti positivi sulla vita degli uomini.
L’etica della responsabilità teorizzata da Weber aveva soprattutto questo obiettivo: la differenza (che non implica separazione) dall’etica della convinzione (o della coscienza) consiste nell’attenzione al peso oggettivo delle azioni. Il politico (o il professionista) non può ridurre il proprio compito a rendere testimonianza ai valori o a proclamarli con forza “accada quello che può”; deve preoccuparsi di ciò che accade, puntando sul perseguimento del bene possibile in situazione e accontentandosi talora del male minore; deve, in altre parole, valutare, di volta in volta, le conseguenze positive e negative delle azioni, optando per la soluzione più vicina al rispetto dei valori nella concretezza della situazione. L’etica della responsabilità è pertanto un’etica teleologica, che non giudica a priori intrinsecamente cattiva un’azione (ritenendola assolutamente improponibile), ma che si interroga sul fine che attraverso di essa si persegue (teleologia viene da telos, fine) e sul rapporto che sussiste tra quest’ultimo e il mezzo usato; in altri termini, sulla proporzionalità che si dà tra la bontà dell’obiettivo perseguito, al quale va assegnato il primato, e le ricadute negative derivanti dal mezzo usato per perseguirlo.
Questa prospettiva non ha nulla a che fare con il macchiavellismo – il mezzo conserva intatto il suo spessore morale, in quanto elemento imprescindibile del giudizio etico – e non corre nemmeno il pericolo della caduta nell’utilitarismo, per il quale il criterio della fatticità riveste un significato assoluto: il riferimento ai valori e alla loro corretta gerarchizzazione è necessario per valutare le azioni, soprattutto per stabilire perché e come alcune conseguenze vanno giudicate positive e altre negative (come è possibile altrimenti formulare la valutazione?).
Questo modo di procedere riveste un grande valore di fronte alla complessità delle questioni sul tappeto e alla rapidità con la quale si evolvono, in quanto consente di esprimere con prontezza giudizi sui processi in corso, senza pregiudiziali negative nei confronti del progresso e nel pieno rispetto dell’autonomia delle discipline in gioco, e di ricondurre, nel contempo, la valutazione ultima al dato valoriale e, più radicalmente, al paradigma della liberazione umana e dell’umanizzazione del mondo.
L’etica della responsabilità ha, sotto questo profilo, un importante significato. La sua praticabilità è diventata ai nostri giorni problematica per la difficoltà, sempre maggiore, di valutare le conseguenze reali delle azioni; lo stato di complessità, dovuto al passaggio da sistemi naturali a sistemi artificiali, comporta infatti che risulti prevedibile solo una parte limitata delle conseguenze dei processi innescati (spesso neppure la più importante), quella legata agli effetti direttamente scaturenti dal processo innescato, e si ignorino invece quelli derivanti dal suo intrecciarsi con altri processi precedentemente attivati. Ciò che sembra sfuggire oggi all’uomo è dunque il controllo del sistema, e questo – paradossalmente – proprio nel momento in cui egli ha raggiunto il livello più alto di dominio sul mondo esterno e su se stesso.
Di qui la necessità di adottare comportamenti ispirati alla prudenza e alla vigilanza, tendenti cioè a non innescare processi che possono avere conseguenze gravi (specialmente se irreversibili) e a tenere costantemente sotto controllo ogni processo, anche quelli avviati con le migliori intenzioni e con un serio discernimento, per arrestarne il corso nel caso in cui emergano successivamente conseguenze negative non previste, che capovolgono il giudizio iniziale.
Rispondere in situazione
La gravità dei problemi accennati esige infine il ricorso a precisi dispositivi di ordine legislativo. Il passaggio dall’etica al diritto non è tuttavia immediato né tanto meno automatico; anzi, vi è chi sostiene oggi – è la posizione del positivismo giuridico – la totale autonomia del diritto rispetto all’etica, sia in ragione dei fini che persegue e dei criteri in base ai quali avviene la determinazione dei contenuti normativi. Il limite connaturato ad approcci ispirati a criteri sociologici o utilitaristi rende tuttavia trasparente la necessità del ricorso all’etica, ma il problema è quello di come giungere a un consenso allargato, in un contesto situazionale caratterizzato da un accentuato pluralismo, non solo ideologico e culturale, ma anche etico, e dalla piena accettazione del sistema democratico come via per la soluzione dei conflitti.
L’etica della responsabilità comporta la capacità di rispondere in situazione, di giungere alla produzione di un’etica pubblica, che non può essere espressione delle posizioni di un gruppo, ma deve essere la risultante di un ampio confronto tra le diverse posizioni alla ricerca di un minimo comune denominatore di valori condivisi.
È bene aggiungere inoltre, per evitare inutili equivoci, che al diritto non compete sostituirsi all’etica né fare da supporto – l’etica è frutto di scelte che ciascuno fa a partire dalla propria coscienza e dalla proprie appartenenze identitarie – ma la sua funzione è più rivolta a evitare il male (a rifiutare cioè comportamenti che hanno pesanti ricadute negative sulla vita associata) che a promuovere il bene. Il modello dell’etica della responsabilità è dunque – pur con i limiti rilevati – il modello adeguato per affrontare le problematiche morali del nostro tempo.
Esso conferisce all’etica il suo vero senso, restituendo alla relazione umana la giusta centralità, e fornisce, nello stesso tempo, all’uomo la possibilità di misurarsi efficacemente con le situazioni complesse e conflittuali della vita personale e sociale, contribuendo anche alla produzione di norme destinate a regolare i processi collettivi, nel rispetto dei fondamentali diritti della persona e mediante la creazione di condizioni che favoriscano l’autentica promozione di tutti gli uomini e i popoli.







